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25 Aprile. Sul sentiero di una questione privata

partigiani
Conosco della Resistenza quel che mi e’ stato raccontato.
Ma non tutto si racconta e non tutto si sa raccontare.
Scrive il partigiano Italo Calvino nella presentazione alla riedizione de Il sentiero dei nidi di ragno: “Per mesi dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura; la mia storia personale mi pareva umile meschina; pieno di complessi, d’inibizione di fronte a tutto quel che mi stava piu’ a cuore.”
Calvino esce dall’impasse con un romanzo in pieno stile “calviniano” pieno d’immaginazione e poesia, il cui protagonista e’ un adolescente in una brigata partigiana strampalata che gioca alla guerra senza accorgersi che e’ la guerra a prendersi gioco di lui.
Nella stessa prefazione Calvino scrive: “E fu il piu’ solitario di tutti che riusci’ a fare il romanzo che tutti avevano sognato,quando nessuno piu’ se lo aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivo’ a scriverlo e nemmeno a finirlo (Una questione privata), e mori’ prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’e’, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione e’ compiuta, solo ora siamo ceti che e’ veramente esistita: la stagione che va dal Il sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.”

Il libro di Fenoglio sulla guerra partigiana, il piu’ citato e’ Il partigiano Johnny, anch’esso uscito postumo la cui stesura puo’ essere considerata il completamento del progetto avviato con Primavera di bellezza, pubblicato quest’ultimo diversi anni prima della morte dell’autore.
Sono storie che catapultano immediatamente il lettore in un altro posto, in un altro tempo e forse in una dimensione a meta’ fra la memoria e l’oblio.
Prima di tutto ci sono uomini e donne tutti diversi fra loro, i buoni non sono tutti da una parte e lo stesso concetto di male non ha contorni definiti: “E qui siamo tutti uguali – disse Cobra (…) -Qui i figli di papa’ non funzionano. Perche’ se funzionassero anche qui come nell’esercito…” Pero’ finche’ Giorgio “pigiama di seta” non crea problemi e’ come gli altri, stessi doveri e stessi diritti. Tutti uguali ed incredibilmente diversi con esperienze e linguaggi diversissimi e poi la consapevolezza amara della vita precaria: “Non poteva piu’ vivere senza sapere e, sopratutto, non poteva morire senza sapere, in un epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati piu’ a morire che a vivere.”
In questo romanzo sono condensate la furia della ribellione, la passione per la liberta’ e la commozione per le vite accennate nell’incontro di sguardi e nello scambio veloce di parole bisbigliate. Ed e’ difficile ascoltare parole come proiettili che passano vicini e lasciano cicatrici che fanno male al cambio di stagione. Scriverle per chi le ha vissute dev’essere traumatico come per il fascista con cui il libro si avvia a conclusione: “Il tenente resto’ fermo un attimo solo, poi si riporto’ in fretta verso il centro del cortile. Ma anche li’ non si senti’ di rimanere, quasi che la raffica potesse uccidere anche lui attraverso il muro.”
Fortunatamente Calvino e Fenoglio sono riusciti a trasmettere ben piu’ della testimonianza dei reduci, loro sono riusciti a ricreare la stessa atmosfera senza retorica e penso che leggerli sia la maniera migliore per capire il significato del 25 Aprile.

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