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Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Indossando “Gli impermeabili” con Mara Venuto. Intervista

mara 3 Qualche volta, raramente, capita d’incontrare pwersone belle dentro e fuori. Determinate ma gentili, dolci ma sicure delle loro idee, non impongono sorrisi ma regalano momenti di benessere e ti conciliano con la vita.

Parlo della poetessa tarantina Mara Venuto che, negli ultimi tempi sta facendo il giro del mondo con le sue parole. Il suo monologo teatrale “The Monster” è tra i finalisti del Mario Fratti Award 2014, prestigioso premio di drammaturgia italiana a New York, ed è pubblicato da Edit@ Casa Editrice & Libraria. Il testo è portato in scena con successo nel dicembre 2016 dalla compagnia teatrale Voci del Mare.
La sua silloge “Gli impermeabili”, pubblicata nel 2016 da Edit@ Casa Editrice & Libraria – ha ricevuto una menzione di merito al Premio internazionale Piero Alinari 2014 e una selezione è inclusa nella rivista plurilingue Italian Poetry Review, creata e concepita all’interno della Columbia University di New York.
Nel 2017 la sua raccolta di poesie Mazzi di carte sparse è tradotta in polacco, e sarà pubblicata in Polonia dalla casa editrice Ibis.

La poesia di Mara Venuto non si compiace di se stessa, ha un messaggio per il lettore ma, forse, anche per l’autrice… quale?

Prima di essere Poeta sono una lettrice di Poesia, e non cerco risposte nei versi quanto nuove domande. Allo stesso modo, come autrice non ho ambizione di trasmettere messaggi ai lettori, ho il desiderio che attraverso le mie parole, che parlano di vita e nascono da un’osservazione intima profonda, la quotidianità sia trasfigurata dalla scoperta della minuta bellezza che c’è in ogni vissuto, mi interessa risvegliare l’attenzione sui significati che suscitano eventi ordinari, valorizzare il ritmo e la musicalità con cui la mente traduce le emozioni in immagini poetiche.

Il tempo ha una dimensione personale che non sempre scorre con lo stesso ritmo della realtà esterna. Dallo scontro tra questo tempo interno e quello esterno derivano i pezzi frantumati che la poetessa sembra cercare di ricomporre?
Trovo molto interessante e appropriata questa intuizione: la Poesia ha un ritmo tutto suo e un andamento intimo che definirei “sincronico”, ossia sviluppato in un esatto momento che resta per sempre. La Poesia ferma gli attimi, li osserva, li racconta, li qualifica e li eterna. Senza dubbio ha una dimensione temporale avulsa dalla realtà esterna. La Poesia accade in quello spazio intimo, in quella “cella interiore” per citare Caterina da Siena, in cui è possibile incontrarsi nel silenzio, nell’attesa, trascendendo la propria realtà.

Una pelle che la protegga senza nasconderla come trucco, una pelle che non ceda alla lusinga delle macchie ma che non la soffochi… una corazza dignitosa… in che cosa consiste questa difesa?
La pelle è il rivestimento che ci tiene in contatto con il mondo, è l’involucro sottile e delicato con cui, nudi, nasciamo, è lo strato di protezione minima con cui ci troviamo a esistere. E’ una metafora a me cara, attraverso cui è possibile esprimere la consapevolezza della fragilità e gli impulsi naturali di protezione, per pudore o paura. Il lavoro poetico di scavo interiore induce inevitabilmente alla conclusione che nessuna difesa sia davvero possibile. La vita, spesso, richiede uno sforzo eroico, e accade di vivere come si può, più che come si dovrebbe, tuttavia, nella fasicità dell’esistenza c’è la sua grandezza, c’è il sollievo nel dolore e, nella gioia, l’obbligo di godere pienamente.

Qual’è “il resto di sempre”?
E’ la ricchezza di ogni istante, la bellezza del presente che non ritorna, è il futuro che resta un’utopia, un vagheggiamento che imprigiona se non c’è prima la coscienza delle possibilità che esistono nel “qui e ora”.

“Mi ha già punita il cane che mi ignora”… Quanto è importante riconoscersi ed essere riconosciuta?
E’ il grande dolore di questa epoca impregnata di egotismo, consapevole o inconsapevole che sia. E’ sempre più difficile “autoriconoscersi”, legittimare la propria esistenza quando non luccica, non brilla sotto luci artificiali, non suscita applausi e sguardi di ammirazione. Senza specchiarsi negli altri sembra di non esistere, ma non appaga più la stima e l’amore delle persone più intime, c’è bisogno di grandi numeri, e non importa se si tratta di sconosciuti su una piazza virtuale in cui è più facile cliccare sul tasto “like” che non salutare con un “buongiorno” in ascensore… Sono le contraddizioni di un tempo che spinge troppo verso l’esaltazione individuale, nella scomparsa del sentimento di comunità e di ideali che trascendano i singoli.

Un posto ricorrente fra i suoi versi, lo occupa “l’acqua”. Strizzando l’occhio ai simboli di valenza psicologica l’acqua significa vita. In estrema sintesi di questo trattano le sue poesie… di vita?
Parlano della mia vita, nei suoi aspetti più ordinari e comuni a tutti, pertanto, un rispecchiamento da parte dei lettori è sempre possibile. Mi interessa lo scorrere dell’esistenza senza gloria, nelle sue fatiche e dubbi, mi appassionano le contraddizioni, le ombre e le cadute, inframezzate sempre da piccoli bagliori splendidi, offerti dall’incontro con la natura, con noi stessi e gli altri.

Lei ha dei poeti preferiti o delle poesie particolari che illuminino qualunque sua solitudine? Da ragazza amavo molto i classici, i poeti latini Catullo, Saffo, Lucrezio. Poi mi sono appassionata a Torquato Tasso e a Foscolo. Successivamente ho amato i contemporanei Prevert, Neruda e Hikmet, oggi prediligo la Szymborska, Franco Fortini, Antonia Pozzi, Derek Walcott, Alfonso Gatto, il poeta del Sud Vittorio Bodini e Maurizio Cucchi, forse il più noto poeta italiano vivente. Ma trovo estremamente ispiranti anche alcuni poeti purtroppo poco conosciuti fra i non addetti ai lavori, come i compianti Claudia Ruggeri e Beppe Salvia.

Se dovesse dare indicazioni a poeti esordienti, considerando anche “Chicchi di melograno” che cura per Edit@, cosa direbbe? Direi di leggere tanta Poesia contemporanea. Di leggere Poesia, prima ancora di scriverla. Contemplare l’esistenza ed esprimerla in versi è un naturale istinto e anelito dell’uomo, è un atto devozionale prima ancora che creativo e merita rispetto. Tuttavia, occorre distinguere l’espressione intima scritta, per quanto delicata e gradevole, dalla Poesia contemporanea che ha un suo linguaggio. Spesso sento obbiettare che la Poesia oggi è costruita: è vero, lo è, e ciò è positivo perché implica un lavoro intellettuale oltre che emotivo del Poeta, uno studio, una riflessione sul verso. D’altronde, se in passato i poeti scrivevano rispettando la metrica o la suddivisione in quartine o terzine, anche oggi, pur con la liberazione del verso, la Poesia non può essere puro impulso, nasce sempre da un’ispirazione contingente ma poi deve fare un passo in più. Diversamente, sciatteria e banalità sono in agguato…

Il teatro è un’altra delle sue passioni, un’espressione fisica, corpulenta eppure nei suoi versi lei sembra voler sfuggire alla materialità delle forme. Come si conciliano teatro e poesia in Mara Venuto?
Sono due delle anime che, artisticamente, ho dentro di me, esprimono aspetti che coesistono nella mia natura e nelle mie espressioni letterarie. Credo che ognuno abbia in sé molteplici sfaccettature, spesso conosciamo o esploriamo solo le più evidenti o prevalenti. La scrittura mi permette di osservare e dare voce a differenti inclinazioni, senza paure o censure, dando libertà a ciascuna di esse nel momento in cui le sento affiorare e chiedermi, con urgenza, di farle vivere.

Lucia Pulpo

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