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Presentazione a Ferragosto, di Cosimo Argentina

28 Boccioni - La risata
Arrivo alla presentazione alle otto in punto. Presentare un libro il giorno prima di ferragosto è un suicidio, ma siccome sono a Taranto va bene. Va bene così. La ragazza che mi presenta ha letto Carnivori e la chiacchierata è piacevole. Con noi al tavolo una specie di direttore di un giornale web. Una testa di cazzo. Uno di quelli che sfogano le frustrazioni del loro fottuto niente in soliloqui paranoici parlando di tutto e il contrario di tutto offrendo alla platea banalità una sull’altra. S’è presentato con la collaboratrice che in realtà è la solita bellona di plastica e meche che il fottuto si tromba in scopate dove ognuno dei due sta attento a non sciupare la pettinatura.

La ragazza che mi intervista dice la sua e ci scambiamo qualche considerazione interessante. C’è poca gente perché a ferragosto è molto meglio rosolare un maiale in spiaggia che stare a sentire le farneticazioni di un narratore da strapazzo. Il rott’in culo direttore ombra di un giornale ombra fa il suo, di intervento. Nessuno capisce un cazzo di quello che dice tranne un paio di leccaculo e l’amante di plastica che lo ascolta come un pellegrino ascolterebbe Barabba per il semplice fatto che costui ha conosciuto Gesù. Alla fine mi alzo, stringo la mano alla giornalista, mi accendo una sigaretta e esco all’aperto. In un parcheggio sterrato un uomo con un cappello indica con una torcia le auto in sosta. Oltre, la scogliera di Torre Ovo è lava pietrificata e arenaria miscelati dal miglior barman dell’universo.
Un ragazzo mi si avvicina e mi chiede una sigaretta. Fumiamo insieme e lui mi fa che è stato bello ascoltare le paranoie di uno scrittore. Non fosse stato per l’intervento a cazzo di cane del direttore del giornale sarebbe stata una bella serata. Facciamo un paio di battute sull’amante del direttore e sul suo vestito da albero di natale sminchiato, poi saluto il ragazzo e rientro. Il profumo del mare di Taranto è vasto e assoluto anche quando deve fare a cazzotti con le polveri sottili per restare in etere. La giornalista mi guarda perplessa. Non preoccuparti, Maria, tutto a posto. Raccolgo le mie cose e mi dirigo verso la Dacia in silenzio. Un cane attraversa un reticolo sfondato e i cuscinetti delle sue zampe si impigliano alle maglie della rete. Su uno sperone roccioso i resti di un’antica città sepolta mi fanno pensare che alta forma umana e misere vestigia si mescolano a Taranto come l’arenaria e la lava o l’aria del mare e le polveri sottili. Qualcuno alle mie spalle in dialetto sta parlando con il posteggiatore.
Apro la portiera e penso che mi piacerebbe ambientare un romanzo da queste parti. Magari lo farò. Ma non ho certo intenzione di iniziare a ferragosto.

Cosimo Argentina

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