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Il fantasma di Laclos e l’apparizione di Michele – Capitolo cinque

imm. fantasma Marcare stretto un avversario in campo durante una partita a pallone, è un’azione dovuta che fa parte del gioco. Tampinare una vittima, invece, non è utile per indurla e convincerla a rimanere a giocare con l’aguzzino, provocherebbe una fuga celere, oppure una difesa violentemente aggressiva, in tribunale si omaggerebbe col titolo di stalking.
Aiace riflette, tutto questo modulo complesso, nella pozzanghera d’acqua dove non trova via d’uscita, confuso fra la voglia di mettere alla prova Ippolita e il timore di perdere la spe¬ranza di far la breccia di Porta Pia.
Impacciato come un nuotatore cui legano le mani prima di tuffarlo in vasca. Deve fare la cosa giusta: meglio che galleggi inerte col naso all’in su.
“Aiace, possiamo continuare oppure, oggi, saltiamo il pranzo? Inutile che continui a guar¬dare quella brutta faccia, non le metti paura, quella rimane lì, devi persuaderti a tenerla nella buona e nella cattiva sorte”.
“Di che parli? E perché state fermi e impalati come stoccafissi? Andiamo, non c’è niente da vedere qui”.

“Ehi, mister ultimo arrivato, meno arroganza. Ti abbiamo seguito ma non comandi tu.”
“Vorrei evitare altri incontri. Mi sono stufato di vedere gente che gioca male e non posso interve¬nire a mostrar loro come si fa, devo ammiccare, devo soprassedere e magari sorri¬dere. Si cre¬dono bravi e mi fanno perdere tempo e pazienza”.
“Vuoi cambiar mestiere? Possiamo trovare altri più motivati dalla paga al posto tuo”.
“No, per favore andiamo. Se Margherita tornasse alla carica reagirei senza troppi conve¬nevoli”.
-Margherita, chissà se ci hanno creduto, come se quella potesse essere un problema, solo uomini piccoli vedono in piccoli contrattempi dei grandi ostacoli. –
I tre tornano, speditamente, dai colleghi.
Un piatto colmo di pasta con un sughetto di po¬modoro nel quale deve essere passato un pesciolino che ha lasciato le spine, qualche squama e una pinna.
Il pane è quello avvolto nel cellophane, da bere un po’ di aranciata senza zucchero (che è più dis¬setante, soprattutto se servita annacquata). La frutta è un omaggio dell’isola: gustosissi¬mi fichi d’in¬dia con spine incluse. Un pasto da uomini duri che sopportano il dolore e dige¬riscono tutto.
“Quando vengono di mattina, potrebbero portarci del pane fresco e delle mozzarelle colan¬ti di latte… “.
“Nient’altro? Vorresti che Hammurabi si trattenesse fin dopo il pranzo per farti digerire me¬glio?”.
“No, però un panino con mortadella fresca e birra bionda e spumeggiante… ”
“Birra o bimba? Fanno sudare entrambe Il capo tiene al nostro morale alto. Col sudore co¬lano a picco tutti gli entusiasmi. Non ne vale la pena. Alza il calice e brindiamo, con l’aran¬ciata, in alto i cuori chissà che non si alzi anche la paga!”.
“Al bar esaudiscono tutti i desideri, birra, gelato e pop corn. Lasci il portafoglio e compri la felici-tà, basta chiedere!”
-Ippolita, potrei trovarla al tavolino per il caffè digestivo. Vado prima che si dimentichi di me-
Con lo sprint dei fuori serie Aiace si alza dichiarando di voler consumare un buon caffè con la schiuma del¬l’espresso da professionisti. Franco, soddisfatto della propria cucina, sorride pen-sando alla molla che ha fatto scattare l’amico, fra gli ingredienti usati dovrebbe intro¬durre il bro-muro prima che divampi l’incendio della… gastrite.
Aiace arriva in tempo per vedere Ippolita alzarsi dalla sedia e mettere un piede davanti al¬l’altro in direzione opposta rispetto al punto cardinale sul quale si è piantato lui. Un tavolino per due, se fosse arrivato un attimo prima avrebbe potuto dirle qualcosa, farsi guardare negli occhi, cal-mare il tumulto del respiro affannato nel rincorrere i passi di lei, ormai anda¬ta.
Il peggio è che Ippolita l’ha visto fermo, indifferente e taciturno. Presa da un malinconico sconforto, pensa:- Henry Fortino, nel film sui naufraghi dice che la donna compare e l’uomo la ama, ma Aiace appe¬na mi vede rimane impietrito nemmeno io fossi quella coi serpenti nei capelli-.
Un raggio di sole sfuggito alla barriera vegetale si frappone fra i due innamorati delusi, li separa quasi sanci¬sce la rottura definitiva della loro intesa idilliaca.
Dopo uno spasmo, come un singhiozzo trattenuto o una lacrima estirpata dolorosamente con la radice ocula¬re, il vigilante si siede, non ha saputo vigilare sui suoi interessi perso¬nali ed allora meglio bere caffè senza zucchero che copra l’amarezza e la delusione del suo fallimento.
-Non si è fermata, mi ha visto e non ha nemmeno rallentato. Ha perso l’occasione per ri-scattarsi agli occhi di tutti. Nessuno la considera degna d’attenzione. Aveva trovato me, e mi snobba così, senza nemmeno un’esitazione. Cosa crede che sia uno sfigato in cerca d’elemosinare un po’ di compagnia? Quella che rimarrà zitella è lei. Devo rimarcare i limiti dello spazio che ha in¬torno, così si accorgerà che è vuoto e verrà lei a cercarmi. Devo aspettare che la mosca si avvi¬cini, devo tessere la mia ragnatela come Penelopa, il resto è storia già cantata-.
“Posso sedermi qui, oppure prendere questa sedia?”
“Ah, professore, ma la tela di Penelopa come era fatta?”
“Curiosa domanda visto il posto e l’ora! Comunque quella tela era famosa perché era la scusa con cui Penelo¬pe teneva lontano i Pretendenti a nozze ed al trono di Itaca. Era una tela come s’intesseva allora, ma lei di notte sfaceva quanto fatto il giorno per prolungare i tempi della la-vorazione”.
“Allora non è per me”.
“Vuoi imparare a ricamare o cosa?”
“No, niente del genere. Ricordavo male la leggenda. Io non sono una donnicciola indifesa che cuce e scuce, preferisco andare a pesca, osservare dove sia la tana, stanare i polipi e metterli nel sugo senza dovermi affo¬gare ogni volta che mangio la pasta di Franco con la lisca dei pesci”.
“Il tuo discorso è confuso. Che ti hanno fatto ingerire a pranzo?”
“Spine al sugo con contorno di pasta. Devo far qualcosa, la stagione è lunga, continuare in que-sto modo mi uccide. Chi la dura la vince e vince chi fugge”.
“In amor vince chi fugge, ma non dura. Forse il tuo caffè è corretto? Il tuo discorso sembra ubriaco. Devo an¬dare a riposarmi, ci vediamo dopo, con Penelope. Ciao”
Aiace deve andare anche lui a lavorare, ormai è arrivato il traghetto del pomeriggio, quello con l’ultimo cari¬co di “turisti per caso” in cerca di refrigerio dalla bassa pressione della cit¬tà. Il tra-ghetto attracca con meno professionalità rispetto all’Alì Sinem Bessà, un colpetto di collisione col molo avverte i passeggeri di aver toc¬cato terra, lanciata l’ancora sul fondale e la cima ad Aiace, inizia lo sbarco sulla Luna.
Ippolita sa benissimo che Aiace è là, che tocca a lui, e se andasse a salutarlo lui non po¬trebbe girare i tacchi, il dovere prima di tutto.
-Lo costringo a parlare con me. Senza scampo. Però io non ho bisogno di lui. Che crede di es-sere l’unico ra¬gazzo sulla faccia della terra? L’ultimo, l’ultimo che cercherei se non ci fosse più nessuno-.
Rincuorata dal pensiero che Aiace è lì, e che egli sia consapevole del fatto che lei sappia che lui sia lì, Ippolita prende in mano il molecolare e controlla la posta elettronica con un sorriso mali-zioso sulla punta delle lab¬bra.
Nessuno potrebbe sospettare nulla circa il loro appuntamento mancato, quindi nessuno potreb-be incol¬parla di aver ferito a morte l’Adone di turno, e poi è stata auto-difesa perché lui ha colpi-to per primo al bar. Delitto perfetto, vendetta compiuta.
Nessuno sospetta l’esistenza di Lia, nessun sospetta la diabolicità di Ippolita, nessuno sospet¬ta che c’è qualcu¬no o qualcosa da sospettare.
Senza le aspettative di un pubblico curioso svani¬sce, anche, la mostra della se¬gretezza, si dis-solvono le luci della ribalta e Ippolita, per la prima volta si sente sola, Lia non rie¬sce a raggiun-gerla, e mancano ore al traghetto del ritorno. Non resta che accendere il walk-man, mettere le cuffie, chiudere gli occhi.
La sdraio della musicologa è sistemata lontana dagli occhi indiscreti del babbo, lonta¬na dalle corse dei bambini svegli e picciosi, in prossimità del fresco vicino alle docce.
In quel punto si apre quasi uno spiazzo ben visibile dalla collinetta che si alza nella pineta proi-bita ai passeggeri dello zatterone ma, non all’equipag¬gio. Mentre ella si rosola beata¬mente al sole.
Nel bel mezzo della calma piatta di un giorno di sole, si forma una trombetta d’aria che corre da una punta all’altra in cerca di ossa da buttare a mare.
Succede da quando i pescatori gettarono a mare le ossa di un francese che comandava l’artiglieria di Napoleone.
Il mare, a sua volta, gettò le ossa sull’isola di Peitrasanta, la gemella della tomba originale… ora, il fantasma de “le relazioni pericolose” cerca di trovare l’osso da buttare a qualche cane con le pinne sperando così di ritornare a casa per la pace dei posteri. Il guerriero con pennino era venuto per fortificare l’avamposto della conquista di Malta e dell’Egitto ma fu insignito della febbre letale in seguito a dissenteria.
Oggi, il vortice di Pierre Ambroise Francoise de Laclos ha altri progetti e si dissolve dopo pochi pass.
Intanto, i nuovi arrivati con l’ultimo traghetto, corrono in cabina per togliere le scarpe e gli indu-menti, poi si dirigono verso la riva cercando di mostrare disinvoltura, ma i piedi scalzi sono im-mancabilmente gonfi e, non permetto¬no un’andatura elegante. Nonostante gli sforzi, gli atleti del¬l’ultimo tram, non sono veri attori, la loro è una comparsa fugace destinata ad essere dimentica¬ta in fretta al primo suono di sirena.
Arri¬vano nel pomeriggio, dopo una mattinata di lavoro, di preoccupazioni, di affanni, l’isola è, per loro, una sosta di galleggiamento, non un impegno di vita esemplare.
“Scusa, posso aprire un ombrellone nella prima fila, vicino al mare?”
“Non sono un bagnino, perché lo chiedi a me? Quelli chiusi sono liberi”
“Grazie, è la prima volta che vengo, anche se dovrebbero esserci i miei amici. Antonella e Fa-brizio, li conosci?”
“Non credo siano da questa parte. Prova a vedere più in là, poca gioventù in queste cabi¬ne”.
“Vado a bagnarmi, poi mi porti tu dalla gioventù, non vorrei sbagliare reparto, solo un tuffo e vengo a pren¬derti”.
Ippolita non da confidenza a certa gente, grosso con una piega sulla pancia sotto le mam¬melle col pirsing al capezzolo. Tuttavia ha una voce gentile ed il costume a pantaloncini, nessun’esibi-zionismo, nessuna ipocrisia né aggressività nei suoi modi un po’ lenti e, tutto sommato, innocui. Le vibrazioni della voce sono continue ma non pre-pagate, il volume e il tono sono a media fre-quenza e l’accento non presenta inflessione dialettale. L’altro lato della spiaggia è un’alternativa mai considerata valida.
-Parla di amici, non mi sembra pericoloso, lo tengo a bada con uno schiocco di dita, alme¬no è un diversivo, non ho niente da perdere, qui comando io, lui è straniero, deve stare at¬tento a dove mette i piedi e lascio Aiace a guardare a bocca asciutta mentre io mi diverto!-
“Missione compiuta, sudore colpito e affondato, mi sento rinato. Lascia le cuffie, così mi spieghi come funziona l’organizzazione della spiaggia, mi hanno accennato a delle regole, dei divieti… intanto mi presento: sono Miche¬le Matido e lavoro alla posta, vengo pro¬prio dall’ufficio”.
“Il mio nome è Ippolita e non mi piacciono diminutivi o vezzeggiativi di alcun genere. La¬scio il sonar e ti ac¬compagno, ci vediamo al bar, incamminati”.
“Tranquilla, non voglio abusare della tua disponibilità. Preferivo però, camminare sulla sabbia calda mentre il costume sgocciola, andando al bar lascerei molte tracce e qualche sternuto”.
“Fa lo stesso, inizia ad andare che ti raggiungo in spiaggia all’altezza del bar”.
“Bene, anzi grazie, a me un espressino senza cucchiaino”
“Nessun’altra pretesa, oh sultano del timbro sbagliato?”
“Cerco d’adattarmi a sua Grazia, non è facile non sono sicuro di parlare la stessa lingua ma, confido che lei sarà magnanima nell’indicarmi la via della luce”.
Ippolita rimane spiazzata dalle riverenze di Michele. Un ragazzo col naso piccolo e aggra¬ziato con un corpo ingombrante senza cicatrici e con scarsa peluria perfino sui polpacci.
-Fabrizio mi aveva avvertito che la selvaggina autoctona è dura sfilacciosa e poco saporita, ma non voglio imbandire banchetti, niente gare e lotte per la conservazione di cibi esotici, l’orario di lavoro è finito per oggi. Se morde la lascio abbandonata alla sua sdraio-
Aiace segue la scena dalla sua postazione collinare. La sorpresa di vedere la muta parlare con uno sconosciuto qualunque lo rattrista. Forse quello è il cavallo con cui la difesa di Tro¬ia sarà espugnata. Ippolita guarita dalla sua ritrosia congenita, avrà bisogno di chiacchierare, e bat¬tere un rivale fisicamente poco attrezzato è facile per chi gioca in casa.
In spiaggia ci sono mamma e papà che controllano a vista i respiri della figlia troppo inge¬nua per la società attuale. Ippolita va al dondolo in fondo alla serie di spogliatoi, di lì scende per rag-giungere l’emiro del francobollo.
“Se li troviamo subito, ti faccio sentire musica decente suonata dalla band di Fabrizio. Gli ho dato la registrazione del loro concerto di sabato scorso”
“Che musica suonano?”
“Rap, di quello autentico. Se l’ha portata, devi assolutamente sentirla”
“Se, se, la storia non si fa con i se. Il rap non mi piace granché”
“Sua Eccellenza cosa ascolta: “amore, cuore, dolore”, lagne per tutti i tempi? Oppure sei una metallara dura e pura “sesso e sangue” sul tavolo in cucina e dove capita per la stra¬da?”
“In medio stat virtus… hai idea di quel che significa? I’m simple the best with the PoP mu¬sic”
“La verità non è un compromesso, la tua virtù coincide con la mediocrità diffusa nel branco delle bestie?”
“Le bestie sataniche ballano il rock, non lo sai? E si riempiono di tatuaggi e pirsing e dico¬no fes-serie giusto per darsi un tono, ne hai incontrate mai nel tuo specchio?”
“No. Magari ora che ho incontrato te riconoscerò anche loro”.
“Che tesoro. Preoccupati della tua ignoranza miope, la musica la scelgo da sola senza i tuoi consigli da uomo lupo spelacchiato”.
“Quella è Antonella, ma perché ha la maglia? Speriamo non abbiano litigato, voglio scher¬zare e rilassarmi, ho avuto una giornataccia in ufficio, domani continueranno le beghe. Ho bisogno di una tregua disarmata. Casomai ci tuffiamo, vediamo chi arriva prima al pedalò dei bagni¬ni, gli chiediamo se ci fanno fare un giretto?”
“Appena quelli ti vedono si spaventano e ti danno un remo in testa, altro che girino e ranocchio. Rospo, sire dei miei stagni, affogati tu e madama Antonella”
“Sì, hai ragione ho esagerato, sono stanco e non controllo i miei versi. Vieni con me, ma¬gari mi sbaglio e facciamo due tiri a Pallavvelenata”.
“Non eri stanco? E non volevi farmi sentire musica celestiale?”
“Ciao Antonella, sono arrivato, come va?”
“Fabrizio è andato via prima di pranzo. Hanno telefonato per dirgli che stasera devono pro¬vare e bla, bla, bla, è andato via prima del necessario. Non ne voglio parlare, scusami, pre¬ferisco sta¬re da sola”.
“Menomale che c’è Ippolita ad alleviare le mie pene!”
“Menomale che non c’è Nerone…la conosci questa canzone oppure è troppo classica per la tua sensibilità artistica?”
“Guarda, ti sta chiamando il bagnino col remo in mano, corri vai, non farlo agitare, aiutalo anzi, porgigli la testa vuota che hai, così fa subito il suo dovere di salvare la pace dei ba¬gnanti met-tendoli al riparo dalla tua presenza”
“Tu ci sei o ci fai?”
“Faccio, e faccio male. Speravo di buttare a mare amarezza e avvilimento e mi ritrovo solo in una landa sconosciuta con una tipa che mi chiama rospo e pure spelacchiato”
“Non te la prendere perché, tanto, non te la do e non ridere , che ti vengono le rughe e prendi il fa¬scino dell’avventuriero solitario dopo la caduta dal cavallo”
L’eco delle risatine dei due non arriva ai signori Pace, però la vedetta nella boscaglia ha letto ogni parola sul viso dell’amata. Aiace le ha sussurrato: “Ci sono”, nessuno lo ha senti¬to.

Comments

  • Leonardo Agosto 29th, 2015 at 12:50

    Lucia, il tuo romanzo si fa sempre più intrigante con la contrapposizione tra i titubanti eterni indecisi e quelli “risoluti” che “sembrano” avere partita facile. A lume di naso, sono convinto che spesso sono i timidi a fare più tenerezza e .. alla lunga …
    Ciao Lucia e .. grazie per questo delicato affresco che abbraccia tante tematiche e le affronta con un tocco leggero, quasi surreale.
    Ciao.

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