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Perdono e Passione in cammino per assicurarsi il dono dell’amore

I riti della settimana santa a Taranto sono più di uno spettacolo per curiosi con sfilata di statue e uomini incappucciati. Il padre di mia nonna che viveva lontano tornò a Taranto per i misteri della settimana di Pasqua per poi morire in pace. Fu lo stesso per mio padre e per molti tarantini “veraci”. Certo è tradizione comandata quella di assistere e partecipare alle processioni, una maniera per espiare le colpe ed ottenere perdono almeno dalla propria coscienza. Così un atto di contrizione diviene una festa, la festa della redenzione assicurata, l’appuntamento fisso di primavera, il ritorno delle rondini sui tetti e degli emigrati a casa. La sofferenza e l’umiliazione dei penitenti è la maniera sicura per ottenere la Grazia e tornare al pieno godimento della vita. Insomma un sacrificio benedetto dai frutti che comporta. Tutto inizia con l’asta delle statue il pomeriggio della domenica delle Palme, poi i sepolcri il giovedì e le poste dei perdoni annunciati dalla “Troccola”, anzi fino all’immediato dopo guerra la Troccola era usata più diffusamente e portata dietro alla porta di ogni perdono per fargli da sveglia ed incitarlo a prepararsi.. Per i ragazzi era una specie di “tric-trac” come quelli che si scoppiano a capodanno per far rumore e festeggiare. D’altra parte, quello delle troccole è l’unico rumore permesso durante la settimana santa, fin dal medioevo, al posto dello scampanio delle campane che tornano a suonare per annunciare la risurrezione del Cristo. Le statue principali, ovvero l’Addolorata e il Gesù morto, risalgono al 1603, quando il patrizio tarantino, don Diego Calò, le fece costruire a Napoli per “importare” a Taranto la processione spagnola dei misteri. Anche la famosa “nazzicata” dei perdoni, il passo caratteristico lento e dondolante a ritmo di marcia funebre suonata dalla banda, perfino questo passo un tempo scandito dai tamburi e sfiorato appena dalla luce dei lumi vicini alle statue, è del tutto simile al mecido dei penitentes spagnoli. In particolare i penitentes di Siviglia dove il cammino è fermato dalle saeta che sono brevi componimenti poetici di origine gitana, per cui quando le nostre statue dondolano senza procedere in avanti è per ascoltare una delle saeta declamate da poeti lontani e senza voce. Secondo la ricostruzione di Peppino Vozza, l’erede del nobile Calò nel 1765, donò le statue alla confraternita del Carmine delegando a quest’ultima l’organizzazione della processione. Nicola Caputo (esperto e cultore) osserva che i riti pasquali a Taranto hanno perso parte del loro fulgore come accade per spettacoli demodè, perpetuati per convenzione più che convinzione. Come se i tarantini avessero perso fiducia e speranza nel proprio riscatto, una mancanza d’amor proprio che non porta nulla di buono.

di Lucia Pulpo pubblicato su Cosmopolismedia il 31/3/2012

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