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Caro precario, ti scrivo…

Caro precario, ti scrivo…

colonnello copertina  Leggendo “Nessuno scrive al colonnello” di G. Garcìa Màrquez, ho pensato a noi, generazione di precari: quando da vecchi aspetteremo il miracolo della pensione…

Certo Marquez non lo sapeva ma il passato non è sepolto e il futuro non porta sempre frutti nuovi e succosi…

Bevve il caffè nella sartoria mentre i compagni di Augustìn sfogliavano i giornali. Si sentiva defraudato. Avrebbe preferito rimanere lì fino al prossimo venerdì per non presentarsi a casa da sua moglie a mani vuote. Ma quando chiusero la sartoria dovette affrontare la realtà. La donna lo stava aspettando.

Niente? Chiese

Niente rispose il colonnello.

Il venerdì seguente tornò alle lance. E come tutti i venerdì tornò a casa senza la lettera attesa. Ormai è inutile sperare gli disse quella sera sua moglie. Occorre proprio avere la pazienza da bue che hai tu per aspettare una lettera quindici anni. Il colonnello si coricò nell’amaca a leggere i giornali.

Bisogna aspettare il turno disse il nostro numero é 1823.

Da quando stiamo aspettando questo numero é uscito due volte alla lotteria ribatté la donna.

Il colonnello lesse, come sempre, dalla prima all’ultima pagina, annunci inclusi. Ma questa volta non si concentrò. Durante la lettura pensò alla sua pensione da veterano. Diciannove anni prima, quando il congresso aveva promulgato la legge, si era cominciato un processo di giustificazione che era durato 8 anni. Poi ce n’erano voluti altri sei per essere incluso nei ruoli. Quella era stata l’ultima lettera ricevuta dal colonnello.”…

10 Comments on "Caro precario, ti scrivo…"

    Caro Nicola, il colonnello muore di fame ma in tutto il romanzo mantiene una dignità che vince su tutto e prima del gallo a cui continua a dare da mangiare sperando che possa vincere tutti nell’arena.

    Raffaella, permettimi di sottolineare l’intelligenza del colonnello che aspetta i soldi della pensione per mangiare e intanto, cresce un gallo da combattimento per arricchirsi con le gare nell’arena.

    Voglio solo aggiungere una cosa che mi ha molto colpito quest’estate: in egitto mi sono trovata in mezzo a gente povera economicamente ma piu’ ricca di noi. In mezzo a miseria, sporcizia e deserto avevano una grande ricchezza: il sorriso. Noi abbiamo tanto ma alla fine siamo poveri… Di animo e tristi!!!

    D’accordissimo con Raffaella………

    spesso in Italia sappiamo solo vedere il bicchiere mezzo vuoto senza considerare che un’altra metà è pur sempre piena.

    Ma che dite! Questo non è il bicchiere da giudicare e valutare, questa è la tristissima e durissima realtà! Se solo dieci anni fa qualcuno avesse pensato e detto di tutto questo, gli avremmo dato del pazzo e portasfiga.
    Ora viviamo solo di speranza e pensiamo “l’anno venturo sarà diverso” o “prima o poi arriva anche per noi”. Cara Raffaella, ormai il sorriso ce lo hanno distrutto e caro Nicola il bicchiere non è mezzo pieno, è proprio vuoto!

    Sì Valerio, ma mi ha affascinato un racconto che viene così da lontano e lo ritroviamo nella nostra realtà futuribile…impressionante, amaro e impressionante.

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