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Il monumento della storia

La storia di Taranto è scritta dalle pietre dei palazzi, delle chiese, delle piazze e delle stra­de nella città stessa. La città costruita e sedimentata sull’isola.
La bella Taranto baciata dal sole e dal mare, dove il tramonto è più rosso e lo Scirocco più caldo ed avvolgente che altrove; tuttavia questo magico incanto sembra definitivamente rotto da alcuni scorci di porte murate e sprangate, con l’erba che si arrampica sulle faccia­te degli edifici, l’isola sembra consegnata ai traffici illeciti di brutti ceffi dagli sguardi torvi, addirittura sembra necessario scrutarla da lontano come un rudere pericolante, no, non è così, questi sono particolari che offuscano la bellezza del quadro generale.
La dignità della città è incisa su quei mattoni che ora vediamo ricoperti da sporcizia dovuta alla nostra indifferenza verso il significato della loro stessa presenza. Ma è tutto lì, a porta­ta di mano basta sollevare i velo di fango che gli abbiamo gettato sopra.
La questione non è, semplicemente, estetica; sarebbe necessario recuperare il valore sto­rico della città-monumento.
Infatti restaurare non dovrebbe significare “togliere le rughe” per cancellare i segni del pas­saggio del tempo, quanto rinforzare il tessuto murario e rivitalizzarlo.
Il tempo aggiunge valore ai sassi, tanto di più ai documenti integri o quasi.
Adesso si tratta di conservare il bene “città vecchia” come enorme attestato della nostra storia. Questa è l’idea teorizzata da Cesare Brandi alla fine degli anni ‘60, il restauro come valutazione critica, come “il momento metodologico del riconoscimento dell’opera nella sua polarità storicoestetica”.
Concezione che si ritrova, anche, nel progetto di Francesco Blandino. L’architetto tarantino è stato l’unico a pianificare un intervento unitario per il recupero del nostro centro storico.
Un’azione seria prevede un’analisi accurata delle costruzioni, dei materiali, del suolo su cui sono edificate per studiarne le forze che agiscono su esse, per capirne le crepe e i perico­li. Ogni zona ha una sua storia geologica ed una propria peculiarità.
Ad esempio, in via Di Mezzo c’è un salto di quota fra la parte alta della città di origine gre­ca ed una parte bassa che corrisponde all’ampliamento di età bizantina, dunque diverso è il peso delle stratificazioni e diverse sono le fessure nelle costruzioni.
La consistenza dei materiali impiegati per erigere le mura è un dato da studiare, dettaglia­tamente, prima di avviare il consolidamento delle strutture, anzi Blandino studia anche il vento, l’esposizione degli edifici e l’umidità che si infiltra e sgretola la calcarenite. Tuttavia gli studi effettuati sulla morfologia locale non sono stati considerati sempre “attendibili” dal­le diverse amministrazioni pubbliche che si sono succedute negli anni, per cui i lavori effet­tuati hanno conosciuto direzioni diverse che si sono intralciate ed accavallate, provocando uno spreco di energie, d’occasioni per il sovvenzionamento economico necessario a ga­rantire il completamento dei lavori di tutti i comparti in cui l’isola è suddivisibile.
Operazione che dovrebbe essere compiuta nel rispetto delle tecniche adottate durante la costruzione originaria degli immobili; limitando al minimo i rifacimenti, purtroppo non è sta­to sempre così per l’isola vecchia.
Quasi inspiegabilmente gli errori ritornano, purtroppo la “testimonianza storica” di Taranto sembra riconosciuta a momenti, non ha un iter continuo.
Così inutile appare l’indagine sugli abitanti affezionati alle proprie case che, magari, vor­rebbero aggiustare e non lasciare, come hanno dimostrato gli inquilini delle case popolari della discesa Vasto.
Nel progetto Blandino, oltre allo studio delle “pietre” è contemplato un accurato “censimen­to” dei residenti effettivi per poter prevedere il ritorno degli stessi a lavoro terminato. Anche per questo il piano di ristrutturazione urbanistica della città vecchia di Taranto ricevette un riconoscimento ad Amsterdam nel 1975. Eravamo all’avanguardia, il primo restauro come conservazione della testimonianza materiale della civiltà fiorita “in loco”.
Da noi però, l’intervento pubblico è stato sbilanciato da quello privato, mentre quest’ultimo sarebbe dovuto essere guidato dal primo.
Certamente la sensibilità è cambiata rispetto a quando si pensava di radere completamen­te al suolo la città vecchia con le ruspe, ma non siamo ancora al riparo dalla violenza di­struttrice di allora. Colpevoli di un’ignavia desolante con cui ci condanniamo ad essere esuli in patria. Aspettiamo che tutti i fabbricati cadano giù, in pezzi, da soli, e la nostra idea di civiltà con essi? Aspettiamo la miracolosa scesa in campo di eroi privati che si addossi­no sulle spalle la nostra infelicità?
Recentemente l’assessore alla città vecchia è tornato sulla questione demolizione sia pure per lanciare l’idea di parcheggi per automobili, rovinare e cancellare definitivamente la sto­ria stratificata in quei metri significa che tutti i discorsi fatti ed i libri scritti sono inutili, l’i­gnoranza, la superficialità e l’incompetenza imperanti ci riportano indietro ai tempi dell’o­scurantismo medioevale, la città dobbiamo conservarla, studiarla ed integrarla nel nostro vissuto.

Aspettando Godot

 Nel 2003, Edoardo Winspeare girò, a Taranto, il film “Il miracolo” ; dove il protagonista, un bambino dodicenne della città, in seguito ad un grave incidente automobilistico, si risveglia con l’inverosimile capacità di risuscitare i morti dal loro sonno eterno. I genitori cercano di approfittare speculando su questo suggestivo potere “miracoloso” di Tonio per risolvere i propri problemi sia economici che sociali, ma la vera for­za del ragazzino è l’umanità dimo­strata nell’intessere un rapporto di amicizia con la sua stessa investitrice Cinzia, rea di non averlo nemmeno soccorso subito dopo lo scontro.

Questa storia potrebbe essere la trasposizione della teoria storicistica di Walter Benjamin esi­mio filosofo tedesco non abbastanza conosciuto in Italia.

Nelle Tesi di filosofia della storia (in Italia edito nell’antologia Angelus Novus a cura di Re­nato Solmi), il critico berlinese nega alcun valore alla concezione storicistica (o pseudo tale) secondo cui il progresso è un inevitabile miglioramento con happy-end garantito, la teoria “ottimista” secondo cui la storia s’identifica con la realizzazione del vincitore cancel­landone ogni colpa ed errore, rompendo ed azze­rando il, di lui, passato e “das Erbe” il pa­trimonio culturale che ha ereditato.

La storia del dux, del Salvatore, tecnicamente la concezione lineare del tempo è una visio­ne messianica, terribilmente in voga anche presso i miscredenti, ed implica la ri­nuncia al presente annichilito dall’attesa di un futuro migliore, piovuto come “manna dal cie­lo”. Non vale la pena sperimentare un “attimo” che sarà sorpassato ed arricchito di felici­tà. D’altra parte, per il nostro professore precario, la felicità è la ricompensa della umanità redenta, quella gens che si è impegnata ed ha affrontato e sconfitto tutti i nemici e tutte le paure.

Certo solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato vale a dire che solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti”. Il passato è un terribile cumulo di dolore ma, ridurlo ad ammasso di macerie non serve a nulla; invece cer­care un rapporto dialettico col “tempo che fu” significa interessarsi al significato del nostro presente per intuirne i pericoli, prevenirne le crisi ed accrescere la forza della civiltà tra­mandataci dalle generazioni precedenti.

Questa è la filosofia di un pensatore ebreo perse­guitato dal nazismo, una vittima che non si arrende allo sterminio ed erra per tutta l’Europa in cerca di salvezza senza invocare pie­tà; forse, però , il segreto del suo pensiero è che non si vergogna del suo passato, non rin­nega le sue origini invidiando lo status altrui; forse questi sono rancori che riguardano gli uomini piccoli, i nani lividi ed affamati che non san­no immaginare alternative al proprio egoismo, homuncoli spregiudicati che odiano tutto ciò che non porti il loro segno. Nella mia mente raffiguro così quei “benpensanti” che si ostina­no a chiedere la demolizione del passato rappresentato da edifici di fattura inadeguata ri­spetto ai canoni del confort moder­no ma non per questo possono essere considerati ruderi da disinfettare col tritolo. Cancel­lare ogni ricordo, ogni segno del nostro passato non ci ga­rantirà un futuro comodo, e nem­meno tranquillo perché omologare l’habitat intorno a noi ci costringerà a rimanere chiusi nella solitudine muta dei nostri pensieri riflessi nei muri che abbiamo eretto.

Non arriverà Godot per portarci via da questa morte o da questa pazzia.

Fino all’unità d’I­talia, a Taranto si poteva costruire solo entro le mura cittadine, per cui ab­battere vecchi edifici era indispensabile per costruirne di nuovi a costi meno elevati rispet­to a quelli necessari per il recupero degli immobili, tuttavia tale pratica non ha più ragione d’essere ora che la città si espande per oltre 220 kmq, in questi giorni difficili quando pochi sono i riferi­menti utili per orientarci e trovare la via per la salvezza, ancora discutiamo se abbandonar­ci all’oblio di noi stessi?

 

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