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Urtare la Vita

 Immerso nei pensieri quotidiani

non sempre mi rendo conto

d’essere circondato e confuso

in una nebbiolina

afa, calore,

nuvola

fra pioggia e smog.

 

La luce arriva filtrata

un chiarore indiretto

uno spettro di luce bianca

nessun sapore

niente vento.

 

Talvolta, però

arriva un vociare

un brontolio di fondo

quasi il suono di una voce che canta

o mugola

magari piange

o ride sommessamente

 

allora mi ricordo

di come mi piaceva danzare

di come mi piace nuotare

di come saprò volare

più in alto

di questa soffice nuvoletta

che dissolve il mio sguardo

per annichilirne la vivacità.

 

Bella polvere di cielo

basta un soffio

per squarciarne il velo,

un respiro profondo e convinto

un gesto sicuro malgrado

l’incertezza delle conseguenze

instabili sembrano anche i sospiri

forse sono sogni infranti

deludenti parvenze abbozzate appena

desideri non realizzati

per mancanza di coraggio o d’opportunità.

 

Galleggiante fra banchi di foschia

perdo la voglia di saltare

giocando alternando sorrisi

a inni di vittoria.

Nube cara alle anime belle

lasciami cadere lontano

preferisco urtare la vita

e sapere di farlo.

La maledizione della prima nuvola di diossina

  Qualche giorno fa, mi è capitato fra le mani un libro: La città delle nuvole, di Carlo Vulpio; un’inchiesta dedicata ai bambini di Taranto, a quei bambini che, il fantomatico Skanderbeg ha invitato a Chernobyl, garantendo loro un soggiorno salutare, sicuramente più salutare di quanto Taranto possa offrirgli adesso.

Il giornalista del Corriere della sera tratta, con estrema chiarezza, un problema serio che “investe” ed “atterra” la nostra salute ed ipoteca drammaticamente quella de nostri figli.

La gravità dei fatti esposti lascia senza parole, per questo ne voglio parlare attraverso la parodia, un antico esercizio per combattere la rassegnazione del silenzio.

Taranto, una città mitica che si affaccia sul mare e da questo riceve afa e nuvole infor­mi spinte dal vento di scirocco verso terra. In un giorno sudato di ottobre il viaggiatore, prota­gonista di questa storia, camminando nelle campagne subito fuori città s’imbatte in una massa di pecore costrette a salire su furgoni perché destinate al macello, tutte senza di­stinzioni di età o di pelo. Le pecore non sono stupide, non seguono il leader ma tentano di prendere strade differenti, s’impuntano, belano ma alla fine cedono con gli occhi bassi e lucidi. Forse gli occhi appannati sono quelli dell’osservatore perché i furgoni non sono pie­ni di bestiame ma di operai che vanno all’Ilva a lavorare. Cosa è successo? È cambiato il vento! Ora spira un fresco vento di tramontana con nuvole uniformi e cariche di diossina . La diossina è l’emissione d’aria respirata dal drago chiamato Ilva, un signor drago, enorme potente e sempre sveglio per mangiare l’acciaio che i suoi operai gli portano. Sì, i suoi operai perché è il drago che forgia i suoi uomini dalle pecore parassite che vivono a spese di campi incolti, ad operai che lavorano per garantirsi una morte onorevole fra leucemie e tumori.

Il cibo ferroso è accumulato nei parchi ecologici all’interno della cinta muraria del castello, in un giorno ordinario carico di nuvole omogenee il nostro curiosone s’intrattiene a conver­sare con le collinette di polvere ferrosa, animate, pronte a librarsi in aria e danzare oltre i confini della reggia, per portare la buona novella dell’incantesimo del drago, anche, ad al­tre specie di bestiame che, ancora, vivono in cattività nei boschi limitrofi.

Tuttavia, i guardiani del drago sono preoccupati perché il drago non respira al massimo delle sue potenzialità per cui decidono di scrivere alla Procura della Repubblica chiedendo un “aiutino” statale o mondiale… cosa fare per incrementare i respiri del drago?

Altissima, eccellentissima, magnificentissima procura suprema,

il drago Ilva è meridionale, onde per cui è indolente e non esaurisce le nostre aspettative, non produce abbastanza diossina da conquistare tutto l’Universo. Ci rivolgiamo a lei affin­ché possa stu­diare l’ incentivo più idoneo, tramite cui sollecitare il drago siderurgico ad im­pegnarsi, spa­smodicamente, nel rilascio di: diossina, mercurio, arsenico, piombo, benzoa­pirene, policlo­robifenili ed idrocarburi policiclici aromatici con un assaggio di polonio 210.

Ci affidiamo al vostro cuore, certi che non ci lascerete soli ma, sarete risoluti nell’affiancar­ci (al più presto) nel comune cammino verso la fine del mondo!”

Infatti Taranto è il principato di Diossinia, che a sua volta è nella repubblica d’Italia che è in Europa che è parte della Terra che è parte dell’Universo; presto queste differenze saranno cancellate; ci sarà , solo, Diossinia con Taranto capitale.

A pagina 110 Vulppio scrive: “Oggi, invece, i tarantini maledicono il giorno in cui applaudi­rono un’illusione.” Maledizione non scaccia maledizione… che vogliamo fare?

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Cielo nuvoloso

 

Le nuvole si appoggiano al cielo

anche ora

lo coprono ma da sotto

a testa in giù, senza cadere.

Vorrei volare come loro,

senza cadere, seppur spericolato ed acrobatico

sarebbe quello il mio volare.

Una gravità al contrario

che mi porterebbe sempre più in alto

senza dolore

senza risa maligne.

Girarmi e voltarmi e rotolarmi

senza sporcarmi,

nessuno sbaglio,

nessuna conseguenza.

 

Insomma, non saprei neppure di sognare

camminando sul tetto dei miei respiri

appesantiti dalla luce opaca

di questa giornata senza spiragli

per parole annoiate.