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L’Italia chiamò

Martedì, 1 Marzo, presso la biblioteca civica di Statte, ci sarà la serata dedicata al 150 anni dell’Unità d’Italia.

L’abbiamo chiamata “L’Italia chiamò” perchè è la nostra risposta al richiamo di coloro che hanno dato la vita per la libertà, l’indipendenza e l’unità d’Italia.

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Lo spirito libero di Michele Pierri

In tutti i tempi e luoghi sono considerate grandi anime quelle che si librano in volo sopra gli esseri comuni, libere dalle convenzioni e tradizioni della loro stessa civiltà.
Qualcuno le indica come guide di riferimento per uscire dal labirinto della quotidianità, qualcuno le invoca come custodi della propria incolumità, per me sono l’esempio di uomini liberi da ogni pregiudizio e sovrastruttura fisica o mentale che sia, esseri dotati di grande spiritualità che sperimentano la vita per scoprirne l’essenza ed esserne parte integrante.
Agli spiriti liberi, il filosofo tedesco Nietzsche dedica una delle sue opere più incisive Uma­no, troppo umano, dove, il giovane professo­re manifesta l’intenzione di “dire sì alla vita”, alla propria vita lontana da ogni imposizione o da necessità momentanee che immobilizza­no l’essere in forme stereotipate e rigide. Essere libero significa, per il filologo di Röcken, liberarsi del superfluo, cioè divenire autentici e questo è possibile solo passando attraver­so il dolore della vita,”guardando l’abisso” ; tutto questo è riscontrabile nelle letture, nella vita e nelle opere di Michele Pierri, un colto intellettuale di origini napoletane che ha vissu­to a Taranto la maggior parte della sua lunga vita.
Il giovane, ribelle alla volontà del padre che lo vorrebbe avvocato (come da tradizione fa­miliare), si laurea in medicina, malgrado la sua marcata inclinazione letteraria. Il viandante dà il via al suo cammino dalla Francia, sperimentando il mondo da operaio nella fabbrica parigina della Citroën, dove entra in contatto col pensiero anarchico. L’interesse verso il sociale (dovuto anche alla lettura di testi marxisti) si esplica come impegno politico, così il nostro chirurgo, oltre ad esercitare instancabilmente la professione medica, scrive su gior­nali del cnl ed aderisce al partito clandestino della resistenza a Taranto. Addi­rittura si me­scola agli operai dell’arsenale della città e porta loro le idee del socialismo so­vietico con “La madre”, il romanzo di Gorky.
Per i suoi ideali libertari viene incarcerato dal regime di Mussolini, qui il cammino di ricerca interiore, iniziato con la filosofia tedesca e con quella indiana, svolta verso una piena con­versione alla religione cristiana, o più precisamente, un sostanziale avvicinamento alla Chiesa. Finita la seconda guerra mondiale, il suo impegno politico scema in favore della dedizione “francescana” verso i malati ed i sofferenti. Dopo la caduta del ordinamento dit­tatoriale cambia la forma politica ma non la sostanza, così subentra, nel nostro pensato­re, la delusione manifesta nella riscrittura del Bruto, dove al Cesare capo unico succede l’im­peratore Augusto. Al combattente non interessano le chicchere lontane dalla realtà delle persone, aria piena di suoni ed urla, forme vuote di un mondo metafisico; un mondo dove i corpi materiali sono condannati al disfacimento della morte. No, secondo Pierri l’uomo è una unità indissolubile di anima e corpo, l’una vive nell’altro e viceversa ne­gli uomini come negli animali, e così i pensieri ed i fatti, non c’è ragione che possa motiva­re la scissione fra res cogitans e res extensa. D’altra parte causa, colpa e giudizio non han­no valore, “al­meno non per il temperamento umile di mio padre”- ci dice Giuseppe Pierri che si occupa dell’editing postuma delle opere paterne- “ci diceva sempre che non poteva giudicare con leggi a sé estranee, e non ci impartiva ordini per educarci, gli bastava darci l’esempio”.
Modesto al punto da non annoverarsi tra i poeti, per quanto la sua opera letteraria sia di valore riconosciuto da critici e letterati d’importanza nazionale da Ungaretti a Spa­gnoletti, a Valli. Leggendo l’opera pierriana, il nostro spirito è invitato a ripercorrere il pro­cesso di “purificazione” dagli istinti naturali perché lo slancio mi­stico di questo autore è mi­temente coinvolgente, una tensione morale rivolta all’abbraccio amoroso con la verità, unica ed eterna meta da raggiungere.

Cielo nuvoloso

 

Le nuvole si appoggiano al cielo

anche ora

lo coprono ma da sotto

a testa in giù, senza cadere.

Vorrei volare come loro,

senza cadere, seppur spericolato ed acrobatico

sarebbe quello il mio volare.

Una gravità al contrario

che mi porterebbe sempre più in alto

senza dolore

senza risa maligne.

Girarmi e voltarmi e rotolarmi

senza sporcarmi,

nessuno sbaglio,

nessuna conseguenza.

 

Insomma, non saprei neppure di sognare

camminando sul tetto dei miei respiri

appesantiti dalla luce opaca

di questa giornata senza spiragli

per parole annoiate.

 

Libeccio, il vento umido che soffia da sud

 

Inghilterra 1904, James Mathew Barrie, scrive per il teatro “Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”, la storia di un Peter con un pensiero felice che lo inebria permetten­dogli di volare fino all’isola che non c’è seguendo, semplicemente, il percorso segnalato dalle stelle del cielo.

Italia 1950, Pietro Germi gira il film neorealista “Il cammino della speranza”, la storia di un gruppo di minatori siciliani che emigrano in Francia per cercare fortuna ovvero lavoro, un viaggio pieno di traversie e di dolore su un territorio ostile.

Puglia 2008, nessuno ha più voglia di raccontarsi chiacchiere, il futuro è una conquista va­lida per pochi, gli eredi delle fortune del padre, a casa propria o in Perù essi godranno dei privilegi della propria casta, il resto è polvere e cenere. .

La crisi economica mondiale aggrava il trend negativo della disoccupazione, problema che investe, particolarmente, le province del meridione dove il livello del benessere si abbassa ulteriormente, come risulta dal ”rapporto 2008 sulla qualità della vita” stilato da ITALIAOG­GI.

Già 270 mila persone ogni anno si spostano dal sud al nord, di questi 12o mila si stabili­scono definitivamente al nord, mentre i restanti 150 mila sono precari, ivi compresi gli stu­denti universitari, tutti assistiti e sovvenzionati dai genitori rimasti a casa che continuano a man­tenere i figli o, perlomeno, a contribuire economicamente alle spese più alte dei loro miseri e malfermi stipendi “a termine”.

Quanto detto è il risultato dell’analisi condotta dalla Svimez, associazione per lo sviluppo del mezzogiorno, un numero, quello delle partenze, che approssima vergognosamente quello degli anni ‘60, quando erano in 290 mila I meridionali che si spostavano al nord per trovare fortuna sopratutto nelle fabbriche fiorenti del triangolo d’oro: Genova-Torino-Mila­no.

Cifra maledetta che sarà eguagliata, se non supe­rata, nel 2020, secondo le previsioni di ACCITALIA dell’Anci.

Animo, bamboccioni terroni, emigranti sì ma… spiriti liberi per cercare la felicità, un vento che soffia dal sud verso nord come Libeccio, il protagonista dell’omonimo romanzo di Fol­co Quilici, l’uomo che fra mille traversie solca mari ed oceani per darsi la possibilità di vive­re senza compromettere il proprio rigore morale.

Il nuovo Eldorado è dunque il paese dove si lavora, un lavoro qualunque, anche non quali­ficato, inadeguato rispetto ai titoli di studio, d’altra parte il ministro Gelmini ha chiaramen­te detto che: al sud, si studia poco e male e che I docenti meridionali dovrebbero seguire cor­si di aggiornamento particolari, prima di essere considerati pari con I colleghi del nord.

Il vero problema è nella nostra vicinanza all’Africa nera, noi abbiamo pelli troppo abbron­zate e in troppi ci confondono con quei negri che, nei secoli del colonialismo selvaggio, sa­livano sui mercantili e di­ventavano schiavi, abbagliati dai riflessi di specchietti e perline colorate, finivano per imbarcarsi felici, contenti di lavorare sotto padroni che negavano loro anche l’anima.

Niente più specchietti né collanine, I nostri giovani non si illudono più di cambiare il proprio destino, salgono sulle rotaie delle nuove imbarcazioni e partono coscienti che quello che li aspetta è un lavoro precario e poco remunerato secondo la ricetta del ministro Sacconi che, addirittura, propone di lavorare 4 giorni su sette e stipendio mancia.

Secondo Hannah Arendt, eccelsa filosofa e storica tedesca, il lavoro è parte importantissi­ma del ciclo biologico umano la fonte imprescindibile per il sostentamento dei bisogni na­turali, lavorare è l’azione che distingue l’uomo dagli animali e dagli dei e lo caratterizza nel­la sua affermazione di essere umano.

Proprio per questo ogni società moderna può definirsi civile, solo ed unicamente, se so­stiene il primato del lavoro con politiche adeguate ,che non trascendano le necessità natu­rali degli uomini, rimanendo indifferenti alla ricerca di felicità a cui ogni essere vivente ha dirit­to.

Nelle società antiche vigeva il di­sprezzo per il lavoro considerato la praxis che abbruttiva lo spirito; ma questo perché c’era la schiavitù, una risorsa economica tale da essere consi­derata fonte di ricchezza ed essere conteggiata nel patrimonio con il denaro, l’oro ed I beni immobili.

Nessun spavento, la situazione non è degenerata al punto da regredire all’età del baratto (che , però, è tornato di moda negli States); lo spostarsi da un territorio all’altro, da un la­voro all’altro, richiama la transumanza delle greggi e dei pastori che avviliti non credono più alle stelle e disorientati nel buio della notte, lontani da ogni forma di sicurezza guardano la Luna e tor nano a chiedersi:

Che fai tu, luna in cielo? Dimmi, che fai, / [...] Dimmi, o luna: a che vale

al pastore la sua vita,/ la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende / questo vagar mio breve /

il tuo corso immortale?” (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, G. Leopardi)