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Canzoni ‘a guapparia

Una donna innamorata non può soffocare i sentimenti.
La distanza ed il silenzio provocano un’esplosione ancora più fragorosa e violenta, finendo per riscaldare il cuore, perché aumentano la pressione sanguigna, la ragione viene spode­stata e sopraffatta fino a non poter più contenere “l’umore” inconscio.
L’ansia di manifestare il proprio “pensiero” al riguardo, prima che la morte costringa questa verità a diventare un segreto da dimenticare e cancellare, la smania improvvisa di evadere dal circuito chiuso delle proprie riflessioni, tutto questo è la causa e l’occasione che ha scatenato la furia della donna Alda Merini, del suo scrivere di getto, come necessità di dare anima e corpo ai suo sentimento d’amore attraverso la poesia nelle “Canzoni ‘a guapparia”.
Tre poesie scritte e spedite immediatamente a Michele Pierri, poeta e chirurgo di Taranto, quando i due non erano ancora sposati e si frequentavano “a distanza” per lettera ed, ancor più, per telefono. Infatti fu per le bollette “salatissime” che i figli del poeta, già ottan­tenne, scoprirono la relazione fra i due.
Una corrispondenza di sensi che, oggi, si direbbe virtuale perché i due si erano, probabil­mente, incontrati a Milano durante una delle visite di Pierri agli intellettuali del circuito mila­nese, ma l’incontro effettivo delle anime della Merini e di Pierri avvenne anni dopo, nel 1981.
Le canzoni sono datate 24 ottobre 1982, il primo marito dell’autrice lombarda era morto da poco e, forse, questo ha accresciuto la sensazione di solitudine nella Merini che era rima­sta isolata, anche, nell’ambito letterario poiché non pubblicava, ormai, da una ventina di anni circa.
Inizialmente, il poeta di Taranto era l’amico, il confidente, e l’estimatore dell’arte della Meri­ni, ma nel corso della loro frequentazione “spirituale” divennero motivo l’un per l’altra di tor­nare a confrontarsi con la vita, per accogliere le sorprese imprevedibili che essa offre. D’al­tronde, anche il medico-chirurgo meridionale era rimasto vedovo da pochi anni, e soffriva molto per la perdita della moglie, al punto da non mostrare più alcun interesse nei con­fronti dell’esistenza materiale degli uomini.
Il trovarsi dei due poeti, diede la possibilità alle loro anime di riconoscersi nell’altra e di aprirsi all’altrui orizzonte “là dopo quel monte” che ostacola il movimento fisico della felicità ma, nulla può contro “’U gridu” straziante dell’innamorata che vuole raggiungere il suo amato. Nemmeno l’età anagrafica dei due, o la presenza dei figli avuti dal precedente ma­trimonio, nessuna distanza è accettabile, la vita muore se nel petto non ci sono fiori da col­tivare per essere donati all’unica persona che sa curare ed apprezzare quel dono prezio­so ed inaspettato. Un fiore che sboccia a Taranto, dove lei si trasferì qualche mese prima del matrimonio religioso.
La particolarità di questa canzoni è la lingua napoletana usata nella stesura, infatti napole­tane erano le origini dell’amato a cui le grida sono rivolte. Così, la poetessa settentrionale si trasformò in una donna del sud disposta a portare il suo amore lungo la riva del mare per lasciarsi sopraffare.

‘NA DONNA ‘NNAMURATA

‘Na donna ‘nnamurata ch’a se porta
chillu tuo fiore dentro di lu petto,
‘na donna ‘nnamurata non ascorta
d’altro tormento che del tuo diletto,
‘na donna ‘nnamurata ch’a se muore non u può ridare a te chillu suo fiore.

Aperta ho porta sopra chilla via
ch’a dà sopra lo mesto mio cortile
vorrei essere dent’a ‘guapparia
vorrei di strazio tutta a te murire,
perché nella mia vita non ho spazio,
amore ch mi fa tanto soffrire,
perché di terra forte e prepotente
io nata nun te posso dire niente
che non mi si avveleni la giurnata.

‘U gridu mio dirompe le montagne,
io so femmina che ti sa portare
lungo le rive di codesto mare
che sa per te u suo amore lamentare
tutto lo strazio ch’a me fa donare
questo mio sangue dentro l’orizzonte
ch’a tu abiti là dopo quel monte.

Questa poesia con altre due (Venne a me nu figliolo, ‘Na donna ferma), è stata stampata privatamente in poche copie fuori commercio, ne Canzoni ‘a guapparia, scritte per Michele Pierri che non aveva risposto al telefono (come segnalato in un appunto corsivo) e dedica­te A nisciuno per sottolineare il carattere strettamente privato del sentimento espresso in esse. Tuttavia, la voglio divulgare pubblicamente perché questa poesia è, per me, troppo entusiasmante per essere nascosta nel silenzio fra le mie carte.

Voce del popolo n°2 del 200, pagine 22, 23

Donne vere

Il pianeta terra è un unico intero, di cui fanno parte i regni animale, vegetale, minerale; ognuno di questi regni è diviso in specie e famiglie fino alla distinzione di genere femmini­le e maschile. Suddivisione concepita per dare un ordine logico, per catalogare o indiciz­zare col nome, tutto quello che ci circonda e di cui siamo parte, nostro malgrado.
Le donne sono i pianeti di un cosmo chiamato specie umana, noi costituiamo il 52% della popolazione mondiale, ma siamo corpi leggeri, facili da buttare a terra e calpestare.
La maggioranza silenziosa che, nemmeno è consapevole di avere una voce.
Fortunatamente, ci sono eccezioni importanti a questa consuetudine che non conosce frontiere di spazio, tempo, religione o status sociale.
Non sappiamo chi sia stata la prima donna a sentirsi libera e felice di esserlo, ma sappia­mo chi fu la prima ad essere uccisa a causa del suo pensiero, Ipazia di Alessandria una pagana rinomata come filosofa e scienziata, martirizzata nel Marzo del 415 d. C.
La sua è una figura particolarmente affascinante perché oltre a studiare ed elaborare la sua conoscenza in campo astronomico, matematico e filosofico, Ipazia è stata insegnante lodata dai suoi allievi (Sinesio da Cirene, Socrate Scolastico, Damascio) e “sacrificata” a causa della fierezza delle sue convinzioni mai ricusate. La bella sapiente desiderata e mol­to corteggiata sia dai pagani che dai cristiani della sua città, ma l’amore che nutriva per la conoscenza la assorbiva al punto da rimanere impassibile davanti alle avance amorose ri­voltele, insistentemente, dai suoi studenti come testimoniato dai frammenti di lettera giunti fino a noi.
La bellezza aiuta ad arrivare fulmineamente al cuore, ma non è l’unica “virtù” femminile, pensiamo, ad esempio, ad una delle più importanti pittrici messicane del secolo scorso Fri­da Kahlo, il cui corpo offeso da un incidente le ha dato lo stimolo per dipingere immagini femminili non distorte dallo sguardo maschile e con tratti tipicamente messicani, figure che l’hanno candidata a paladina del popolo, in un momento in cui la difesa del folclore e delle origini povere e meticce era considerato un atto eversivo di pura ed inutile utopia.
Frida, anche quella stampata sui francobolli statunitensi, non è esteticamente bella, ma l’intelli­genza e la passionalità che trasudano dalle sue tele non lasciano spazio alla valuta­zione dei suoi tratti somatici. Frida, al contrario d’Ipazia, ha avuto diversi amori, con en­trambe i sessi, il più importante dei quali col marito Herrera (sposato per due volte di se­guito), senza avere figli.
Non ha rinunciato alla famiglia un’altra donna sudamericana, convinta di doversi impegna­re per i diritti della popolazione colombiana contro la corruzione politica ed il narco-traffico. Ingrid Betancour, politico d’eccezione poiché alla sua vita tranquilla in Francia ha preferito l’impegno in patria che l’ha costretta a 6 anni di sequestro da parte delle FARC (Forze Ar­mate Rivoluzionarie della Colombia), ma, nonostante l’inferno della giungla vissuta da ostaggio “scomodo”, la fondatrice del Partido Verde Oxigeno si dichiara pronta a riprende­re la sua marcia civile.
All’insegna della non violenza è il modello praticato dal premio nobel per la pace (del 1991), la birmana Aung San Suu Kyi a cui, più recentemente (Maggio 2008) il Congresso degli Stati Uniti ha assegnato la Medaglia d’Onore per il suo impegno in favore dei diritti umani. Questa donna tenace e determinata, malgrado sia tenuta nel regime degli ar­resti domiciliari dal 1989 con poche e brevi interruzioni.
Durante questa lunga detenzione è rimasta vedova, nemmeno i suoi due figli possono an­darla a trovare, eppure l’esimia leader nazionale continua a denunciare, cn la propria pri­gionia, il regime militare che a Myanmar ha tolto la libertà a tutti.
Dalla costanza dello spirito passiamo al “coraggio fisico” di una mussulmana pronta a bat­tersi per non lasciare cadere il Pakistan nel terrore dell’estremismo religioso o talebano che sia; Benazir Bhutto, la figlia del destino, come lei stessa si definiva prima di essere uccisa come accaduto per il padre e successivamente per entrambe i suoi fratelli.
Una donna bellissima, già premier di stato per due volte, tornata dall’esilio per non vedere la sua patria precipitare nel caos della guerra fra laici ed estremisti religiosi, talebani e filo-occidentali. Ironia della storia è stata uccisa nel posto militare più sicuro del Pakistan pie­namente cosciente del pericolo che correva, ma sdegnosamente, col velo bianco sulla te­sta, sorrideva fiera del suo essere attiva, sempre attiva nella politica democratica del suo paese.
Infine, come non ricordare la russa Anna Politkovskaja, redattrice del giornale d’opposizio­ne Novaya Gazeta, con i suoi resoconti degli abusi perpetuati durante la guerra in Cecenia a scapito della popolazione civile. Moglie e madre di famiglia, con la passione, talvolta il tormento, della ricerca della verità.
Un racconto inequivocabilmente doloroso ma necessa­rio al rispetto per se stessi, rispetto della libertà e della dignità umana in forma sia pubbli­ca che privata insieme.
Sfatiamo la favola di Cenerentola che vive in funzione del principe azzurro ed è misera e derelitta senza lui; ai nascituri raccontiamo invece le storie di donne vere, che trovano il loro happy-end nel dare vita e corpo alle proprie aspirazioni, e… Speriamo che sia femmi­na!.

Parole con sé stesso

Le riflessioni sono una pausa
dalla vita che scorre
per questo raffreddano
il mio entusiasmo
ma non posso farne a meno
per essere permeato da codesta energia vitale.


Mentre calcio la palla che corre
desidero calciarla ancora ed ancora

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IO

L’inconscio è un mare blu
nel quale ho buttato ricodi che
il cielo non vuole vedere.

Ricordi giù sotto la sabbia
difesa dai pesci
che nuotano contro corrente.

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Silenzio perfetto

L’amicizia non vuole limiti né confini, ed ha la costanza di resistere ai silenzi, la pazienza di attendere le confessioni segrete, superare le dimenticanze e la pioggia estiva; l’amore invece è un impulso violento che travalica e travolge ogni confine, proprio questa sua forza irruente, indebolisce la sua resistenza, la passione necessita di continui “approvvigiona-menti” come fossero legna da ardere nel camino per riscaldare il cuore, e consuma, col suo ardore, tutte le provviste e le scorte per disperdersi, infine, nella notte priva di carezze.L’ipotesi si complica quando amicizia ed amore si sovrappongono e s’intrecciano fino a scambiarsi le vesti, come gemelli siamesi, il cui riconoscimento è difficile perfino ai propri genitori.

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Storia a tre voci

Al centro della scena, nel silenzio dei nostri pensieri, fra ricordo e fantasia; ora c’è una donna che accarezza due bambole: una di STOFFA con capelli di lana, l’altra in plastica liscia e profumata.

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