Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Posts tagged 'Aggiungi nuovo tag'

Recensioni

Eguaglianza e libertà
di Norberto Bobbio
Einaudi
pagg. XI-98 – € 10,00
A cinque anni dalla morte di Norberto Bobbio, la casa editrice della sua Torino ripubblica alcuni dei suoi lavori. In Eguaglianza e libertà l’autore ripropone due voci che aveva scritto per l’Enciclopedia del Novecento (a cura dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana), con lo scopo d’illustrare il significato morale e politico dei due ideali della Libertà e della Eguaglianza nel tempo presente. Dunque, in queste pagine troviamo: non definizioni descrittive per la classificazione dei saperi, ma l’analisi rigorosa dei concetti avvalendosi, anche, di esempi di filosofi ormai classici per la filosofia politica da Rousseau a Hobbes, a Tocqueville. Con questo testo, Bobbio ci regala la possibilità di esercitare il giudizio della nostra coscienza su due voci fondamentali per il tempo in cui viviamo.

L’ombra di quel che eravamo
di Luis Sepùlveda
Guanda
pagg. 148 – € 14,50
Uscito a Settembre, l’ultimo romanzo di Sepulveda è avvincente ed entusiasmante. La vicenda che fa da sfondo è l’indagine dell’ispettore Crespo alle prese con il ritrovamento d’un cadavere senza documenti in una Santiago piovosa e desolata che ha visto morire tanti giovani durante la dittatura di Pinochet. Tre dei sopravvissuti si rincontrano, non del tutto casualmente, quasi per rispondere alla domanda che l’autore ci pone indirettamente per bocca di Ombra, ovvero Pedro Nolasco, il regista occulto di tutta la storia: “allora, c’è la giochiamo?”. I ricordi sono la premessa del presente, la sua spiegazione ed il suo significato più profondo, almeno quando gli uomini sono coerenti con i loro principi e rispettano la propria libertà anche quando questa sembra, solo, il fallimento di una vita omologata.

Tributo d’amore alla città patria

“Oebaluam Arcem tarentinam dixit”, ovvero i poeti greci si riferiscono a Taranto con l’appel­lativo di Rocca Ebalia, dal nome della regione dove sorgeva Sparta (gli stessi spartani sono indicati come ebalidi).
La rocca sorge sul terreno dirupato e scosceso, sullo scoglio, la punta da cui tuffarsi nel mare, l’ultimo avamposto della terra ferma ed, il primo approdo dopo il naufragio.
Questo è il luogo che noi, discendenti, chiamiamo Taranto vecchia, la fortezza dove si ar­rampicano le brame dei conquistatori, dove si sovrappongono le ombre dei millenni, dove i sassi testimoniano leggende dimenticate o rimosse dalla volubilità degli uomini, dove il tramonto del sole è così spettacolare da incantare perfino gli eroi come Ercole, per indurli al desiderio del piacere dei sensi.
La venerazione ed il culto di Ercole è garantita dalla presenza de “il colosso del nume (che) doveva anzi essere collocato nel punto più elevato dell’Acropoli, fra le attuali piazzet­te san Francesco e san Costantino,(m.12,50 sul livello del mare) perché le navi che giun­gevano in porto, o ne uscivano, potessero vederlo da lontano”.
Nella ricostruzione di Egidio Baffi, storico e storiografo tarantino, non ci sono fratture irri­mediabili, fossi insuperabili e speranze irreparabilmente perse, ricordi e contingenza sono un racconto unico e continuo, spesso le storie hanno la stessa voce oltre ai tratti somatici comuni, un eterno presente in progressione forse non rispondente alla rigidità degli schemi scienti­fici di un’archeologia strenuamente rigorosa e “polverosamente” erudita, il nostro autore ama la nostra città, pertanto non pretende di spiegarla alla ragione di turisti di pas­saggio, il cronista vuole assaporarne appieno la vita e condividere, con noi, il gusto di tale banchetto.
Forse proprio i fasti, specificatamente nel periodo ellenistico, fra vini prelibati e profumi inebrianti emanati dai fiori delle corone con cui le belle tarantine si ornano il capo, forse il lusso di monili raffinati ed eleganti come non se n’erano mai visti prima, o forse l’invidia per la potenza sul mare… Orazio stigmatizza in un celebre verso: “molle imbelle tarentum”, come se la regina dei due mari non sappia nuotare ed indugi sulla riva preferendo la dis­solutezza e il delirio delle baccanti all’austera navigazione in mare romano. No, l’innamora­to della sua città non accetta di vederla ridotta a luogo comune del disprezzo dei vincitori sui vinti; un verso che deve essere accuratamente studiato ed interpretato, un argomento che mina il carattere dei concittadini per annientarne l’orgoglio dopo averne distrutto le di­fese murarie e saccheggiato le case ed i templi.
L’offesa dei conquistatori stra­nieri grava sul cielo di Taras, sul cielo dell’intellettuale che op­pone un’appassionata difesa contro a calunnia inaugurata dal poeta latino, la strenua dife­sa nel libello intitolato proprio come il verso incriminato.
Il valore di quest’opera è quello di materializzare e fissare su carta la dedizione, il trasporto amoroso, il rispetto del cives verso i luoghi della sua infanzia, sentimenti che lo hanno en­tusiasmato rendendolo instancabile nella ricerca della verità storica. Il suo interesse non si limita all’archeologia, alla topografia, alla storiografia, egli analizza, anche, il linguaggio dentro e fuori i confini presunti della capitale magno-greca; uno studio complesso non per far bella mostra del proprio sapere ma, più modestamente, per soddisfare il bisogno di ab­bracciare la propria amata patria.
A questo proposito, un altro illustre tarantino, Giacinto Spagnoletti, ha scritto: “Questo solo Baffi chiedeva alle sue ore migliori: di discutere della sua città, della posizione delle anti­che ville romane, di templi, delle leggende medioevali, con chiunque mostrasse desiderio o curiosità in siffatti argomenti”.
In questi giorni grigi e soffocanti, in troppi invocano l’ab­bandono di questa città tradita e deturpata dal disincanto, spesso ostentato, dei suoi stessi figli, ma questo vociare nebulo­so scosso da tuoni spaventosi di capi improvvisati, queste correnti umide mi raggelano così traggo grande beneficio (e non consolazione) nel leggere tra le righe dell’illustre Baffi, una dichiarazione accorata per la mia città.

La sfida delle sfide

La sfida delle sfide
La sfida delle sfide: “E’ la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispon­dere a queste sfide (della globalizzazione)” (E. Morin, La testa ben fatta).

Conoscere e capire il mondo serve a vivere adeguatamente alle proprie esigenze, e per “vivere” non intendo, semplicemente, la soddisfazione dei bisogni animali, ma soprattutto, la formulazione e concretizzazione delle idee umane.
In ultimissima analisi, per questo motivo gli alunni continuano gli studi oltre la scuola se­condaria superiore, perché affinare la propria conoscenza significa migliorare la propria idea di vita da realizzare.
Le matricole, spesso incoscienti delle loro stesse aspettative, s’affacciano alle strutture universitarie dando per scontato che il sistema università si esaurisca lì, in edifici che, nel caso del polo umanistico di Taranto, sono ridicoli rispetto a ciò che dovrebbero rappresen­tare. Considerando, in particolare, la costruzione di via Acton 77, sede di scienze giuridi­che, dove sono ospitati, anche, i dipartimenti di lettere moderne e di scienze dei beni cultu­rali, la considerazione diventa, persino, imbarazzante; possibile che quella palazzina fac­cia davvero parte dell’ Università degli studi di Taranto? Domanda legittima visto che all’in­terno, per gli studenti di lettere e di beni culturali, non ci sono aule confortevoli, nessuna aula adibita al solo studio, non un’aula magna seria per i seminari d’inter-facoltà e nemme­no una biblioteca fornita di testi basilari oltre quelli adottati nei vari corsi.
Queste non sono carenze minori.
Infatti secondo la teoria dell’epistemologo francese Edgar Morin, la risoluzione dei proble­mi che investono il nostro mondo “globalizzato”, la comprensione della nostra realtà fisica e culturale, la rappresentazione di noi stessi ed il nostro rapporto con gli altri, tutto quello che è il nostro pensiero (e che sarà il nostro fare), insomma tutto il nostro essere uomo è un intreccio d’istanze diverse, un tessuto di cellule differenti nelle loro specialità, un organi­smo composto da singoli organi perfettamente sincronizzati fra loro. Ma questa teoria par­la di una conoscenza che non si fossilizza nell’accumulo di nozioni specialistiche di una sola materia, piuttosto auspica una apertura all’interezza del sapere da applicare alla vita come espressione biologica, culturale e civile del soggetto-oggetto uomo. Scive il maître à pen­ser francese:”Conoscere e pensare non è arrivare ad una verità assolutamente certa, è dialogare con incertezza ed errore”, il rapporto dialettico serve a superare gli ostacoli, so­pratutto quelli imprevedibili rimanendo sempre “all’altezza” della situazione.
Il punto non è avere tante nozioni a disposizione ma gestirle e padroneggiarle, in un tempo di continue mutazioni genetiche e tecnologiche, il principio di causa-effetto non è più una relazione lineare in quanto intervengono fattori diversi su un unico procedimento; per cui lo studio e l’analisi dei problemi non deve procedere a senso unico in un’unica dimensione ma deve comprendere più piani paralleli che interagiscono col problema iniziale. Da ciò ne segue che l’approccio teoretico con la conoscenza non deve rimanere settario, relegato ad aspetti singoli della questione da affrontare. Anche all’università lo studio deve essere in­terdisciplinare e, possibilmente, multimediale.
Gli studenti devono uscire capaci di confrontarsi con la realtà esterna in continuo divenire, il sociologo e filosofo Morin punta a garantire loro un’autonomia di spirito valida in tutti gli aspetti della vita lavorativa, o più genericamente, cognitiva.
Il nozionismo, spesso, serve a prendere un voto alto all’esame di fine corso ma già Mon­taigne diceva:” è meglio una testa ben fatta che una testa piena”. In questo contesto come s’inserisce la carenza della nostra struttura di lettere moderne. dove sarebbe difficile ipotiz­zare l’incontro e lo scambio di imput diversi fra studenti e docenti di facoltà diverse?
A me piace raffigurare i nostri studenti con le sembianze di un potenziale Davide, giovane e valoroso nella sfida contro il gigante Golia, bisogna usare bene la testa per vincere.

Il Leviatano

Nella notte dei tempi, quando l’ordine imperante era ancora Caos, ed il Male era parte in­tegrante del Bene, nelle profondità del mare vivevano creature incredibilmente forti; orripi­lanti nell’insieme dalla testa alla coda ma, stupefacenti nei particolari delle squa­me lisce e taglienti; su tutte dominava il Leviatano; il più terribile di tutti gli incubi possibili, creato dal­l’impeto divino, capace di ingoiare il sole per alcuni minuti. Un mito che appartiene ad un tempo così remoto da non essere legittimato da nessuno storico, per questo dobbiamo at­tenerci alle favole ed alle leggende che proliferano a riguardo.
Nell’antico testamento Giobbe descrive il Leviatano come un mostro terrificante che sarà servito come pietanza nella festa alla fine dei tempi; dai fenici ai babilonesi in molti vocife­rano di una creatura, forse un serpente oppure un coccodrillo del Nilo implacabile nella fe­rocia ed insaziabile nell’appetito; il nuoto in superficie del rettile-anfibio, è annunciato dal ribollire delle acque a causa dell’alta temperatura corporea, e quando emerge dai flutti ma­rini provoca un’ondata tale da sommergere le terre vicine come uno tsunami oceanico.
Nessuno sa dove sia la tana o se l’animale riposi mai, tuttavia talvolta, nei giorni di cielo terso senza nebbia o foschia, sembra scomparso, magari passano anni prima che le grida di qualche temerario lo richiamino alla superficie. Allora il colosso riappare violento, forse arrabbiato e non risparmia nessuno, senza pietà distrugge case, raccolti e non restano mai tanti superstiti per raccontare cosa sia accaduto. Si muove di giorno e di notte indistin­tamente, ma di notte è più pericoloso perché si confonde col nero del cielo riflesso nel mare ed, in silenzio, fa razzia delle speranze di benessere e felicità.
In questo essere della Natura, il filosofo inglese Thomas Hobbes, impersoni fica lo Stato sovrano ovvero la forma suprema di organizzazione sociale retta col potere assoluto del monarca, dove la legge è il riflesso dell’autorità e non della verità. Lo Stato è il padrone a cui gli uomini devono sottomettersi per acquistare il diritto di entrare nella società civile dei pensanti secondo ragione.
Nella copertina della prima edizione del saggio datato 1651, il Leviatano è costituito da una moltitudine di uomini, individui assemblati volontaria­mente in un corpo più grande più forte, capace d’imporre la pace e l’ordine (il proprio ordi­ne) sia all’interno del suo sistema che al suo esterno, grazie all’energia irradiata dalla testa, come calore quasi radiazione nucleare, fino alle estremità.
Per il nostro giusnaturalista, il Leviatano è l’unica possibilità che hanno gli uomini di scon­figgere il Caos e gli egoismi primitivi caratteristici della natura umana; perché l’uomo è un animale feroce e spietato, anzi al di fuori dello stato egli non è più un essere civile, non è più un uomo.
Così, il teorico dell’assolutismo, ribalta il ruolo del Leviatano che da essere immondo di­venta quasi il simbolo della (presunta) civiltà occidentale. Il governo autorevole, il cui pote­re si regge sulla minaccia e sulla paura, non è un regime garante della libertà di volere e di agirei. Hobbes questo lo sa, ma non è la libertà il suo obiettivo princi­pale; come non lo è per quei governatori che agitano lo spettro della paura per poter mo­strarsi quali garanti della sicurezza e dell’ordine imperante.
Lo stato di natura è uno stadio primitivo di tutti contro tutti, dove il bene è l’interesse perso­nale ed il giusto una sovrastruttura non utile al raggiungimento dei propri obiettivi. Per ri­mediare all’aggressività insita nell’essere umano, lo studioso d’oltremanica inneg­gia con grida possenti al risveglio del Leviatano. Lo spettro continua ad aggirarsi per il mondo, gli uomini, si affannano per evitarne l’incontro, per paura di perdere non lo com­battono anzi non provano nemmeno a guardarlo negli occhi, invece si assoggettano e si fanno mangia­re, ancora oggi.

Lo spirito libero di Michele Pierri

In tutti i tempi e luoghi sono considerate grandi anime quelle che si librano in volo sopra gli esseri comuni, libere dalle convenzioni e tradizioni della loro stessa civiltà.
Qualcuno le indica come guide di riferimento per uscire dal labirinto della quotidianità, qualcuno le invoca come custodi della propria incolumità, per me sono l’esempio di uomini liberi da ogni pregiudizio e sovrastruttura fisica o mentale che sia, esseri dotati di grande spiritualità che sperimentano la vita per scoprirne l’essenza ed esserne parte integrante.
Agli spiriti liberi, il filosofo tedesco Nietzsche dedica una delle sue opere più incisive Uma­no, troppo umano, dove, il giovane professo­re manifesta l’intenzione di “dire sì alla vita”, alla propria vita lontana da ogni imposizione o da necessità momentanee che immobilizza­no l’essere in forme stereotipate e rigide. Essere libero significa, per il filologo di Röcken, liberarsi del superfluo, cioè divenire autentici e questo è possibile solo passando attraver­so il dolore della vita,”guardando l’abisso” ; tutto questo è riscontrabile nelle letture, nella vita e nelle opere di Michele Pierri, un colto intellettuale di origini napoletane che ha vissu­to a Taranto la maggior parte della sua lunga vita.
Il giovane, ribelle alla volontà del padre che lo vorrebbe avvocato (come da tradizione fa­miliare), si laurea in medicina, malgrado la sua marcata inclinazione letteraria. Il viandante dà il via al suo cammino dalla Francia, sperimentando il mondo da operaio nella fabbrica parigina della Citroën, dove entra in contatto col pensiero anarchico. L’interesse verso il sociale (dovuto anche alla lettura di testi marxisti) si esplica come impegno politico, così il nostro chirurgo, oltre ad esercitare instancabilmente la professione medica, scrive su gior­nali del cnl ed aderisce al partito clandestino della resistenza a Taranto. Addi­rittura si me­scola agli operai dell’arsenale della città e porta loro le idee del socialismo so­vietico con “La madre”, il romanzo di Gorky.
Per i suoi ideali libertari viene incarcerato dal regime di Mussolini, qui il cammino di ricerca interiore, iniziato con la filosofia tedesca e con quella indiana, svolta verso una piena con­versione alla religione cristiana, o più precisamente, un sostanziale avvicinamento alla Chiesa. Finita la seconda guerra mondiale, il suo impegno politico scema in favore della dedizione “francescana” verso i malati ed i sofferenti. Dopo la caduta del ordinamento dit­tatoriale cambia la forma politica ma non la sostanza, così subentra, nel nostro pensato­re, la delusione manifesta nella riscrittura del Bruto, dove al Cesare capo unico succede l’im­peratore Augusto. Al combattente non interessano le chicchere lontane dalla realtà delle persone, aria piena di suoni ed urla, forme vuote di un mondo metafisico; un mondo dove i corpi materiali sono condannati al disfacimento della morte. No, secondo Pierri l’uomo è una unità indissolubile di anima e corpo, l’una vive nell’altro e viceversa ne­gli uomini come negli animali, e così i pensieri ed i fatti, non c’è ragione che possa motiva­re la scissione fra res cogitans e res extensa. D’altra parte causa, colpa e giudizio non han­no valore, “al­meno non per il temperamento umile di mio padre”- ci dice Giuseppe Pierri che si occupa dell’editing postuma delle opere paterne- “ci diceva sempre che non poteva giudicare con leggi a sé estranee, e non ci impartiva ordini per educarci, gli bastava darci l’esempio”.
Modesto al punto da non annoverarsi tra i poeti, per quanto la sua opera letteraria sia di valore riconosciuto da critici e letterati d’importanza nazionale da Ungaretti a Spa­gnoletti, a Valli. Leggendo l’opera pierriana, il nostro spirito è invitato a ripercorrere il pro­cesso di “purificazione” dagli istinti naturali perché lo slancio mi­stico di questo autore è mi­temente coinvolgente, una tensione morale rivolta all’abbraccio amoroso con la verità, unica ed eterna meta da raggiungere.

Aspettando Godot

 Nel 2003, Edoardo Winspeare girò, a Taranto, il film “Il miracolo” ; dove il protagonista, un bambino dodicenne della città, in seguito ad un grave incidente automobilistico, si risveglia con l’inverosimile capacità di risuscitare i morti dal loro sonno eterno. I genitori cercano di approfittare speculando su questo suggestivo potere “miracoloso” di Tonio per risolvere i propri problemi sia economici che sociali, ma la vera for­za del ragazzino è l’umanità dimo­strata nell’intessere un rapporto di amicizia con la sua stessa investitrice Cinzia, rea di non averlo nemmeno soccorso subito dopo lo scontro.

Questa storia potrebbe essere la trasposizione della teoria storicistica di Walter Benjamin esi­mio filosofo tedesco non abbastanza conosciuto in Italia.

Nelle Tesi di filosofia della storia (in Italia edito nell’antologia Angelus Novus a cura di Re­nato Solmi), il critico berlinese nega alcun valore alla concezione storicistica (o pseudo tale) secondo cui il progresso è un inevitabile miglioramento con happy-end garantito, la teoria “ottimista” secondo cui la storia s’identifica con la realizzazione del vincitore cancel­landone ogni colpa ed errore, rompendo ed azze­rando il, di lui, passato e “das Erbe” il pa­trimonio culturale che ha ereditato.

La storia del dux, del Salvatore, tecnicamente la concezione lineare del tempo è una visio­ne messianica, terribilmente in voga anche presso i miscredenti, ed implica la ri­nuncia al presente annichilito dall’attesa di un futuro migliore, piovuto come “manna dal cie­lo”. Non vale la pena sperimentare un “attimo” che sarà sorpassato ed arricchito di felici­tà. D’altra parte, per il nostro professore precario, la felicità è la ricompensa della umanità redenta, quella gens che si è impegnata ed ha affrontato e sconfitto tutti i nemici e tutte le paure.

Certo solo all’umanità redenta tocca interamente il suo passato vale a dire che solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti”. Il passato è un terribile cumulo di dolore ma, ridurlo ad ammasso di macerie non serve a nulla; invece cer­care un rapporto dialettico col “tempo che fu” significa interessarsi al significato del nostro presente per intuirne i pericoli, prevenirne le crisi ed accrescere la forza della civiltà tra­mandataci dalle generazioni precedenti.

Questa è la filosofia di un pensatore ebreo perse­guitato dal nazismo, una vittima che non si arrende allo sterminio ed erra per tutta l’Europa in cerca di salvezza senza invocare pie­tà; forse, però , il segreto del suo pensiero è che non si vergogna del suo passato, non rin­nega le sue origini invidiando lo status altrui; forse questi sono rancori che riguardano gli uomini piccoli, i nani lividi ed affamati che non san­no immaginare alternative al proprio egoismo, homuncoli spregiudicati che odiano tutto ciò che non porti il loro segno. Nella mia mente raffiguro così quei “benpensanti” che si ostina­no a chiedere la demolizione del passato rappresentato da edifici di fattura inadeguata ri­spetto ai canoni del confort moder­no ma non per questo possono essere considerati ruderi da disinfettare col tritolo. Cancel­lare ogni ricordo, ogni segno del nostro passato non ci ga­rantirà un futuro comodo, e nem­meno tranquillo perché omologare l’habitat intorno a noi ci costringerà a rimanere chiusi nella solitudine muta dei nostri pensieri riflessi nei muri che abbiamo eretto.

Non arriverà Godot per portarci via da questa morte o da questa pazzia.

Fino all’unità d’I­talia, a Taranto si poteva costruire solo entro le mura cittadine, per cui ab­battere vecchi edifici era indispensabile per costruirne di nuovi a costi meno elevati rispet­to a quelli necessari per il recupero degli immobili, tuttavia tale pratica non ha più ragione d’essere ora che la città si espande per oltre 220 kmq, in questi giorni difficili quando pochi sono i riferi­menti utili per orientarci e trovare la via per la salvezza, ancora discutiamo se abbandonar­ci all’oblio di noi stessi?

 

Invia Richiesta
  1. (richiesto)
  2. (email valida richiesta)
  3. Captcha
 

cforms contact form by delicious:days

Anima e corpo in salamoia

 

La prima domanda di cortesia nelle conversazioni, il primo segno d’at­tenzione nei confronti dell’altro, o forse, il primo interrogativo che ci viene in mente, incontrando una persona, è: “come stai?”. I mass-media tentano di rispondere a questo quesito quando ci “informano” della pan­demia che ci colpirà e di cui dobbiamo avvertire, già, i sintomi e gli effetti collate­rali. Un’informazione che non serve a risolvere il problema, ma contribuisce ad aggravarlo per­ché gli spettatori credendo, a riguardo, di sapere tutto il possibile, ritengono di poter preve­nire il male o, addirittura, di potersi curare da soli, provocando danni maggiori alla propria salute.

La realtà dei mass-media, come scriveva Niklas Luhmann (uno dei sociologi più influenti del ‘900), non coincide con la realtà umana, anche se la comunicazione è la protagonista assoluta d’ogni sistema sociale, essa non è la verità ma una sua interpretazione facilmen­te manipolabile.

Per il teorico tedesco, la società non è il raggruppamento di individui, intesi come anime e corpi, ma è l’insieme delle interazioni fra essi, ovvero la totalità degli scambi di pareri per­sonali che, acquistano forza, divenendo “opinione pubblica” capace d’imporsi su qualun­que conoscenza particolare mettendone in dubbio la validità.

Nella comunità moderna, perfino la salute, che dovrebbe essere un fatto d’interesse per­sonale, diventa argomento di conversazione ed intrattenimento, fra paure apocalittiche (vedi l’influenza suina e, prima, quella Aviaria) e minacce quasi taciute (vedi la peste bub­bonica in Libia). Insomma salute come convenzione sociale, magari il segno distintivo del proprio status di evoluzione civile e culturale. Proprio di questa arroganza diffusa fra i pa­zienti, presunzione e mancanza di fiducia nei confronti dei propri neo-stregoni in camice bianco, di questo atteggiamento ostile si lamentano i medici intervistati (55 fra medici di base ed ospedalieri) nel libro “Il medico, il paziente e l’altro. Un’indagine sull’interazione comunica­tiva nelle pratiche mediche”, scritto dal prof. Sergio Manghi esperto in sociologia della co­noscenza.

Il rapporto di fiducia medico-paziente è inficiato dalla iper- informazione del se­condo che non elargisce credito al suo guaritore, questa “mancanza” ostacola la dinamica della rela­zione tra i due soggetti cosicché “il rapporto con i pazienti è sempre più impersonale”.

A rendere stressante il lavoro dei dottori si aggiungono la sindrome da risarcimento, la mi­naccia di un intervento legale in nome del diritto alla salute, le pressioni aziendali legate ad una eccessiva burocratizzazione dell’intervento terapeutico, fino alla competizione fra col­leghi e la differenziazione gerarchica per specializzazione.

Nella ricerca lo studioso di Par­ma, sottolinea la confusione dei malati che fra aspettative personali e speranze indotte dalla mala-informazione mediatica pretendono dai sanitari ri­medi miracolosi immediati ed indolore.

Certo l’enciclopedia medica, on-line o cartacea che sia, può dare indicazioni pre­cise se consultata con cura da esperti; tuttavia troppi sono i cattivi esempi ricorrenti nell’e­sperienza di ognuno con i sanitari: da referti medici scritti male alle visite frettolose e piene di prescrizioni farmaceutiche spesso frutto d’intesa fra il prescrivente e la casa farmaceuti­ca produttrice. La comunicazione biomedica è difficile perché ogni soggetto tende a senti­re unicamente quel che vuole sentire, ma oltre questo limite c’è l’impoverimento professio­nale dei medici che lavorano con utenti-clienti e sono i primi a spersonalizzare il paziente riducendolo a un numero della massa su cui speculare.

Naturalmente ci sono le eccezioni buone e cattive, purtroppo quest’ultime sono quelle che incidono maggiormente e lasciano cicatrici troppo brutte per essere confuse con i tatuaggi dell’altro, qualcosa come l’assaggio della salamoia del giudice Morton per noi cartoons.

Invia Richiesta
  1. (richiesto)
  2. (email valida richiesta)
  3. Captcha
 

cforms contact form by delicious:days

MeDiAmOrFoSi

 I trasporti, in Puglia, sono magnifici anzi incredibili, per magia spariscono senza lasciare traccia. Il 30% dei treni che collegavano la Puglia al nord Italia sono stati soppres­si con particolare accanimento verso le tratte più lunghe come Lecce-Milano ed i collegamenti con la capitale ridotti ad ombre gracili con vagoni malandati e puzzolenti.

Sorte analoga quella del trasporto aereo sia della compagnia nazio­nale, che di altre picco­le e straniere come MyAir. Addirittura il ridimensionamento del numero dei voli raggiunge il 50% rispetto alla stesso periodo dello scorso anno.

Le autostrade private, se non sono costose, deficiano di manutenzione; ma per la meravi­glia di grandi e piccini nei cieli pugliesi torneranno a transitare dirigibili, mongolfiere e per i più esigenti un rapido ed efficace lancio dal cannone di un circo oppure si potrebbe tornare a costruire le catapulte per romantici voli alla Robin Hood come nel film con Kevin Costner. I turisti, sicuramente, non potranno dimenticare la loro vacanza pugliese, ammesso che riescano ad arrivare.