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Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for the 'Voce del Popolo' Category (51)

La biblioteca fantasma

“Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenti­cati. […] Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dal­l’umidità. Di fronte a noi si erigeva quello che a me parve il cadavere abbando­nato di un palaz­zo, un mausoleo di echi e di ombre.”
Così inizia un celebre libro di Carlos Ruiz Zafón, un racconto ambientato nella Barcellona del­l’immediato dopo- guerra… ma potrebbe parlare della biblioteca nella Taranto di oggi.
Daniel (il protagonista) giunto davanti al mausoleo d’acciaio e cemento, ostile nell’aspetto a causa del lugubre grigiore di muri sporchi, s’affaccia, timidamente, dentro l’edificio con­fortato dalla presenza del padre, unica protezione nella casa degli spiriti imbalsamati .
All’entrata un improbabile Isaac gli chiede cosa sia venuto a cercare, se proprio deve tro­vare il libro che vuole, guardi nello schedario cartaceo di fronte al bancone della Hall. ”Sai già cosa cercare?” Questa è l’unica cosa che importi: Daniel non crei problemi pretenden­do “il libro dei sogni della notte passata”.il ragazzino deve capire subito l’onore che gli vien fatto permettendo­gli di avvicinarsi al palazzo – simbolo della Cultura (abbandonata) e per accedervi liberamente deve prima passare l’esame di decriptazio cifris nelle schede, da scorrere veloce­mente senza preoccuparsi se i libri a cui rimandano siano più interessanti di quello desiderato. Intendiamoci, nella stanza affianco al bancone c’è un computer dove sono ordinati tutti i titoli delle “presenze cartacee” ma, la pagnotta va guadagnata col sudo­re così il traguardo sarà ap­prezzato maggiormente… percui: alla conquista del libro nella terra dell’oblio.
Quando Daniel individua le schede giuste le segnala ad Isaac, mentre aspetta di toccare i volu­mi individuati, si avventura nella “grande sala delle esposizioni”. Una sala piena di se­die e muf­fa, dove si tengono mostre fotografiche e presentazioni di opere scritte, pareti che traspirano solitudine ed umidità.
Nella stanza silenziosa Daniel è colto da un brivido di freddo pensando a quanti sono pas­sati di lì senza lasciare traccia, né un manifesto né il colore di una fotografia, sui muri solo le macchie di un inverno piovoso.
Il papà richiama il figlio a rapporto perché i suoi desideri sono stati esauriti, almeno in par­te. Di tre libri richiesti due sono quelli disponibili, e di questi uno in fotocopie, l’altro avvol­to nello scot­ch. Possibile aspettarsi dei libri integri, curati amorevolmente come qualcosa di prezioso che riempie d’orgoglio anche i custodi?
Allibito nel vedere pagine spillate con solo la parvenza di libro e, pensando a quello man­cante e quell’altro precario con i fogli tenuti insieme dal nastro adesivo, il ragazzino butta giù il boccone amaro e si decide a consultare i testi nella sala lettura del casolare. “Dovete salire al primo pia­no, abbiamo anche l’ascensore funzionante”.
Senza guardarsi i due si avviano mentre Isaac li segue come un’ombra per accertarsi che non cambino idea all’ultimo istante. La sala lettura è luminosa, dalle finestre entrano luce, vento e pioggia, anche se sono chiuse. Magia della immaginazione… Daniel però non ha aperto nulla.
“Silenzio figliolo, vedi ci sono altri che leggono non disturbarli con la voce, però sediamoci lonta­no dagli spifferi delle vetrate stando attenti alle correnti d’aria”. Il bambino è incuriosito dall’ac­qua che entra lasciando bagnata la logora moquette del pavimento che reca traccie di piogge precedenti e di polvere impastata, col tempo, l’ideale per la coltivazione di acari e spore batteri­che. A questo punto è facile spiegarsi come mai i libri siano ridotti in quello stato. La corretta conservazione dei tomi esige un ambiente asciutto, ben climatizzato e curato, un prezzo troppo alto da rispettare.
Il piccolo uomo si avventura nell’ispezione dei libri sfogliati dagli altri esseri seduti ai tavoli vicini a lui e scopre stampati non catalogati, alcuni sottolineati, sicuramente sono edizioni estranee, perfino inopportune nell’atmosfera severa ed opaca che aleggia in questo ca­stello. La vivacità di Daniel attira qualche sguardo, chissà cosa ci fa qui un bambino, sarà la punizione per qualche insolenza di troppo.
“Papà mi annoio andiamo via, non voglio toccare questi testi, ancora mi attribuiscono la colpa di lesa maestà anche se la maestà ha già perso il trono”.
Il padre prende per mano il suo pargoletto e riprendono l’ascensore per tornare a casa; quando la porta dell’elevatore si apre si rendono subito conto di aver sbagliato piano ed essere arrivati nei sotterranei dove giacciono i “corpi del reato”.
“Papà, papà non c’è nessuno qui, portiamo via un libro, liberiamolo da questa prigione”
“No Daniel, nessuno se ne accorgerebbe, ma avresti la coscienza di trafugare una salma dal ci­mitero? No, andiamo, torniamo sui nostri passi prima che il tempo cancelli anche noi.”
I nomi di questa storia li ho presi in prestito da”L’ombra del vento” (citata inizialmente), il resto è frutto delle lamentele mosse dalla maggior parte degli studenti che frequentano l’i­stituto civico. Critiche che mi sembravano assurde ma andate a bussare a quel portone, La biblioteca civica “Pietro Acclavio” a Taranto.

Dal “De Bibliotheca” di Umberto Eco:

… Mi permetto adesso di elaborare un modello negativo, in 21 punti di cattiva biblio­teca.
A.I cataloghi devono essere divisi al massimo: deve essere posta molta cura nel dividere il catalogo dei libri da quello delle riviste, e questi da quello per soggetti, nonché i libri di acquisizione recente dai libri di acquisizione più anti­ca…
B.I soggetti devono essere decisi dal bibliotecario. I libri non devono portare, come hanno preso una pessima abitudine ora i volumi americani, nel colo­phon un’indicazione circa i soggetti sotto cui debbono essere elencati.
C.Le sigle devono essere intrascrivibili, possibilmente molte, in modo che chiun­que riempia la scheda non abbia mai posto per mettere l’ultima denominazio­ne e la ritenga irrilevante, in modo che poi l’inserviente gliela possa restituire perché sia ricompilata.
D.Il tempo tra richiesta e consegna dev’esser molto lungo.
[…]
E.Deve esserci possibilmente assenza totale di macchine fotocopiatrici; comun­que, se ne esiste una, l’accesso dev’essere molto lungo e faticoso, la spesa superiore a quella della cartolibreria, i limiti di copiatura ridotti a non pi ù di due o tre pagine.
[…].
F.Il prestito interbibliotecario impossibile, in ogni caso deve prender mesi, in ogni caso deve esistere l’impossibilità di conoscere cosa ci sia nelle altre bi­blioteche.
G.In conseguenza di tutto questo i furti devono essere frequentissimi.
H.Gli orari devono assolutamente coincidere con quelli di lavoro, discussi pre­ventivamente coi sindacati: chiusura assoluta di sabato, di domenica, la sera e alle ore dei pasti. Il maggior nemico della biblioteca è lo studente lavorato­re; il migliore amico è Don Ferrante, qualcuno che ha una biblioteca in pro­prio, quindi che non ha bisogno di venire in biblioteca e quando muore la la­scia in eredità.
I.Non deve essere possibile rifocillarsi all’interno della biblioteca in nessun modo, e in ogni caso non dev’essere possibile neanche rifocillarsi all’esterno della biblioteca senza prima aver depositato tutti i libri che si avevano in con­segna, in modo da doverli poi richiedere dopo che si è preso il caffè.
J.Non deve esser possibile sapere chi ha in prestito il libro che manca. i.
Esistono ancora biblioteche del genere? Questo lo lascio decidere a voi.

Nessun dorma

Quando ero piccola mi stupivano i racconti della nonna riguardanti la sua vita durante la seconda guerra mondiale.
Bombe, nemici, nascondigli azzardati e fame e mai disperazione.
Ricordi dolorosi, la nonna finiva sempre con le lacrime agli occhi però ripeteva più volte che vivere quelle situazioni era stato meno difficile che raccontarle. Così, in questi anni tri­sti, mi chiedo se ci stiamo inventando un’esistenza estranea alla nostra, qualcosa di cui parlare anche con noi stessi.
I problemi ci sono ma la tendenza generale è drammatizzare (teatralmente), creare un evento spettacolare per ogni momento, magari immortalare l’istante nella Storia, come se questo significasse vincere l’inesorabilità del tempo. L’illusione dell’immortalità dell’uomo e della sua vita biologica è la negazione del senso e della coscienza naturale.
Virtuale non è solo l’amicizia on-line, virtuali sono i pensieri e i desideri che ci passano per la mente senza aver avuto origine da essa.
Virtuale è la vita che imita un film già visto e consumato.
Vogliamo essere i protagonisti della favola anche se quella è stata scritta da altri; come at­tori che interpretano un ruolo importante in una messinscena fantastica, dunque star in un cielo sconosciuto che ci inghiotte come un buco nero.
“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso. […] è la vita concreta di tutti che si è degradata in un universo speculativo. […] più esso (lo spettatore) contempla meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno com­prende la propria esistenza e il proprio desiderio.” Il regista e filosofo Guy Debord scrive queste considerazioni ne: “La società dello spettacolo” alla fine degli anni ’60 dopo aver prodotto dei film che destassero lo spettatore dal torpore di cui è divenuto preda. Infatti per l’artista francese la spettacolarizzazione dei fatti è un’operazione di marketing per vendere una condizione fasulla allo spettatore-consumatore che baratta i suoi sogni e le sue spe­ranze con le luci della ribalta. Un affare a buon mercato fin quando non si rende conto che su quel palco ci sono soltanto burattini mossi dalla trama del regista.
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini,ma un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini”. La vita come un film per apparire e non per essere. Il dilemma non è più “essere o avere”, l’evoluzione del consumismo ha creato l’esigenza dell’apparire, dunque un Amleto moderno s’interrogherebbe: “essere o apparire?”.
Il co-fondatore dell’Internazionale Situazionista denuncia che il cinema, nella forma attua­le, è il sonnifero di massa con cui i desideri e le menti della gente comune vengono blandi­ti ed annullati dai pochi che detengono i comandi del gioco.
Per interrompere il ciclo perverso dove fine e principio si sovrappongono e si confondono e dove le vittime coincidono con i carnefici di sé stessi, il rivoluzionario Debord propone la psicogeografia e il déturnement. La prima studia gli effetti “ambientali” sull’uomo, cioè come lo spazio in cui viviamo riesca a condizionarci e quindi l’intellettuale pianifica una cit­tà che aiuti l’uomo a scoprire sé stesso con le proprie emozioni.
La Nacked City ipotizzata è composta di case e quartieri costruiti in maniera da stimolare la creatività del cittadino che abita lì. Imput non percorsi preconfezionati e surgelati. Il pun­to di vista di un artista deve servire a sollecitare il pensiero di chi fruisce dell’opera d’arte. In questo senso l’arte è sovversione della realtà, mentre la meraviglia e la spettacolarità sono lo specchietto per quei sudditi che non devono spezzare le catene che li legano al mondo in cui sono nati.
La rottura col cinema “classico” è consacrata dall’introduzione della tecnica di détourne­ment (estrapolazione) ovvero una sequenza fatta da immagini prese da film già visti e mi­schiati ad altre per creare un nuovo racconto che dia a quei fotogrammi un significato di­verso da quello standard.
La logicità della serie d’immagini non è scontata. Lo spettatore non subisce passivamente il frame ma s’impegna a ricostruirne il senso, interpreta e re-interpreta le associazioni fra le forme e i contenuti degli impulsi visivi ricevuti dallo schermo.
Questo metodo è stato riutilizzato da Enrico Ghezzi in Blob, un programma televisivo quo­tidiano, dove le citazioni vengono dal piccolo schermo stesso, quasi per rompere la mono­tonia e la banalità delle registrazioni da cui sono estrapolate.
Il raffinato cineasta italiano non si ferma alle critiche mosse da Debord all’artificio dello spettacolo, Ghezzi ci avverte che la tecnologia sta manipolando lo spazio filmico con l’in­venzione della terza dimensione (il 3D). Dopo aver perso la personalità, l’uomo perde an­che la propria corporeità trasformandosi nello schermo su cui la farsa prende forma: ”Sia­mo diventati noi (nel 3D) lo schermo. Noi siamo il buco nero verso cui si proietta il mondo, noi per lo spazio di uno spettacolo giochiamo il ruolo impraticabile (…) dell’immagine-schermo.”
Per arrestare questa deriva basterebbe stare attenti a non confondere i ruoli e provare a stare svegli per vivere la vita e non sognare di farlo.

L’esperienza della felicità

Cos’è il mondo? Un sasso, un’idea, una chiacchiera tramandata che puzza di muffa.
Abbiamo imparato che ogni cosa è contrassegnata da un nome proprio e qualificata da at­tributi, aggettivi con ver­bi che ne specificano lo stato, il divenire, l’avere o l’appartenenza. Una serie di parole che si arrampicano su di un tessuto linguistico non sempre logico e corretto. Sussurri, voci di vento impalpabile che portano con sé echi di discorsi teorici lon­tani dai nostri sentimenti del momento. Forme astratte composte per distogliere l’attenzio­ne dalla realtà. Questo succede quando i concetti espressi sono dedotti da idee precon­cette che qualcuno chiama innate. Invece il “vero” sapere scientifico o umanistico che sia, è costruito sulla base di dati ed osservazioni sperimentali. Pensieri concreti e verificabili sempre. Partendo da questo fondamento l’uomo accrescerà il proprio bagaglio cognitivo che lo porterà ad una esisten­za progressivamente migliore rispetto all’attuale. Un’accumu­lazione per quantità e qualità, perché ogni pensiero è raffinato dalla mente a cui è stato dato in cambio d’un altro elabo­rato.
Tutto quel che facciamo o che ci sforziamo di fare è volto alla conquista di una sempre maggiore felicità.
Secondo il logico del linguaggio J. Stuart Mill, l’uomo esiste e l’utilità che trae da questa condizione la chiama felicità.
Tutto il bene, tutto il giusto, tutto il bello, tutto ciò che è considerato positivo, la faccia lumi­nosa della Luna… quella è la felicità. Quella deve essere il criterio che guida l’uomo nelle sue scelte razionali, non un semplice proposito ma una regola dimostrata da ogni azione compiuta. Una legge matematica che è contemporaneamente ispirazione e risultato del procedimento umano; una legge valida ugualmente per tutti gli uomini senza eccezioni. Non c’è felicità se non c’è libertà di poterla raggiungere. L’illustre filosofo inglese è catego­rico nel ribadire l’importanza della libertà individuale che permette agli uo­mini di affrancarsi dal loro status animale per giungere all’Eden.
Il liberalismo politico ed economico dell’autore garantisce la sua predisposizione verso la Democrazia considerata come unica forma di governo in grado di garantire e di tutelare la varietà di idee ed espres­sioni umane; le differenze e le diversità preservano l’umanità dal­l’omologazione e dalla tristezza della vecchiaia.
Tali convinzioni sono espresse in diverse delle sue opere, anche ne L’asservimento delle donne, pubblicato nel 1869 dopo essere stato deputato alla camera dei comuni (1865-1868) ed aver sostenuto il suffragio universale delle donne.
Egli afferma che le donne sono state ridotte in servitù dalla prepotenza e dalla superbia non­ché dalla forza maschile, ma questa prevaricazione è sbagliata e dannosa perché pri­va l’umanità di una parte d’intelligenza e questo ostacola il cammino verso la felicità di tutti che è sempre il centro del discorso di Mill, in altre parole l’emancipazione delle donne po­trà “rad­doppiare la quantità delle facoltà mentali disponibili per i più elevati servizi dell’u­manità”, dichiarare pubblicamente queste “idiozie” all’epoca significava attirarsi contro gli sberleffi di parlamentari e di tutti i benpensanti. Ma le donne iniziavano a rivendicare i loro diritti, fra cui quello del voto, già nel 1850 in Ohio (USA) era nato un comitato detto “con­venzione di donne”, e questo movimento si estese rapidamente fra le donne europee, con­trariando i padri, i mariti ed i fratelli. Il nostro pensatore illuminato da tempo aveva matura­to le sue idee riformiste sulla morale e sulla democrazia in questo supportato dalla moglie Harriet Taylor, considerata l’avvocato dei diritti delle donne. Una storia d’amicizia durata 25 anni prima del matrimonio, il secondo per lei, un amore arricchi­to dalla condivisione di inte­ressi culturali come testimoniano i saggi scritti insieme Sul ma­trimonio, Sul divorzio e Sul­l’emancipazione femminile (raccolti in Italia, nel volume Sull’e­guaglianza ed emancipazio­ne femminile). Il sodalizio fra i due nasceva dal loro sen­tirsi alla pari, in grado di scambiar­si parole di uguale importanza e meritando il rispetto re­ciproco per intuizioni e ragiona­menti di uguale dignità ma di caratteristiche diverse. I due sembra­no dividersi i compiti, scrive la Taylor rivolta all’amico: “se per una volta almeno po­tessi es­sere provvidenziale per il mondo, all’esplicito scopo di sollevare la condizione delle donne, dovrei rivolgermi a te per conoscerne i mezzi: lo scopo sarebbe quello di rimuove­re ogni ostacolo agli affetti…”, dopo la morte di lei l’innamorato risponde: ”Quando due per­sone hanno pensieri e speculazioni del tutto in comune, è di poca importanza, circa la questio­ne dell’originalità, chi di essi detiene la penna”.
I due filosofi intendono il matrimonio come suggello di una corrispondenza d’intenti oltre che di sensi, la celebrazione delle affinità elettive, unione che non deve essere costretta in un tem­po indissolubilmente eterno, essa deve durare tanto quanto la felicità che crea a meno che non ci siano figli la cui felicità è prioritaria e dipende completamente dai genitori. Oggi le pari opportunità fra uomini e donne sono garantite per legge e così anche il divor­zio ma, ancora, manca l’educazione al rispetto dell’intelligenza della donna e, più in gene­rale, al riconoscimento teorico e sperimentale della felicità. Dopo la rivoluzione fran­cese, il motto dell’uomo progredito deve essere: “Libertà, Eguaglianza e Felicità!”.

La pratica filosofica della danza sul mondo

Diventare uomini adulti oggi sembra difficile.
La realtà in cui viviamo è sofisticata da una serie di meccanismi che alterano la coscienza del lavoro consumato dai loro ingranaggi, la tecnologia alleggerisce la fatica di fare fino ad annullare il confine tra possibile ed impossibile, fra bene e male, fra giusto e sbagliato. In mezzo a tutti questi congegni ed archibugi fantascientifici, il nostro uomo contemporaneo si sente autorizzato a giocare incurante delle regole del gioco, con l’unica preoccupazione di cancellare ogni forma di dolore che lo infastidisca, egli prolunga la fase dell’infanzia durante la quale costruisce nuovi giocattoli ma nulla d’essenziale e procede nell’esauri­mento della vita che c’è, ovvero spalanca la porta alla dècadence e all’ospite inquietante, il nichilismo.
Secondo molti pensatori occidentali, il nulla è ormai entrato in casa possiamo arrenderci alla sua presenza e ignorarlo, oppure possiamo reagire spargendo nuovi semi proprio lì dove “è passato Attila”.
Katia Galimberti, nei suoi studi filosofici su Nietzsche, sottolinea la differenza fra nichilismo negativo e positivo. L’atteggiamento passivo disposto a: guardare la rovina del nulla che avanza, osservare ed imitare la decomposizione della vita, come si potrebbe assistere alla rappresentazione di un film dell’horror, comodamente seduti sui propri giudizi e sui propri preconcetti. A questo contegno tradizionale si contrappone la volontà attiva di edificare su nuove fondamenta uno stabile nel quale il nulla non riesca a muoversi espandendosi fino a dominare tutto lo spazio. Per la studiosa, il nichilismo radicale è la demolizione di certezze passate che hanno portato all’attuale tramonto della civiltà, ma è un momento estremo di distruzione insensata cui deve avvicendarsi il tempo dello spirito attivo che vuole affermare la sua volontà di vivere prima di ogni ragione utilità e guadagno.
Questo impulso di rompere col passato per rincominciare da zero ha il sapore di una fuga dal mondo, una critica allo status quo che ha i tratti delle contestazioni giovanili che respin­gono capricciosamente tutto quello che non gli piace. La questione però parte dal disagio della civiltà odierna, la paura che nutre verso il futuro o verso il presentimento di un futuro malato. Un terrore che paralizza il nostro cervello e le nostre gambe, un’ombra che oscura la vista e il cuore, una sensazione che ci procura dolore fisico fino a compromettere il no­stro equilibrio psichico.
Il rimedio adottato per dissolvere l’angoscia e la rabbia di cui parliamo, la cura al male di vivere è data dalla psicoanalisi. Per Umberto Galimberti, padre di Katia ed esperto niccia­no, il dolore procurato dal vivere non è il sintomo di una patologia su cui la medicina deve intervenire, il dolore fa parte della vita così come la morte è parte del ciclo naturale, una nota dell’armonia universale da cui abbiamo avuto origine. Per questo l’esimio professore di filosofia, propende per la pratica filosofica dell’accettazione dei problemi e del dolore ad essi connessi, affrontarli e non negarli a se stessi ed agli altri. Anzi proprio la crisi delle certezze dimostra l’instabilità delle rigide convinzioni dietro le quali mascheriamo spesso i nostri desideri invece di esprimerli assumendone responsabilmente le conseguenze.
Inoltre il dolore è utile all’individuo perché gli mostra i limiti del suo fare e del suo essere mortale. Sbaglia l’uomo che con tracotanza calpesta il limite tracciato dalla sua condizione di essere umano e non divino. Gli dei non provano dolore e non muoiono mai; ecco perché Galimberti scrive che per vivere bene con noi stessi dobbiamo studiare e capire il dolore che proviamo tramite la filosofia, cercare la cura della psicoanalisi significa rimuovere l’o­stacolo che ci indica il limite delle nostre illusioni.
Con più leggerezza, ma non superficialità, il maestro del sospetto, Friederich Nietzsche, ci invita a ballare con oscillazioni e salti, così che il corpo ridiventi il veicolo per esprimere l’a­nima e l’amore verso la Terra e la vita.
Non è molto che negli occhi ti fissai, vita:
vidi oro rilucere nella notte del tuo occhio – il
mio cuore rimase silente innanzi a questa voluttà […]
Gettasti uno sguardo al mio piede rapido di danza,
uno sguardo oscillante e struggente, che interrogava:
Due volte soltanto destasti il tuo sonaglio con le piccole mani
e già il mio piede vacillava, acceso dalla danza-.
I miei talloni sussultarono, le mie dita prestavano ascolto
per comprenderti: perché chi danza reca
il proprio orecchio nelle dita dei suoi piedi. […]
Ti temo vicina, lontana ti amo; la tua fuga mi
seduce, il tuo cercare mi paralizza: patisco, ma
quali sofferenze non sopportai per te con gioia!

(F. Nietzsche, La seconda canzone di danza.)

Forum con Pietro Franzoso

1998 il sogno di Evergreen prometteva sviluppo economico tramite il porto e il turi­smo. Oggi, a distanza di 12 anni l’autorità portuale di Genova prospetta lo smantel­lamento dei porti del sud. Cosa non ha funzionato?
In questi 5 anni il porto di Taranto è stato completamente abbandonato a sé stesso. L’as­sessore regionale Pelillo sostiene che non siano stati presentati progetti per il porto e di­stripark, la provincia rilancia le accuse di negligenza elencando tutti i documenti presentati alla regione, parliamo di due entità pubbliche dello stesso colore politico che non riescono a comunicare. Sia l’amministrazione comunale che quella provinciale sono soci del distri­park quindi avrebbero dovuto avere maggior cura ed attenzione nei confronti di questa realtà. Per quanto riguarda il problema di Gioia Tauro, la posizione dell’autorità portuale genovese è egoistica e non merita l’attenzione di una discussione.

Quanto pesa il commissariamento del porto su tutta la questione locale ad esso le­gata?
Pesa decisamente poco, anzi spero che ,dopo le elezioni, si passi ad una gestione ordina­ria. Credo che questo commissario relativamente alle proprie competenze, abbia portato fino in fondo i suoi compiti.

I trasporti, la rete ferroviaria, strade ed autostrade,il traffico aereo-portuale non sod­disfano i reali bisogni degli abitanti della città e della provincia tutta. Cosa bisogne­rebbe fare?
La distinzione fra città e provincia perde significato quando si parla di scambi di merci e di profitti economici. Lo sviluppo di questo territorio passa attraverso grandi progetti e grandi strutture, il che significa mobilità del cittadino, reti di collegamento ferroviario, significa in­vestire in beni immateriali, ma di tutto questo la Regione Puglia, in questi ultimi anni non ha fatto niente. La programmazione si è inceppata nel P.A.L. (Piano d’Azione Locale); ci sono ancora notti bianche e spese inutili e, secondo noi, clientelari. Questi sprechi impove­riscono le risorse da utilizzare per i collegamenti non solo interni ma col nord Italia e con l’Europa. La giunta Fitto aveva elaborato un Piano regionale dei trasporti, mentre la pro­gettualità di questa giunta è nulla.

Il governo ha istituito la banca del sud e i fondi FAS (Fondo per le aree sottoutilizza­te). Sono provvedimenti efficaci?
L’emergenza economica che il mondo sta vivendo ha ripercussioni inevitabili sul sistema Italia così una parte dei FAS il governo li ha dovuti utilizzare per pagare la cassintegrazio­ne. Sbagliato è che le Regioni abbiano richiesto di utilizzare quei fondi per saldare i debiti accumulati con la sanità locale invece che investirli con politiche di sviluppo economico. Per cui i Fas sono una risorsa utile ma viene utilizzata male dalle Regioni. La Banca del Sud non è la cassa del Mezzogiorno è,invece, un mezzo concreto ed efficace che garanti­sce il futuro del nostro territorio.

Il problema del nucleare. Vendola si oppone alla costruzione di centrali in Puglia, il governo ha “richiamato” la regione all’ordine . Lei che ne pensa?
Il nucleare risponde ad una esigenza economica del paese, come in Francia o in Germa­nia. Sullo sviluppo pesa il sovrapprezzo che attualmente paghiamo del 34-35% sull’ener­gia, questo ci danneggia rispetto agli altri paesi con cui siamo in concorrenza. Un danno ri­dicolo se pensiamo che le centrali francesi distano appena 13 km dal confine con l’Italia, questo equivale ad avere un pericolo in casa senza poterlo gestire né usufruire dei vantag­gi. La volontà del governo di usare il nucleare di ultima generazione è indubbio, d’altra parte abbiamo fatto una legge che sancisce questa volontà; c’è il problema della scelta dei siti, costituzionalmente, il problema energetico appartiene al governo centrale. Noi abbiamo detto no alle centrali nucleari in Puglia, motivando questa posizione senza volerla imporre prepotentemente. Opporsi con una legge regionale significa arrogarsi una competenza che è del governo nazionale.

Questione ambientale e centrale dell’Eni a Taranto.
Il problema dell’ambiente ,ormai, ha una forte caratterizzazione politica a scapito del nesso sociale con i problemi del territorio. È stato dato il via alla centrale dell’Eni e non al raddop­pio della struttura esistente, come alcuni hanno voluto dare ad intendere, mistificando stru­mentalmente gli atti emessi. A causa di questo impianto a gas aumenteranno le emissioni di anidride carbonica ma diminuiranno notevolmente le quantità d’inquinanti come la dios­sina. Il surplus di co2 è compensato dalla centrale di fotovoltaico di 60 ettari costruita a Brindisi, per cui l’equilibrio regionale rimarrà inalterato.
Se poi ci impuntiamo in un ottica strettamente provinciale allora dobbiamo avere il corag­gio di ammettere che il nostro futuro sarà di paese sottosviluppato.

Nell’Italia della seconda repubblica uno dei temi tristemente ricorrenti è il conflitto d’interessi. Tornando alle questioni ambientali ed all’Ilva, esiste per l’onorevole Pie­tro Franzoso un conflitto d’interessi per quanto riguarda le sue attività imprendito­riali all’interno dello stabilimento siderurgico tarantino?
Assolutamente no. Da sempre è risaputo che ho delle imprese nell’indotto dell’Ilva. Com­plessivamente fra quella mia e quella di mia moglie lavorano 80 unità. Non c’è conflitto d’interessi in termini di legalità e tanto meno in termini di eticità. Quando sono stati fatti gli accordi di programma ambientale da Di Staso, io non sono intervenuto né direttamente né indirettamente, non ho partecipato agli incontri regionali per gli atti d’intesa a questo ri­guardo, mi sono sempre tenuto in disparte dimostrando pieno rispetto verso i cittadini, i di­soccupati ed i lavoratori; ad esempio la maggior parte dei miei dipendenti è inscritta alla CGIL, perché per correttezza ed onestà io scindo completamente il mio ruolo politico da quello d’imprenditore. Con meno arroganza e fuori da giochi politici si dovrebbe discutere seriamente della questione ambientale in corrispondenza allo sviluppo economico per arri­vare ad una industria eco-compatibile e rispettosa della dignità dei lavoratori.

Qual’è la sua opinione riguardo la costruzione del San Raffaele del Mediterraneo?
Ben venga se la sua funzione rimane quella di polo scientifico. L’arrivo del nuovo ospedale non deve comportare la distruzione del sistema sanitario esistente col Santissima Annun­ziata, cioè la specialistica deve essere un incremento, un allargamento e non la diminuzio­ne fino alla compromissione del sistema sanitario cittadino che trova nel Santissima An­nunziata la principale risposta ai bisogni della medicina di base dall’appendicite alla pol­monite. Se il nuovo ospedale si aggiungesse a quello esistente aumenterebbero i posti letto a disposizione dei cittadini che non sarebbero più costretti a lunghi viaggi della spe­ranza fuori dal loro ambiente familiare; ma se si procede allo sman­tellamento dell’ospeda­le civile del centro città, allora sostanzialmente il numero dei posti rimarrà sempre inferio­re a quello dei bisogni reali. Per concludere: è stato approvato il progetto sul piano urbani­stico senza avere la certezza dei finanziamenti. Il costo previsto è 210 milioni di euro, una parte di 80 milioni dovrebbe essere erogata dalla Regione che li preleverà impropriamente dai fondi FAS, i restanti 130 milioni si dice che arriveranno dal governo nazionale, ma è soltanto una ipotesi, ci vorrebbe qualcosa di più concreto per iniziare a posare le pietre della nuova struttura ospedaliera.

E la sanità pubblica pugliese?
La sanità pubblica pugliese è la conseguenza di quel che avviene su tutto il territorio regio­nale. Vendola nella campagna per le scorse elezioni parlò dii rivoluzione sanitaria per avvi­cinarsi alle esigenze dei cittadini e disse che avrebbe abolito il piano Fitto che, di fatto, è ancora vigente perché non sono stati studiati altri interventi. Ora ci sono denunce a non finire sui concorsi da primario, io so che ci sono primari che sono stai indotti a dimettersi. Il sistema sanitario pugliese soffre di lottizzazione per questo funziona male.

Perché a destra, per le elezioni regionali, vengono fuori 2 candidati: Rocco Palese e l’ex ministro Adriana Polibortone, non si poteva trovare un “nome” d’incontro? Ed a margine di questo, quanto si gioca Raffaele Fitto in queste elezioni?
Il PDL ha messo in campo tutte le sue risorse per arrivare ad un’intesa con UDC e con la Polibortonema quest’ultima è stata inamovibile, mostrando un’eccessiva sicurezza in sé, arroganza e presunzione che rivelano una mania di protagonismo che nelle scorse elezio­ni provinciali, sia a Taranto che a Brindisi, ha regalato la vittoria alla sinistra. Addirittura, questo regalo sembrerebbe rientrare in un piano precostituito al fine d’indebolire l’unico candidato che può riservare sorprese, Rocco Palese.
Fitto ha messo in campo tutta la sua correttezza e coerenza e si rivolge al popolo modera­to richiamandolo all’attenzione su cosa si è fatto in questi 5 anni e su cosa sarà possibile fare nei prossimi.

La democrazia del mulino bianco

La vicenda Vendola cosa insegna alla sinistra ed in generale ai politici italiani?
Il pluralismo è una ricchezza per la democrazia e la vicenda Vendola ne è un esempio. Ricchezza perché porta a conclusioni migliori di quelle deducibili dalle condizioni di parten­za. Le divisioni e le spaccature sono l’equivalente della sottrazione di idee prima che di voti, non si genera nulla col depauperamento di una forza partitica. Le primarie della Pu­glia sono state importantissime perché la scelta era fra due coalizioni e non fra due espo­nenti dello stesso partito come in Campania ed in Umbria. La gente non ha votato un am­ministratore come potrebbe essere un sindaco o un presidente di provincia, dunque non ha espresso un voto sulla persona ma alla linea politica che traccia. La politica non deve essere fatta solamente di teorie e schemi, noi dobbiamo essere coraggiosi e dobbiamo es­sere disposti a metterci continuamente in gioco per ascoltare la voce di coloro che rappre­sentiamo senza cercare d’imbrigliare il dialogo in sistemi preconfezionati che classificano tutto in base al colore della pelle, alle inflessioni dialettali o al credo religioso.
La politica ha un problema di rappresentanza? Lei chi rappresenta?
Io sono fiero di rappresentare i 15.000 operai dell’Ilva in Parlamento. Non solo loro, ma vengo da una esperienza sindacale che mi ha formato e sensibilizzato al problema del la­voro che è futuro, così per indicare la mia base focalizzando al massimo l’obiettivo, indico quei lavoratori che , nella mia città, sono in bilico fra l’industria siderurgica e il niente e questo provoca vertigini davvero paurose.
Lavoro ed economia povera sono prevalentemente problemi del sud, è la storica questione meridionale?
Lombardia, Piemonte e Veneto sono una macro area industriale , la quarta per produttività in Europa. Noi siamo distanti ed in ritardo rispetto al loro sviluppo. La distanza non è pura­mente formale ma non siamo al passo con la loro produttività, mancano i collegamenti an­che più materiali come quello aeroportuale, ferroviario, anche il corridoio stradale ci pena­lizza considerando che tutto il versante adriatico è rallentato rispetto al Palermo Mila­no. Sarebbe importante fare alleanza sul versante adriatico per raggiungere l’obiettivo di una buona rete di passaggio di uomini e merci senza piangerci addosso in nome della questio­ne del ritardo secolare.
Nell’Italia della seconda repubblica la destra attinge politici prevalentemente dai pubblici amministratori mentre molti degli esponenti politici di sinistra provengono da esperienze sindacali come lei come il nostro presidente della provincia ma abbia­mo avuto anche presidenti della camera e del senato con un passato da sindacali­sta, come spiega questa “caratterizzazione delle origini”?
Il sindacato è stato una scuola interessante sia sul piano organizzativo che su quello prati­co del cimentarsi quotidianamente coi problemi dei lavoratori. Il ricorso ai sindacalisti è cresciuto dopo tangentopoli con la scomposizione dei partiti; la ferita che si aprì nella sini­stra con l’allontanamento fra riformisti-miglioristi ed estremisti causo uno stallo momenta­neo di uomini e di idee, di qui la necessità di un cambio affidato all’esperienza fatta “sul campo” a stretto contatto con una parte del popolo rappresentato.
A proposito di lavoro, i cassa-integrati dell’Ilva arrivano al numero esorbitante di 70.000. Giusto?
Oltre alla cassa integrazione ordinaria bisognerebbe conteggiare quella straordinaria, la mobilità e tutte le deroghe. In fondo con la lettura i numeri strutturali non abbiamo una vi­sione completa della situazione che è ancora più terribile di quella prospettata da questo numero. Le ore di cassa integrazione mensili nella provincia di Taranto sono 14.000 ai cassa-integrati si aggiungono tutti quelli che hanno avuto un contratto a termine ed interi­nale, questo per la fascia industriale, le stime diventano drammatiche se sommiamo anche quelle del terziario dove il lavoro precario ha contratti di collaborazione ed a progetto, co.­co.co, co.co.pro fino alla partita iva… tutto lavoro precario che non assicura una prospetti­va di crescita e nemmeno di vita e così vediamo l’esodo dei nostri ragazzi dal meridione.
I nostri ragazzi vanno via dalla loro terra come gli immigrati, tanto additati secondo un pregiudizio razzista che spira da un nord leghista?
Finalmente la Cei ha alzato la voce per dire che gli immigrati delinquono tanto quanto gli indigeni autoctoni e non di più. No, il movimento migratorio verso il lavoro non è lo stesso, basta guardare negli occhi di questi extra-comunitari, loro hanno una vivacità, una speran­za di migliorare le condizioni della propria esistenza, addirittura loro hanno la sicurezza di poter affrontare ogni problema e di poterlo risolvere, cosa questa che i nostri figli non han­no. I nostri ragazzi sono cresciuti nella democrazia del mulino bianco e quando partono non è per ribellarsi e cambiare la loro condizione di vita ma è sol per perpetuarla.
I ragazzi sono già andati lontano a cercar fortuna potranno mai tornare “in patria” oppure qui non abbiamo nulla da offrir loro?
In questo la Puglia si differenzia da tutto il resto del meridione, perché Vendola sta attuan­do delle scelte dal turismo all’eolico che fanno della nostra regione un’eccellenza in grado di attrarre ricchezze da offrire ai conterranei per richiamarli “in patria”, se così vogliamo dire.
Nuovamente Vendola, lei sosteneva Vendola anche alle primarie?
Io sostenevo l’importanza di fare le primarie , inoltre Vendola è un figlio della Puglia, uno dei migliori esponenti della democrazia meridionale come Di Vitttorio e Moro.
Vendola si oppone alla centrale nucleare ed al programma di trivellazione dell’Eni nelle acque pugliesi, lei che ne pensa?
La centrale nucleare, in Puglia, non si po’ fare; sono state fatte scelte energetiche diverse e poi perché una centrale nucleare quando già l’energia che produciamo non siamo in gra­do di trasportarla fuori? Invece mi chiedo perché opporsi ai programmi di trivellazione del­l’Eni; se in Basilicata c’è il petrolio e lo portiamo a Taranto con l’oleodotto perché non co­struire un metanodotto per portarlo in tutta Italia. Certo questo implica la costruzione o l’ampliamento della centrale e conseguente aumento della anidride carbonica ma io appli­co la categoria del buon senso che mi dice che questo aumento di CO2 non è “ecologico” ma serve a far funzionare l’industria e l’economia. Anche grandi uomini di sinistra come Obama o come Lula o gli esponenti del partito democratico indiano la pensano così, ci vuole buon senso per andare avanti col resto del mondo.
Globalizzazione, prima abbiamo parlato di pluralismo, in quest’ottica qual’è il contri­buto dato dal sistema delle informazioni e comunicazioni sia a livello nazionale che locale?
Per quanto riguarda l’informazione scritta, a livello nazionale non va bene perché i grandi giornali non raccontano più la vita dell’Italia, la stampa è assistita con contributi statali ma è prezzolata al servizio del potentato editoriale che ha la quota maggiore. Invece la stam­pa locale è più vicina sia al lettore che all’evento e lo racconta con maggiore credibilità e affidabilità. Spesso nei giornali nazionali le pagine più apprezzabili sono quelle degli inserti locali che però limitano la diffusione della notizia nel territorio di provenienza. Su questo bi­sognerebbe insistere, cioè che le notizie locali, sopratutto quelle riguardanti l’economia, dovrebbero essere esportate da un chiuso ambito provinciale per inserirsi in una rete più ampia che garantisca una migliore conoscenza delle risorse del nostro territorio. Su que­sto sono fiducioso perché abbiamo tanti giornalisti di talento che riusciranno ad inserirsi in circuiti di più grande respiro oltre quello buono locale. Poi ci sono le televisioni. Intanto questa cosa stupenda che gli italiani oggi seguono i telegiornali. Al contrario della stampa, le emittenti locali sono più esposte alle influenze dei propri produttori e così hanno un rim­balzo d’obiettività. A Taranto c’è un regime di monopolio televisivo che cozza col principio di concorrenza proprio della democrazia.
La zona franca. Sarà presentato un nuovo emendamento in Parlamento, di che si tratta?
L’emendamento non è stato ancora presentato dalla assemblea dei sindaci, comunque dovrebbe essere l’emendamento numero 9.600. La discussione è in Senato col provvedi­mento 1000 proroghe a questa si rivolge l’emendamento soppressivo che riguarda alcuni benefici superflui che gravavano sulle scarse risorse economiche a disposizione. Il gover­no sbagliava nell’istituire dei benefici di 14 anni per il credito d’impresa quando c’è già lo sgravio per disoccupati e cassa-integrati e lavoratori in mobilità. Questi benefici ci sono già, durano meno tempo ma è inutile appesantire le casse dello Stato quando il ministero dell’economia continua a dire che non ci sono soldi. Il governo sbagliava riguardo al conto per il credito d’impresa ma le quote versate ai comuni, le quote e tutto il resto permangono invariate.
In Europa la sinistra comanda solo in Spagna, in Grecia e nel Belgio, negli altri pae­si al governo c’è il centro-destra. Secondo lei cosa quale sarebbe il tratto vincente per un partito di sinistra nel nostro occidente europeo?
I principi della rivoluzione francese sono vincenti ma, ancora oggi, non sono stati attuati del tutto. Eguaglianza, libertà e solidarietà sono le ragioni a cui ispirarsi, un trittico insepa­rabile che ha la cittadinanza eterna nel mondo dei giusti.

Un atto di coraggio

Un atto di coraggio
La Storia è un intreccio complicato di situazioni, uomini e del Sapere che loro posseggo­no.
Un singolo evento non cambia l’impostazione del discorso ma se dietro quel fatto c’è un’i­dea, allora sì che abbiamo la leva che solleverà il mondo.
Quanto siamo disposti a rischiare per un’idea che magari non è nemmeno quella giusta? Poco o nulla, d’altronde la lotta non finisce mai, non arriva mai ad un traguardo definitivo, c’è sempre qualcuno che destabilizza l’equilibrio raggiunto e azzera tutti i risultati ottenuti, chi desidera una condizione d’instabilità continua e perenne? Allora chiniamo la testa da subito al padroncino di turno, qui, adesso, come sempre.
No, c’è stato qualcuno che ha difeso un’idea, un meridionale, un figlio di quella Calabria seviziata tanto dalla fame quanto dall’ignoranza, uno “status” che mandava i suoi figli al­trove per permettergli di crescere e che ora non accoglie i figli degli altri, una terra chiusa nel rancore segreto e carico di paura.
Giovan Domenico Campanella, più conosciuto col nome assunto con i voti dell’ordine do­menicano: Tommaso Campanella; filosofo, teologo e difensore dell’onestà poco praticata alla fine del 1500 nel regno degli spagnoli come in quello della Chiesa di Roma.
Dopo 4 processi subiti in odor di eresia e dopo essere andato a Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Padova per cercare riparo e poter approfondire i propri studi, il mite intellettuale torna nel convento della sua Stilo, per un periodo di riposo e di meditazione sulle sacre Scritture e le verità rivelate da san Tommaso D’Aquino. Distolto forzatamente lo sguardo dalle amate “teorie moderne”, l’uomo si rende conto delle condizione disumane in cui vive la sua gente, “i soprusi dei nobili, la depravazione del clero, le violenze d’ogni specie […] Fazioni avverse contendevano talvolta aspramente tra loro, e non poche lotte erano coro­nate da omicidi e delitti d’ogni specie. […] l’estrema severità delle leggi, che comminava­no la pena di morte per moltissimi delitti anche minimi […] la frequenza delle liti e delle contese, aumentavano in maniera preoccupante il numero dei banditi”. Un po ingenua­mente, dati i mezzi scarsi di cui dispone, il domenicano ordisce una congiura con altri frati e cerca di parlare alla massa per incitarla al riscatto sociale ed alla sovversione del potere spagnolo, ipotizzando una alleanza con i turchi da poco sconfitti a Lepanto. Dopo aver tentato l’ennesima fuga, il pericoloso calabrese viene preso dagli spagnoli, imprigionato a Castelvetere, dove firma la confessione, trasferito a Napoli ed, infine, a Castel Nuovo il 22 Novembre 1599.
La condanna per il complotto tentato, sarebbe stata la pena di morte, ma il castigo è com­mutato nel carcere a vita perché il nostro si finge pazzo, la pena in seguito è ridotta a 27 anni grazie all’intercessione di papa Urbano VIII. Malgrado la reclusione e le torture inflitte per dimostrare la sua lucidità di mente, in carcere Campanella scrive le sue opere più fa­mose fra cui La città del sole.
La prima stesura dell’opera è datata 1602, in seguito al fallimento della rivolta “fisica” al potere feudale, dopo aver osservato alcuni fenomeni astrologici come il passaggio di una cometa, il pensatore copernicano tenta la via delle lettere e scrive il suo dialogo (di tradi­zione platonica) fra un cavaliere di Malta ed un ammiraglio genovese che ha girato il mon­do ed ha visitato una città dove non esiste la proprietà privata, dove tutti partecipano equamente alle decisioni politiche e dove il progresso della conoscenza è agevolato e non inquisito. Posta su un colle, la città del sole è circondata da sette mura che portano il nome dei pianeti e coniuga perfettamente la teoria politica del patriota nostrano con gli studi che lo hanno portato su posizioni anti-aristoteliche, malgrado gli “ammonimenti” della Chiesa cattolica. Una visione utopica ed eliocentrica di un cosmo tutto immerso in una realtà divina seppure abitata dagli uomini.
Nel febbraio del 1616 l’Inquisizione ammonisce Galileo Galileo per le sue teorie eliocentri­che in netto contrasto con le dottrine tolemaica ed aristotelica approvate dalla Chiesa di Roma. Campanella conosce personalmente Galileo, si sono incontrati a Padova nel 1592 e da allora si scrivono scambiandosi idee nuove e conoscenze acquisite. Nel marzo dello stesso anno, il frate domenicano preoccupato per la sorte dell’amico e dei suoi studi, no­nostante i supplizi a cui continua ad essere sottoposto, non accetta di vedere calpestata la dignità e la verità del ricercatore e scrive l’Apologia pro Galilei, redatta sia in volgare che in latino a mano, sarà pubblicata più tardi nel 1622 a Francoforte. Questo scritto testi­monia l’onestà intellettuale del suo autore, pronto a rischiare la cosa più preziosa, a cui te­neva oltre ogni tortura ma a cui non poteva sacrificare la verità; un atto di coraggio con cui dobbiamo confrontarci qui, adesso, per sempre.

Ricominciamo da Terra jonica

Le elezioni regionali hanno dato luogo ad una diatriba tutta interna all’area di sinistra fra chi sostiene il governatore uscente Niki Vendola e chi propende per l’alleanza con UDC e quindi per il candidato Alessandro Boccia. Lei cosa ne pensa?
Niki è stato un buon governatore ed il mio sentimento è con Niki. Ho preso posizione, una volta, all’assemblea del PD: in regione abbiamo fatto bene, dalle politiche sociali all’ambiente, c’è stato anche qualche errore come nella sanità, ma per non fare arretrare questa esperienza bisogna vincere. Il ragionamento che ha fatto Massimo D’Alema è basato sul dato di realtà. In Puglia, le elezioni provinciali la nostra coalizione le ha perse, soltanto io ed Emiliano siamo stati rieletti, per cui per vincere le elezioni regionali il candidato deve poter contare su una più larga fascia di elettori e questo lo garantisce l’apertura verso l’UDC. Rimprovero il mio partito il ritardo nel prendere posizione a favore di una o dell’altra ipotesi. Bisognava dire sei mesi fa quale fosse la linea da seguire, evitando tutte le chiacchiere polemiche degli ultimi tempi.

Presidente, Vendola sostiene che la sua candidatura sia stata osteggiata per il no al processo di privatizzazione dell’acquedotto pugliese. Come giudica lei questa valutazione del governatore?
A me non piace la politica fatta così con recriminazioni opinabili, variabili teoriche e sospetti su interessi personali, dubbi infondati e pretestuosi. Allora devo ricordare che quando era al governo, già Prodi aveva proposto di privatizzare l’acquedotto con la partecipazione dell’Enel che non è più pubblica.

Lei fa parte dell’ufficio di presidenza dell’Upi (Unione province italiane), ma troppi organi istituzionali, comuni, aree metropolitane, province, regioni rischiano di aumentare la burocrazia e di allontanarsi incomprensibilmente dai cittadini.
Poco tempo fa sono stato criticato per aver manifestato il mio consenso alla Lega quando dice che le Regioni sono organi di centralizzazione non adeguati alle esigenze territoriali. La provincia compie un monitoraggio attento alle specificità ed ai bisogni del territorio.
Ad esempio, in Puglia subiamo l’egemonia di Bari, sono stati stanziati 1,300,000,000 € per le infrastrutture baresi mentre per Taranto, Lecce e Brindisi messe insieme non è stata spesa nemmeno la terza parte di questa somma. Perché il porto di Bari deve espandersi alle spalle di quello di Brindisi, perché l’alta velocità deve fermarsi a Bari e non arrivare a Taranto? Perché la regione ha un territorio ed un numero di abitanti troppo grande, difficile da gestire mentre la provincia è più snella e quindi è pi facile da governare.

Insieme alle elezioni regionali, ci saranno le elezioni comunali di Monteiasi e di Manduria, due amministrazioni di centrosinistra che non sono riuscite a concludere il proprio mandato.
Per Manduria ho una visione chiara: bisogna ripartire da Massaro. Manduria è una città colta con un grande passato e Francesco può ancora rappresentare quella grande ed ambiziosa speranza di progresso, fino all’eccellenza civile e culturale.

Il tema della tradizione culturale richiama i versi di Orazio e Virgilio al Galeso, dove la Provincia ha sovvenzionato la bonifica e ipotizzato l’apertura di un parco letterario,i tempi per la realizzazione di questo itinerario saranno lunghi?
Il Galeso è un luogo di grande fascino, un luogo di richiamo turistico indiscutibile. Abbiamo sostenuto interamente i costi della bonifica, ora cerchiamo i fondi per realizzare il parco letterario. Al momento la provincia non ha fondi da investire in opere come questa speriamo nell’intervento dei privati attirati dall’iniziativa culturale ed ai processi di sviluppo turistico.

Offerta culturale per i turisti e per i residenti? Si prenda l’università jonica, quando vedremo la nascita di un polo umanistico con lettere, filosofia, archeologia, beni culturali?
L’università doveva esser fatta vent’anni fa da chi poteva farla, ora con la riforma Gelmini abbiamo le mani legate. Possiamo stabilizzare quel che c’è di buono come il polo ingegneristico che stava crescendo, la facoltà di giurisprudenza e quella di economia e vedo bene anche la facoltà di matematica e scienze perché ha una preside molto in gamba. Avremmo voluto aprire la facoltà di Scienze della salute e creare un polo di Scienze umane, ma la riforma Gelmini non lo permette.

A Taranto abbiamo un museo della Magna Grecia che è fra i più belli d’Europa ma stenta a ritornare in piena attività. Cosa fa la Provincia per il museo?

Quando il museo era chiuso noi lo abbiamo tenuto “in vita” organizzando mostre, facciamo parte della fondazione Magna Grecia ma l’interesse dovrebbe essere reciproco, invece i musei sono una monade chiusa che non si integra col territorio attraverso iniziative culturali esterne alle proprie mura. Come provincia non possiamo fare di più, non abbiamo nessuna delega.

Cosa fa la Provincia per attuare delle politiche culturali serie, o cosa pensa di fare?
Noi cosa pensiamo di fare in questo mandato lo abbiamo detto: Terra Jonica.

Fino a poco tempo fa il progetto di sviluppo economico e culturale si chiamava “Grande Salento”, adesso “Terra Jonica” è un cambiamento di rotta, una deviazione da quel disegno che comprendeva le province di Lecce e di Brindisi? La Voce, in tempi non sospetti. Ha condotto una battaglia culturale contro l’omologazione di Taranto, il deterioramento della sua storia in luogo di bizzarre identificazioni salentine.
È necessario sfidare il “Grande Salento” ad andare oltre il disegno iniziale. Il sud della Puglia è più debole rispetto all’egemonia barese, per questo abbiamo cercato di unire le forze con un migliore coordinamento fra le tre provincie. Ma, per quanto riguarda la nostra provincia, cosa c’entra Ginosa col Salento? Non è una questione nominalistica, “Terra Jonica” è la risposta più adeguata alla domanda di sviluppo che arriva dal nostro territorio. Sono assolutamente d’accordo con quanto sostenuto dalla Voce in questi mesi sull’argomento.

Cosa è “Terra Jonica” nello specifico e come funziona?
“Terra Jonica” è il modo d’implementare un’idea di territorio che non sia solo la città capoluogo, un territorio con immense risorse (penso alla civiltà rupestre) da valorizzare anche per creare business. Abbiamo tre obiettivi: primo è ripristinare l’attrattivo di Taranto, cosa difficile visto che siamo riusciti ad etichettare questa città come luogo della morte soffocato dalla diossina; secondo valorizzare il patrimonio di cui disponiamo le gravine e le chiese rupestri e terzo rendere tutti consapevoli che il proprio sviluppo economico passa dal radicamento alla propria terra. Naturalmente queste sono idee guida dobbiamo trovare le risorse per realizzarle, per ora abbiamo solo il logo di “Terra Jonica”.

Valorizzazione e sviluppo del territorio come sperimentato con le Cento Masserie di Crispiano?
Le Cento Masserie e la “green road”, siamo molto fieri di partecipare con quel consorzio che rientra perfettamente nel quadro che stiamo ipotizzando.

Possiamo parlare di offerta turistica con un tasso altissimo d’inquinamento dovuto non soltanto alle emissioni di diossina, ma anche alle polveri del parco minerario dell’Ilva?
Il problema c’è e lo stiamo affrontando. Penso all’impianto per la captazione dei fumi recentemente inaugurato o alla copertura dei nastri trasportatori o più in generale alla legge regionale sulla diossina. Sono contento di vedere come la coscienza ambientale dei cittadini stia cambiando. Assai importante, in tal senso, è stata la manifestazione di fine novembre. Stiamo finalmente uscendo dalla contrapposizione lavoro-salute, bisogna garantirei entrambi e in questo senso stiamo correndo ai ripari. L’Ilva c’è, non possiamo volerne la chiusura perché non abbiamo alternative di sviluppo, in fondo “Terra Jonica” è anche questo un’opzione di sviluppo indipendente dall’Ilva.

Qual’è la sua posizione in merito al referendum sostenuto da Altamarea per la chiusura dell’impianto siderurgico?
Il referendum è addirittura dannoso perché rischia di rafforzare Riva; indipendentemente dagli esiti l’Ilva non può chiudere perché ogni Stato che sia una potenza industriale non può fare a meno della propria industria dell’acciaio fondamentale nella realizzazione dei beni di consumo dai frigoriferi ai carri armati. Migliorare le condizioni di vita si, ma chiudere non è una decisione responsabile perché dell’acciaio abbiamo bisogno e poi metà della popolazione dell’intera provincia dipende direttamente o indirettamente dal lavoro di quella grande industria, finché non sarà fatta una diversificazione del lavoro non potremo realisticamente ipotizzare la chiusura dello stabilimento.

Come giudica il “movimento” ambientalista?
Finalmente c’è un avanzamento decisivo,poiché si parla di accelerazione del cambiamento per migliorare la qualità della vita. Ci sono gruppi integralisti come l’Ail (Associazione italiana contro le leucemie) e fanno bene ad esserlo perché dopo 40 anni il numero dei malati i leucemia è davvero alto. La signora Dante dell’Ail che si batte per i malati presenti e futuri ha ragione ad essere integralista ma chi amministra deve fare i conti con la prospettiva di vita del suo territorio; bisogna essere ragionevoli per andare avanti.

A proposito di ambiente, sa che l’ENI ha avuto i permessi per procedere con le trivellazioni in Mar Grande per l’estrazione del petrolio, qual’è la sua idea in proposito?
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico della trivellazione, io non ho una conoscenza approfondita necessaria a valutare gli effetti di tale operazione, ma ammesso che troviamo il petrolio che facciamo una nuova centrale, un oleodotto, Taranto diverrà una nuova Siberia? No, non sono d’accordo che Taranto abbia un’altra fabbrica sia pure per l’estrazione del greggio .

“Taranto isola verde”. Ci sono state molte polemiche da parte di chi ha visto in questa società un carrozzone ottimo solo per “allocare” persone a lei vicine. Qual’è la sua risposta in merito e, se di carrozzone si tratta, comunque ha dei costi che devono essere garantiti e in questo momento di ristrettezza economica come prevede di farlo?
Isola verde… abbiamo chiuso adesso 5 anni con la presenza di ITALIA LAVORO,che per legge deve andare via e con cui abbiamo diviso un utile di 247.000 euro lasciando intatto il capitale sociale; quindi dopo 5 anni non ci abbiamo rimesso, anzi questa società ha determinato la stabilizzazione di 300 persone, poi sono state fatte tante chiacchiere , i carabinieri hanno fatto indagini ma non hanno riscontrato nessuna irregolarità, io non avevo assunto nemmeno una persona. Tante maldicenze gratuite e basta. L’idea rimane buona, sul piano industriale è stata proficua, il problema è che la provincia, come tutti gli enti locali ha pochi soldi ed ISOLA VERDE ha un costo complessivo annuale di 7 milioni di euro, siamo costretti a pensare ad una gestione privata, faremo il bando di concorso pubblico e speriamo ci siano imprenditori che vogliano partecipare.

Polemiche ci sono state anche sulla distribuzione di risorse legata a AREA VASTA, il parere del presidente della provincia qual’è?
Complessivamente il mio giudizio non è positivo,potevamo fare meglio, abbiamo perso molto tempo a litigare su chi doveva condurla e non siamo stati in grado di alzare il profilo del disegno iniziale. Io mi sarei concentrato su tre interventi, magari anche forzando l’interpretazione delle misure da adottare.
Gli interventi che avrei predisposto riguardano: 1) il welfare, anziani, malati, assistenza ai più deboli, 2) le residenze teatrali, ragionando sui luoghi dove collocarle, 3) sviluppo turistico, cercando di promuovere iniziative omogenee con l’offerta disponibile.

La raccolta differenziata dei rifiuti a Taranto stenta a decollare, com’è la situazione in provincia?
In alcuni piccoli comuni come Monteparano la raccolta differenziata arriva al 70%, molto attivi in questo senso sono anche Monteiasi, Montemesola e Grottaglie. Abbiamo ricevuto dalla regione 873.000 euro per incentivare la raccolta differenziata nelle aree di Massafra e Manduria, ma in accordo con i sindaci dei rispettivi comuni le abbiamo date al comune di Taranto perché qui il problema è più grave.

Il lavoro è un grosso problema per tutta la provincia, quali sono le prospettive future?
Qui l’offerta occupazionale è lega5ta alla grande industria, ovvero manca un modello di sviluppo che garantisca l’alternativa allo stato attuale delle cose. Stiamo costruendo l’alternativa per lo sviluppo sostenibile e questa si chiama Terra Jonica. Sviluppo significa lavoro, significa certezza del proprio futuro.

Considera la stampa jonica un potere realmente terzo?
Devo essere sincero? In molti momenti no! Una stampa realmente terza garantisce un migliore funzionamento della democrazia.

La sinfonia dei colori

La verità è assoluta.
Esiste ma non ha forma materiale, non ha dimensioni misurabili ed è pura astrazione, il cielo sopra di noi verso cui possiamo tendere lo sguardo senza mai riuscire a contenerlo tutto.
In questi giorni incerti d’inizio anno fra guerre al terrorismo, clima terrestre impazzito, la ri­volta degli immigrati a Rosarno e la precarietà del lavoro, io mi sento particolarmente con­fusa e mi chiedo chi abbia ragione, quale sia la verità dietro tutti questi fenomeni ma le pa­role in risposta continuano ad accrescere la mia sensazione di stordimento e di soffoca­mento, se avessi fiato abbastanza urlerei per squarciare il muro di chiacchiere che impri­giona la mia anima.
Verità, spirito, anima mi sembrano tutte parole fuori moda rispetto a virtuale, materiale e ragionevole; la realtà vive ma stancamente, si trascina sulle rovine di una mondo che ha sembianze umane ed umano non è più.
Per prendere respiro e concedermi un’esplosione rinvigorente rivolgo l’attenzione verso le luci ed i colori che parlano all’anima senza i compromessi della razionalità come insegna il capostipite dell’astrattismo Vasilij Kandinskij.
Giovane avvocato moscovita rifiuta la candidatura come docente presso l’Università per studiare all’Accademia delle Belle Arti di Monaco di Baviera dove si trasferisce con la mo­glie.
Siamo agli albori del Novecento, Mosca è ancora la capitale dello zar, chiusa ai fermenti artistici che dilagano in Europa da Parigi a Vienna, Vasil’eviČ non è consapevole di essere un artista, vedendo un quadro del tardo Monet con forme indefinite dalle luci rarefatte, sente la necessità d’ esprimere la propria forza interiore che, improvvisamente, dirompe sfrenata e spazza via ogni convenzione formale, ipocrita e meschina, anche i canoni co­modi e rassicuranti divengono regole troppo pesanti per essere sopportate; nasce così la pittura dello spirito, dove non ci sono figure o forme preconfezionate perché l’artista espri­me la verità della propria anima e non la rappresentazione della stessa mediata dagli ste­reotipi della ragione.
Questo non implica che il pittore dipinga per se stesso ma vuole che la propria interiorità comunichi con quella dello spettatore creando un passaggio di energia da Essere ad Es­sere, una trasmissione che permetta un movimento evolutivo di crescita: “L’anima vibra e “progredisce”. Ecco l’unico scopo dell’artista, lo capisca o meno chiaramente.”
La pittura non è l’unica arte capace di arrivare all’anima, a questo traguardo è giunta prima la musica a cui l’uomo s’inchina con una famosa metafora : “Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima”.
Le note e i suoni sono comprese anche da genti diverse per sembianza fisica e per “for­ma mentis” e questa comprensione universale conferisce alla musica un aspetto trascen­dentale e metafisico caratteristica che dovrebbe avere tutta l’arte moderna.
Il russo vuole essere un artista completo, ha studiato pianoforte e sa riconoscere il talento musicale del maestro Arnold Schönberg, appena assiste ad un suo concerto (1911). L’in­tesa fra i due è testimoniata dalla loro collaborazione nell’almanacco Der Blue Reiter, dove l’arte è considerata l’espressione degli istinti dell’anima, la Natura non è più protagonista, come nelle rappresentazioni classiche, l’armonia imposta dalla staticità di figure perfette ma false, quest’armonia illusoria è combattuta sulle pagine della rivista e nelle lettere fre­quenti. Tra i due
La musica del compositore viennese è fuori dal sistema tonale, cioè si avvale delle disso­nanze in completo disaccordo con l’armonia melodica contemplata fino a quel momento. La logica armonica è logica metrica, dunque è l’analisi che segue i binari ed esplora spazi già ordinati.
L’austriaco andrà oltre fino ad “inventare” la dodecafonia ovvero l’uso di tutte le note, attri­buendo dignità anche ai diesis ed ai bemolle.
Il teorico e “pietra miliare” della quarta armonica, vorrebbe addirittura “eliminare la volontà cosciente dall’arte” per questo concorda col pittore russo sul principio della “necessità del­l’anima”, solo se mosso da questo principio l’artista è creatore ed ispiratore.
Le produzioni di quel periodo sono una tempesta di colori e di suoni, un vortice di energia emozionale che si propaga per contatto o, anche semplicemente, per empatia, in­fine libera l’uomo dal peso del suo passato.
Il pittore ed il musicista si esaltano vicendevolmente, ingaggiano la battaglia critica contro quegli intellettuali adagiati sulle proprie conoscenze che tengono strette per se stessi, im­pedendo che la Verità possa trovare espressione ed, infine, ascolto.

Forum col sindaco di Taranto Ipazio Stefano

L’amministratore del capoluogo ionico dibatte con noi sulle decisioni prese e sui proble­mi ancora da affrontare perché c’è, ancora, strada da percorrere ma siamo “nel mezzo del cammino” e qualcosa è già storia.

Ippazio Stefano è il sindaco del dissesto, ci indichi un segno di discontinuità con le precedenti amministrazioni.
I dragaggi del porto.
Mi sono battuto per la città di Taranto e fra le cose che sono riuscito ad ottenere conto i dragaggi del porto, di questa importante struttura. Sono arrivati i sovvenzionamenti per il porto, cresce. Lo sviluppo della città non sarà più un idea lontana ma il risultato di un lungo e paziente cammino. Ci vuole tempo per realizzare i pro­getti, l’impegno personale certo non manca.

La parola porto richiama quella del turismo. Taranto ha una percentuale d’inquina­mento altissima, come possiamo sperare di attrarre i turisti con l’aria così irrespira­bile?
Il futuro della città e dell’intera regione è legato al fenomeno del turismo, la nostra prerogativa è quella di puntare a migliorare la qualità dell’offerta e lo stiamo facendo. Pochi giorni fa l’Arpa ha comunicato i risultati delle analisi secondo cui le emissioni di diossina dell’Ilva sono scese da 40 nano-grammi a 2 ed arriveranno a 0,4 come imposto dalla legge regionale. Tra non molto potremo dire ai turisti di venire perché il problema rientrerà nella norma.
Ma inquinamento è anche quello stradale

Si riferisce al traffico automobilistico cittadino?
Secondo studi scientifici un danno grave alla salute pubblica viene dai gas di scarico delle macchine. Taranto sarà la prima città in Puglia ad avere la metropolitana sopraelevata. La regione Puglia ha approvato il nostro progetto e sarà sempre lo stesso ente a finanziarlo con la costruzione di mega-parcheggi a San Giorgio ed alla Croce nel quartiere Tamburi usu­fruendo anche di strutture abbandonate dalla Marina Militare, ad esempio i binari fra Paolo VI ed il Borgo.

Con tutti i problemi che ci sono sarebbe stato meglio incrementare o migliorare i mezzi pubblici invece di costruire la metropolitana sopraelevata, non crede?
Non è lo stesso. Primo il finanziamento regionale è previsto unicamente per la metropolita­na e diversamente lo perderemmo, secondo così le macchine non entrerebbero proprio in città, o dovrebbero pagare l’ingresso come avviene nelle città del nord Italia.

Questione ambientale, legge sulla diossina. Per il controllo delle emissioni, molti ri­tengono indispensabile un campionamento in continuo. Se questo campionamento è possibile, quando inizierà ad essere applicato?
Il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa risultare qualora utilizzato. I filtri usati per un tempo lungo s’intasa­no. In un incontro tenutosi a Roma, con le istituzioni, i tecnici ministeriali e gli esperti delle nostre associazioni ambien­tali ho proposto di procedere con la sperimentazione del laser. Il laser è stato indicato da una dottoressa dell’Arpa ma non è una procedura riconosciuta perché in via di sperimenta­zione; io ho chiesto per Taranto, di condurre la ricerca e la sperimentazione del laser sulla nostra aria, magari con la partnership dell’università e poi con controlli incrociati tramite piante e mascherine che aiutino i cittadini a rendersi direttamente conto dell’inquinamento, non solamente in base a dati forniti dall’Arpa, ma anche vedendo gli effetti su queste pian­te o sulle mascherine poste davanti alla bocca per filtrare l’aria da respirare.

Piante e mascherine per i cittadini e l’Ilva invece continuerà senza freni?
No. La sperimentazione di cui parlo riguarda il controllo da eseguire per accertare che l’Il­va rispetti le regole.
Le regole sono quelle stabilite dalla legge regionale e qualora il direttore dell’Arpa, il dott. Assennato, mi comunicasse dati eccedenti i limiti stabiliti, immediatamente procederei con una ordinanza. Faccio tutto quello che la legge prevede, io non prendo soldi per coprire nessuno ho la coscienza pulita e non temo nessuno. La mia amministrazione è sta­ta la prima a far pagare le tasse a Riva. Dove erano tutti i benpensanti quando la gran­de industria non pagava, in parte o in tutto, le tasse? Ho parlato di sperimentazione, di ri­cerca, mii chiedo dove sono gli ordini dei farmacisti, dei chimici o degli ingeneri, perché non dicono la loro e propongono studi e protocolli nuovi in studio in Giappone ed in Ameri­ca? Sono solo, con un bilancio comunale pari a zero euro, studio la maniera di affrontare e ri­solvere i problemi senza arrendermi, ma questa città sembra arresa, disposti tutti alla diffa­mazione a tirare i piedi a chi cerca di fare qualcosa ma loro cosa propongono, cosa hanno mai proposto? Oltre ad aumentare le tasse all’Ilva ho bloccato il transito di 8oo tir pieni di carbon coke che transitavano per il quartiere Tamburi e nessuno se ne era accorto.

Questo basta?
Non mi fermo, c’è ancora da fare ma non otterremo nulla dicendo all’industriale te ne devi andare perché risponderebbe “allora io non ci rimetto soldi ed inquino finché posso”. Da medico ho avuto a che fare con pazienti gravemente malati, difronte alla notizia di morte certa e vicina il paziente reagiva non facendosi più vedere e gettandosi nel fumo e nell’al­cool, spassandosela finché possibile; invece, per indurlo alla cura, gli dicevo che la dieta da seguire era dura ma avrebbe portato a risultati, allora il paziente era disposto a fare sa­crifici. Guardiamo cosa è stato dello stabilimento di Bagnoli. Bonifica? È stato abbandona­to senza nessun recupero, così per noi, chi pagherà i lavori di bonifica? Meglio ottenere da Riva un risanamento ambientale finché avrà interesse a rimanere con lo stabilimento in funzione.

Parlando di regione e di elezioni regionali, qual’è il suo giudizio sull’operato del presidente Vendola?
Conosco sia Vendola, lo stimo molto. Ha fatto tanto per Taranto: oltre alla metropolitana so­praelevata, alla legge sulla diossina ha stanziato fondi per la sanità il raddoppio per il re­parto radioterapico di tutta la provincia.

Questo significa che arriveranno macchinari per la prevenzione e la diagnosi preco­ce e verranno formati e pagati i tecnici, o le macchine saranno inutilizzate come già avvenuto per quelle della cobalto terapia negli anni ’80 al Santissima Annunziata?
Ho chiesto delle garanzie fra cui quella della formazione adeguata del personale, dopo aver parlato con Colasanto ed aver girato per tutti gli ospedali della città e della provincia mi sono reso conto ella carenza delle strutture sanitarie sopratutto dei reparti di radiotera­pia ed ho battuto i pugni per avere aiuti e colmare le carenze, pagare il personale e mettere a disposizione la nuova tecnologia.
Il discorso è più ampio. La regione ha stanziato 220 milioni di euro per la costruzione del San Raffaele, a Taranto. Una struttura privata con personale pubblico; un centro d’eccel­lenza che richiamerà pazienti anche dalle zone limitrofe della Calabria e della Lucania ma non dovrà occuparsi delle piccole patologie dalle appendiciti alle bronchiti, per questo ho ottenuto la ristrutturazione del Santissima Annunziata, gli operatori sanitari di lì potranno scegliere se continuare a lavorare dove sono o se trasferirsi al San Raffaele e in tal caso, prima dell’apertura qui, potranno andare all’ospedale di Milano per prepararsi e mettersi in pari con i colleghi così da poter ricoprire posti di comando al ritorno a Taranto.
Inoltre ho ottenuto garanzie per la cardio-chirurgia, con la mia amministrazione Taranto ha ottenuto finanziamenti per il reparto di cardio-chirurgia della villa Verde. Prima non era una eccellenza a livello regionale, mentre ora tante sono le vite salvate con le operazioni effet­tuate in quella clinica per il cui personale ho ottenuto garanzie anche quando sarà in fun­zione la nuova struttura ospedaliera.

La situazione ambientale sarà aggravata dalle perforazioni programmate dall’Eni in Mar Grande, lei cosa ci dice a tal proposito?
Trenta giorni fa, in risposta ad una mia lettera dove richiedevo informazioni a riguardo; dalla regione mi hanno assicurato che l’Eni non ha i permessi, ufficialmente risulta una doman­da vecchia di anni che l’Eni a aggiornato rimpicciolendo i confini dell’area entro cui trivella­re per l’estrazione del petrolio, ma fino a 30 giorni fa non c’è stata alcuna autorizzazione.

A settembre, nel quartiere Solito è partita la raccolta differenziata porta a porta, si fermerà lì?
Nei giorni scorsi sono andato in Regione con un gruppo di disoccupati ed abbiamo otte­nuto sovvenzionamenti per un anno, per estendere la raccolta della differenziata porta a porta all’intera città. Potremo mettere in funzione le strutture già esistenti per la raccolta e lo stoccaggio dei rifiuti, compreremo dei nuovi macchinari per la compattazione in breve tempo, riusciremo a smaltire i rifiuti indipendentemente dall’inceneritore privato, riuscendo quindi a risparmiare i soldi dei contribuenti a tutto vantaggio dell’ambiente.

Sindaco, il teatro?
Mesi fa sono andato a Piacenza per vedere come sono organizzati. Hanno un teatro im­portante con una orchestra giovanile diretta dal maestro Riccardo Muti, malgrado questo non riescono a mantenersi con gli aiuti degli enti provinciali e regionali ma possono conta­re sul sostegno economico dei privati. La situazione di Taranto è più critica, la struttura esi­stente, il Fusco necessita di lavori di ristrutturazione ed il comune soldi non ne ha; per questo parlando con l’assessore ed architetto D’Ippolito abbiamo pensato di unire ai lavori del teatro quelli per la costruzione del parcheggio vicino presso i sotterranei della rotonda di lungomare. Il guadagno garantito dal parcheggio macchine attirerà capitale privato da investire anche nella ristrutturazione del Fusco, la partecipazione dei privati assicurerà al teatro una rendita minima per le stagioni future, e finalmente torneremo ad avere stagioni teatrali ricche ed interessanti.

A proposito della classe imprenditoriale, non crede che urge un ricambio generazio­nale?
Il ricambio generazionale è fondamentale in tutti i campi.
Quando è possibile cerco di favorire l’occupazione dei giovani, per esempio negli enti pub­blici come l’Amat dove ho nominato alla dirigenza una ricercatrice che ha 28 anni. Il futuro è nel turn-over delle generazioni.
L’imprenditoria tarantina si deve organizzare meglio ma c’è. Ora, con l’istituzione della zona franca si aprono possibilità di sviluppo interessanti, ma dobbiamo essere pronti ad accogliere anche imprenditori forestieri, dobbiamo confrontarci ed imparare da loro per mi­gliorare la qualità delle nostre offerte.

L’isola vecchia come si ristruttura?
Abbiamo un progetto Lising in costruendo, ovvero delle proprietà comunale, una banca che finanzia il progetto di un imprenditore. Se il progetto è interessante per il comune, fac­ciamo un accordo, il comune paga un affitto per 30 anni e poi ritorna proprietario dello sta­bile ristrutturato. Il lising lo paghiamo con i soldi risparmiati sull’affitto che, attualmente, pa­ghiamo gli uffici pubblici aperti in edifici privati Oppure lasceremo metà palazzina all’im­prenditore che la ristrutturerà tutta e comunque otterremo un vantaggio economico, ben sapendo che non potremmo fare noi nessun lavoro perché il dissesto comunale non solo ha prosciugato le casse comunali ma ha lasciato molti creditori che, per legge, devono es­sere pagati prima di qualunque altro investimento da parte nostra. La gente che risiede abusivamente nei locali di città vecchia sarà valutata ed ufficializzata permettendo loro di pagare affitto e bollette tramite prestazioni lavorative in piccole cooperative.

Il futuro della città legato indissolubilmente alla questione occupazionale. Uscire dall’emergenza significa anche dare risposte certe ai bisogni primari.
La mia attenzione è particolarmente rivolta verso le esigenze lavorative e di sviluppo. Ho parlato della costruzione della metropolitana sopraelevata, dei dragaggi del porto, della zona franca, della costruzione del San Raffaele, della ristrutturazione della città vecchia. Queste sono più che speranze, sono la dimostrazione del mio impegno e del mio rispetto verso la città e verso la dignità dei miei concittadini.