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Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for the 'Voce del Popolo' Category (51)

iL PALAZZO POST-MODERNO

Molti e diversi sono i segni che entrano, escono e caratterizzano il nostro vissuto.

Parole, immagini, costruzioni architettoniche e teorie di astrazione metafisica, perfino ideali, e questo non appartiene più alle grandi narrazioni del mondo che hanno portato al pensiero unico dei totalitarismi. Ora, tutto questo movimento di “energia pensante”, si è materializzato nella Tour Paris 13.

Un palazzo di nove piani fra la “Biblioteque Nationale de France” e la “Cité de la Mode et du Design”, una costruzione destinata alla demolizione che dal 1 al 31 Ottobre sarà aperta al pubblico per mostrare le opere di 100 artisti che da ogni parte del mondo si sono ritrovati a Parigi per lasciare il proprio segno sulle mura abitate dalla realtà in collasso.

Questo potrebbe essere l’inizio della Favola postmoderna di Jean Francois Lyotard tradotta in “attualità corrente” (considerando che in italiano non è stata ancora tradotta).

Gli artisti invitati ad esporre in questo museo “a tempo determinato” appartengono alla Street Art, il che significa che non fanno gli artisti in cerca della polvere e della muffa di sale e salotti d’élite ma sono uomini sensibili al tempo ed alla condizione in cui vivono, ne recepiscono la presenza e cercano di darne testimonianza invitando tutti i propri concittadini a condividerla con coscienza.

Capire la situazione e reagire.

La situazione è complicata da troppe specializzazioni che deviano l’attenzione di qualunque studioso e che vanno affrontate e risolte singolarmente senza privilegiare una singola parte a scapito dell’altra.

Proprio nella Parigi di Lyotard, dopo il grido di rabbia uscito dagli scontri nelle “bbanlieue”, l’Arte prende la rivincita sulla logica di mercato che vuole ridurla ad “industria culturale” e si accomoda in un palazzo che il comune ha fatto svuotare e che presto lascerà spazio alle macerie, parabola perfetta di un consumismo che consuma sopratutto se stesso. L’Arte non deve essere un lusso per pochi e nemmeno una merce da scambiare con le perline colorate per schiavi 2.0.

Lyotard e la Street art non sono novità, sono parti della stessa realtà in cui camminiamo noi, ma spesso non ci incontriamo e non ci fermiamo a bere un caffè insieme. Per un mese circa potremo ritrovarci alla “Torre di Parigi” e scambiarci le notizie sulle nostre esperienze.

15 sono gli artisti giunti dalle strade italiane, hanno un intero piano dell’edificio a disposizione e, sicuramente sono imbevuti più di musica hip-hop che di conoscenze filosofiche… anche questo è “la condizione postmoderna”.

Taranto non ha progetti spendibili

Il forum della Voce con Francesco Cavallo, direttore della Banca di Credito Cooperativo San Marzano. Qual’è lo stato di salute dell’economia jonica?

Qual’è l’idea del credito cooperativo rispetto a quella di altre banche?
L’idea del credito cooperativo nasce in Trentino 100 anni fa. I piccoli e piccolissimi proprietari terrieri dovevano rivolgersi agli usurai per avere prestiti oltre il valore delle loro proprietà. Soldi che servivano magari per sposare la figlia o per comprare sementi dopo un’inondazione, piccole cifre che però la banca vicina non poteva concedere a fronte di scarse garanzie.

Una specie di moderno micro-credito?
Sì, a San Marzano negli anni ’50 c’era un proprietario terriero che elargiva prestiti ai suoi mezzadri ed ai suoi braccianti che, oltretutto parlavano un dialetto particolarmente diverso da quello dei vicini, ad esempio non si comprendevano con i francavillesi, per cui non riuscivano nemmeno a chiedere un prestito nelle banche “straniere”.

Oggi la finanza è sotto accusa, sopratutto il sistema americano sembra “sbagliato”. In Europa la situazione è davvero diversa?
Certamente il sistema europeo è diverso da quello americano perché è maggiormente incentrato sui capitali reali che su speculazioni finanziarie. Le banche europee, ed ancor più quelle italiane, sono banche commerciali a partecipazione di capitale come Mediobanca. Non sono scoperte ed esposte come quelle americane anche se abbiamo avuto qualche episodio. Nulla di paragonabile a Lehmon Brothers. Tuttavia il credito cooperativo è un’altra cosa ancora. Si tratta di banche localizzate nel territorio, di cui conoscono la storia e partecipano all’evoluzione, alla vita economica del posto.
I vari Crediti Cooperativi sono coordinati dalla Federcasse. Direi che essa sia l’ordine “politico” che anticipa il federalismo regionale.

Quanto conta questa “gerarchia” politica?
Nulla per l’elargizione del prestito, ma è importantissima come rappresentante in ambito politico. Quando ci sono decisioni da prendere, investimenti da fare in un qualunque progetto si devono sedere intorno al tavolo sia gli amministratori che promuovono il progetto, quelli che devono attuarlo e quelli che devono finanziarlo.

Nel piccolo, qui a Taranto, le iniziative sono discusse con altrettanta partecipazione da parte di tutte le componenti sociali?
Per legge dovrebbe essere così. Invece ci sono delle anomalie incomprensibili, per esempio il sistema bancario non può eleggere un proprio rappresentante in Camera di commercio. I parrucchieri, le banche, no. Come si fa a programmare lo sviluppo di un territorio in queste condizioni? Contro questa decisione dell’organismo camerale abbiamo già prodotto un ricorso che, nei prossimi mesi, verrà discusso nelle sedi giurisdizionali. Taranto manca di un respiro ampio, di progetti in grado di coordinare il lavoro della politica con quello del mondo economico e produttivo. Il porto e la città vecchia sono gli esempi più evidenti del degrado che avanza qui da noi. L’espansione economica non può essere figlia dell’improvvisazione, o peggio dell’inerzia.

Ognuno per sé?
Sì, il singolo si rivolge a noi per curare il suo interesse privato che può essere la casa, la ristrutturazione del negozio… piccole realtà che non crescono. Per crescere ci vorrebbero progetti più articolati, ma non siamo noi a doverli progettare, noi li possiamo sostenere ed affiancare. L’economia non la fanno i singoli, per risolvere i problemi del territorio necessita più coesione sociale.

Cosa sono le obbligazioni etiche?
Invece di lanciare delle raccolte di fondi anonime, abbiamo pensato di caratterizzare alcuni dei nostri titoli obbligazionari con connotazione etica. Perché un cliente dovrebbe scegliere le nostre obbligazioni anziché quelle di un’altra banca? Perché una percentuale di queste nostre obbligazioni viene “impegnata” nella causa esplicitata nel momento dell’acquisizione. Attualmente il destinatario di questa percentuale è il Fondo Antidiossina.

Il fondo Antidiossina è il primo ad usufruire della vostra iniziativa?
Il primo destinatario è stato il centro Filonide a cui abbiamo consegnato 3000€.

Questo conferma una forte attenzione per il territorio locale.
Ci interessa la crescita del territorio. Per questo ci impegniamo anche nella sponsorizzazione degli “eventi” locali. Intorno all’evento ci sono i fornitori, la manodopera oltre ad organizzatori e pubblico; tutti questi soggetti producono movimento economico necessario allo sviluppo delle realtà locali.

Le filiali della banca sono quasi tutte localizzate sul versante orientale della provincia ad eccezione di Massafra, perché?
Abbiamo due filiali a Taranto e poco altro sul lato occidentale, perché preferiamo conoscere bene il territorio, inoltre la vicinanza ci permette di sorvegliare i movimenti della filiale; per questo il raggio d’azione su cui interagiamo è di 60 km.

Cosa ne pensa della Borsa, in Italia è soggetta a grandi speculazioni come negli Usa? E l’Italia rischia una bancarotta come l’Argentina di qualche anno fa o comunque rischiamo di seguire la Grecia?
La nostra banca non interviene direttamente in borsa, sono gli imprenditori che “giocano” in borsa. Noi prestiamo soldi agli imprenditori in base al loro business plan… in questo senso siamo diversi dalle banche che speculano qui o altrove. In generale il sistema bancario e monetario italiano ed europeo è ben strutturato per cui siamo al riparo da situazioni come quella argentina. L’Italia è più forte e stabile della Grecia, così malgrado la crescita sia rallentata, non rischiamo il debacle(?) greco.

La Grecia ha chiesto l’intervento dell’Europa, ma qui un piccolo commerciante che si trovi in difficoltà a chi si rivolge?
Se ha un progetto sensato può rivolgersi a noi; ma generalmente i prestiti che ci sono richiesti riguardano la ristrutturazione dei locali, l’avviamento di piccole attività… manca proprio la progettualità, lo spirito dell’impresa. Inoltre latitano gli organismi come la camera del commercio che dovrebbero governare i processi di crescita economica di una data realtà. Questa è una città che ristagna perché tutto è fermo, la progettualità di medio e lungo periodo è stata depennata dall’agenda politica.

Il “movimento” economico è diverso nella nostra provincia rispetto alla città?
Direi proprio di sì. A Taranto oltre i grandi colossi dell’Ilva, dell’Eni e la raffineria di petrolio non c’è altro, potremmo includere l’arsenale e la marina ma sono tutti soggetti che portano poca ricchezza direttamente alla città, sopratutto se consideriamo che i lavoratori occupati spesso vivono in provincia. La provincia è più vivace le zone di Martina Franca, Grrottaglie, Manduria offrono un esempio di piccole imprese che esportano in tutto il mondo impiegando fornitori e manodopera locali. In questa provincia c’è più ricchezza e più dinamicità che nel capoluogo.

Il credito cooperativo nasce “per gli agricoltori”. Oggi quant’è la forza dei nostri agricoltori?
Abbiamo piccoli e piccolissimi agricoltori. Non ci sono coltivazioni intensive ma piccoli orti dove ognuno coltiva per se stesso senza accordarsi nemmeno col vicino per incrementare la produzione ed i guadagni. Piccole particelle che non realizzano coltivazioni “industriali” per cui rimangono precarie in balia dell’annata buona.

Se un ragazzo senza esperienza si affaccia alla vostra porta, gli date credito?
Certamente purché abbia un’idea valida. Ma, purtroppo, qui mancano spesso le idee e la voglia di realizzarle. Siamo disponibili anche ad iniziative che creino cultura nel territorio, per esempio abbiamo finanziato un master d’ingegneria a Taranto e partecipiamo spesso anche alle feste patronali come a Grottaglie. Però questi sono “fuochi d’artificio” iniziative limitate nel tempo. Sarebbe bello se ci venissero proposte idee di presenza permanente, noi siamo ben disposti in tal senso, non possiamo che esserlo come banca di credito cooperativo.

Recensione

Le basi morali di una società arretrata
Edward Banfield
il Mulino editore
pp. 194, 11,50 €
Edward Banfield è stato un importante sociologo e politologo, professore presso l’università di Chicago e Harvard nonché consigliere dei presidenti americani Nixon, Ford e Regan. La ristampa di questo saggio degli anni ’50 ci permette di capire alcuni aspetti della nostra società come il “familismo”, l’egoismo degli interessi strettamente personali e l’avversione verso la cosa pubblica. Un fenomeno tipicamente italiano che ha condizionato l’evoluzione della nostra società. Il sociologo di orientamento repubblicano (conservatore) si stabilì per 9 mesi in un paesino in provincia di Potenza per studiare la popolazione secondo i criteri della sociologia sul campo quindi con test e colloqui diretti con gli “indigeni…”Il fatto che i montegranesi siano prigionieri del loro ethos centrato sulla famiglia costituisce un ostacolo fondamentale al loro progresso economico, e al progresso in generale”.

La svolta linguistica

Noi siamo nel mondo, parti di qualcosa che, spesso, sfugge alla nostra stessa compren­sione. Forse questa è la caratteristica della modernità a cui ci sentiamo addirittura condan­nati, l’inadeguatezza e la precarietà delle capacità fisiche rispetto alle aspirazioni ideali ci demoralizzano fino al punto di “nullificarci”.
Scomporre ogni “cosa” in forma e sostanza ci ha portato ad analizzare i particolari più pic­coli a scapito del quadro d’insieme, quello che non sappiamo più riconoscere. Abbiamo fi­nito con essere soltanto parti infinitesimali come granelli di un deserto attraversato da cor­renti d’aria in continuo movimento.
Sballottati da una parte all’altra, percepiamo qualcosa come un rumore di fondo, oppure una luce che colpisce gli occhi e li acceca proiettando ombre dietro e dentro di noi. Infine la solitudine che si manifesta nella incomunicabilità con i nostri simili. Proviamo a parlare ed ascoltare ma, ci accorgiamo di un reciproco fraintendimento e, delusi, ci chiudiamo in un silenzio colpevole verso chi si ostina a voler uscire da questa situazione.
Il problema del capire e del trasmettere la conoscenza ad altri, la tensione verso i pensieri puri e la loro applicazione linguistica sono questioni studiate e discusse dai tempi dell’Ipe­ruranio platonico, tuttavia interessante è la “svolta linguistica” affermatasi con la filosofia analitica verso la fine del XIX secolo.
Parlare era un’azione pratica, una trasformazione materiale di idee astratte in segni scritti o forme orali. Questi “prodotti” venivano successivamente controllati o criticati dalla Ragio­ne che ne valutava il significato e la verità. Si trattava dunque di giudicare la rappresenta­zione data dalle parole indipendentemente dalle idee da cui avevano origine perché le idee sono astratte e, come tali, sempre perfette.
Sul banco degli imputati salivano, soltanto, le “volgari” parole ree di falsificare la realtà dei pensieri e di comporre discorsi privi di senso dove le idee si confondono, si perdono e scompaiono.
Nel 1884 Gottlob Frege, filosofo della matematica, scrive I fondamentali dell’aritmetica, dove senza giustificazione alcuna afferma che le idee non sono innate nella mente e che lo sforzo linguistico non è legato alla grammatica della lingua ma alla percezione dei pen­sieri tramite il linguaggio, la difficoltà è “afferrare” i pensieri non esprimerli.
Egli dichiara di volersi occupare dei fondamenti del pensiero e non dei suoi enunciati “il compito principale del logico consiste nell’emanciparci dal linguaggio”, anzi la fraseologia è vista come un ostacolo alla comprensione della verità, come il tedesco ribadisce nella sua ultima fatica: “una gran parte del lavoro del filosofo consiste … in una lotta contro il linguaggio”. Perché vorrebbe esprimere anche quelle idee abbozzate, quelle intuizioni che non sono ancora dispiegate nella mente ma sono più nuove e stimolanti delle altre.
Dubitare del senso del discorso implica dubitare della verità da esso sottesa perché, se­condo il logico di Wismar, il significato delle parole è indissolubilmente unito alla verità dei pensieri che esse rispecchiano. Nessuna frattura è concepibile fra la realtà delle prime e la verità dei secondi. Il legame fra queste due entità è così naturale che Frege non si preoc­cupa di spiegarlo, il linguaggio è un’ideografia, il corpo-simulacro della mente, anzi la real­tà è quella che l’uomo pensa che sia, tali pensieri sono formulati con espressioni linguisti­che il cui senso è proprio questa costruzione della realtà.
Ludwig Wittgenstein estremizza, in parte, l’analisi logica del predecessore, infatti conside­ra direttamente il linguaggio come pensiero, con parole sue: “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, l’espressione linguistica non è un tramite fra il mondo e la nostra mente, anche se spesso ad essa è stata addossata la responsabilità dell’errore; “a turbarci è la tendenza a credere che la mente sia qualcosa simile ad un omino che sta dentro di noi”.
Nelle Osservazioni filosofiche pubblicate postume, il filosofo austriaco si sof­ferma sulla particolarità delle diverse lingue parlate, questo studio è dovuto alla sua con­vinzione che non sia lecito imbrigliare “il discorso linguistico” in una struttura organica che metta ordine fra le possibili corrispondenze fra un idioma e l’altro; le particolarità di ogni lingua sono legate all’uso della stessa.
Il professore di Cambridge introduce la notevole variante dell’uso del linguaggio che continua ad essere pensiero ma può essere o non essere chiaro, nel secondo caso si deve tacere.
Allora la domanda da porsi non è più “che cosa rende una preposizione vera?” come si erano chiesti i filosofi classici ma diviene “è chiaro quel che si dice?”
Invece ho l’impressione che oggi la posizione dei logici citati sia ribaltata e temo che spes­so a parlare siano coloro che non hanno le idee chiare e riescono a confonderle anche agli altri.

RECENSIONE

L’altra verità.
Diario di una diversa
Alda Merini
Editore Rizzoli
12.00 €, pp. 168

Il Diario scritto dalla poetessa Alda Merini durante gli anni passati in manicomio. Pubblicato, la prima volta nel 1986, durante la sua permanenza a Taranto presso la casa di Pierre al quale scrive concludendo: “O Pierre. Tra poco andrò via. Dovrò andare via, perché io ho il mio rifugio. Ma ho capito tutto in un attimo. Un bagliore di fiamma mi ha illuminato le idee: Sì! È ora che anche noi la nostra parte di martirio per salvare gli altri. Addio”.
Un intenso “racconto” di vita dilaniata da sensazioni e dolori violentissimi, pena e redenzione insieme di un’anima innocente, senza colpa, confusa e smarrita nel vortice di voci e frammenti di parole che si susseguono. Prosa, versi e lettere a testimonianza di un tempo vissuto dall’autrice che quasi si confonde con un angolo costruito nella sua mente, ma bere da questo “calice di dolore” ha significato, per lei, vivere senza arrendersi all’incoscienza nel silenzioso passaggio della Luna.

Il monumento della storia

La storia di Taranto è scritta dalle pietre dei palazzi, delle chiese, delle piazze e delle stra­de nella città stessa. La città costruita e sedimentata sull’isola.
La bella Taranto baciata dal sole e dal mare, dove il tramonto è più rosso e lo Scirocco più caldo ed avvolgente che altrove; tuttavia questo magico incanto sembra definitivamente rotto da alcuni scorci di porte murate e sprangate, con l’erba che si arrampica sulle faccia­te degli edifici, l’isola sembra consegnata ai traffici illeciti di brutti ceffi dagli sguardi torvi, addirittura sembra necessario scrutarla da lontano come un rudere pericolante, no, non è così, questi sono particolari che offuscano la bellezza del quadro generale.
La dignità della città è incisa su quei mattoni che ora vediamo ricoperti da sporcizia dovuta alla nostra indifferenza verso il significato della loro stessa presenza. Ma è tutto lì, a porta­ta di mano basta sollevare i velo di fango che gli abbiamo gettato sopra.
La questione non è, semplicemente, estetica; sarebbe necessario recuperare il valore sto­rico della città-monumento.
Infatti restaurare non dovrebbe significare “togliere le rughe” per cancellare i segni del pas­saggio del tempo, quanto rinforzare il tessuto murario e rivitalizzarlo.
Il tempo aggiunge valore ai sassi, tanto di più ai documenti integri o quasi.
Adesso si tratta di conservare il bene “città vecchia” come enorme attestato della nostra storia. Questa è l’idea teorizzata da Cesare Brandi alla fine degli anni ’60, il restauro come valutazione critica, come “il momento metodologico del riconoscimento dell’opera nella sua polarità storicoestetica”.
Concezione che si ritrova, anche, nel progetto di Francesco Blandino. L’architetto tarantino è stato l’unico a pianificare un intervento unitario per il recupero del nostro centro storico.
Un’azione seria prevede un’analisi accurata delle costruzioni, dei materiali, del suolo su cui sono edificate per studiarne le forze che agiscono su esse, per capirne le crepe e i perico­li. Ogni zona ha una sua storia geologica ed una propria peculiarità.
Ad esempio, in via Di Mezzo c’è un salto di quota fra la parte alta della città di origine gre­ca ed una parte bassa che corrisponde all’ampliamento di età bizantina, dunque diverso è il peso delle stratificazioni e diverse sono le fessure nelle costruzioni.
La consistenza dei materiali impiegati per erigere le mura è un dato da studiare, dettaglia­tamente, prima di avviare il consolidamento delle strutture, anzi Blandino studia anche il vento, l’esposizione degli edifici e l’umidità che si infiltra e sgretola la calcarenite. Tuttavia gli studi effettuati sulla morfologia locale non sono stati considerati sempre “attendibili” dal­le diverse amministrazioni pubbliche che si sono succedute negli anni, per cui i lavori effet­tuati hanno conosciuto direzioni diverse che si sono intralciate ed accavallate, provocando uno spreco di energie, d’occasioni per il sovvenzionamento economico necessario a ga­rantire il completamento dei lavori di tutti i comparti in cui l’isola è suddivisibile.
Operazione che dovrebbe essere compiuta nel rispetto delle tecniche adottate durante la costruzione originaria degli immobili; limitando al minimo i rifacimenti, purtroppo non è sta­to sempre così per l’isola vecchia.
Quasi inspiegabilmente gli errori ritornano, purtroppo la “testimonianza storica” di Taranto sembra riconosciuta a momenti, non ha un iter continuo.
Così inutile appare l’indagine sugli abitanti affezionati alle proprie case che, magari, vor­rebbero aggiustare e non lasciare, come hanno dimostrato gli inquilini delle case popolari della discesa Vasto.
Nel progetto Blandino, oltre allo studio delle “pietre” è contemplato un accurato “censimen­to” dei residenti effettivi per poter prevedere il ritorno degli stessi a lavoro terminato. Anche per questo il piano di ristrutturazione urbanistica della città vecchia di Taranto ricevette un riconoscimento ad Amsterdam nel 1975. Eravamo all’avanguardia, il primo restauro come conservazione della testimonianza materiale della civiltà fiorita “in loco”.
Da noi però, l’intervento pubblico è stato sbilanciato da quello privato, mentre quest’ultimo sarebbe dovuto essere guidato dal primo.
Certamente la sensibilità è cambiata rispetto a quando si pensava di radere completamen­te al suolo la città vecchia con le ruspe, ma non siamo ancora al riparo dalla violenza di­struttrice di allora. Colpevoli di un’ignavia desolante con cui ci condanniamo ad essere esuli in patria. Aspettiamo che tutti i fabbricati cadano giù, in pezzi, da soli, e la nostra idea di civiltà con essi? Aspettiamo la miracolosa scesa in campo di eroi privati che si addossi­no sulle spalle la nostra infelicità?
Recentemente l’assessore alla città vecchia è tornato sulla questione demolizione sia pure per lanciare l’idea di parcheggi per automobili, rovinare e cancellare definitivamente la sto­ria stratificata in quei metri significa che tutti i discorsi fatti ed i libri scritti sono inutili, l’i­gnoranza, la superficialità e l’incompetenza imperanti ci riportano indietro ai tempi dell’o­scurantismo medioevale, la città dobbiamo conservarla, studiarla ed integrarla nel nostro vissuto.

La dimensione del pianeta “Mathematica”

Anticonformista è una delle parole, più frequentemente, abusate e tirate “per la giacchetta”.
La virtù degli incompresi, quelli che hanno sempre una propria visione del mondo, tanto differente da quella comune da sembrare inconciliabile con la realtà delle cose. Così l’anti­conformista diventa divergente più che stravagante e questo fa paura perché le sue idee sono il primo passo verso un cambiamento che da culturale facilmente degenera in mate­riale.
Al contrario, l’atteggiamento “mimetico” dell’animale che pur di non rimanere isolato dal branco ne segue passivamente tutte le abitudini, il riprodurre le scene consuete non è semplice adattamento alla realtà, questo è conformismo dettato dalla paura di non essere accettato dagli altri, il conformista è schiavo del consenso e non ammette critiche che pos­sano destabilizzare la reputazione faticosamente raggiunta.
Nella concezione romantica di cui siamo ancora imbevuti, l’arte è considerata la patria di questi eroi ribelli che incitano il popolo a superare le certezze confortevoli ed abituali per intraprendere la conoscenza di nuovi mondi, geni intrepidi nel cuore e negli occhi rivolti verso orizzonti di gloria.
Questa però è un’altra storia, fatta d’istrioni che accendono il sen­timento popolare ed furo­reggiano in battaglie immortalate nei ricordi. Rompere gli schemi con cui abbiamo costruito la nostra realtà, oltrepassare la logica dei nostri pensieri per co­glierne la verità, ipotizzare qualcosa senza preoccuparci di quando sarà superata e noi con essa, questa è una storia del pianeta “Mathematica”.
Alcune di esse sono state rac­contate dall’insegnante Edwin A. Abbott nell’Inghilterra vitto­riana, chiusa in un circolo piatto di pregiudizi piccolo-borghesi nei quali sembrava mar­cire e ristagnare tutta l’intelligenza e la creatività della “migliore gioventù”. Rappresentando le donne come linee e gli uomini come figure geometriche diverse per il numero di lati, il rettore della London School, sem­plifica la realtà riducendola su basi geometriche per illu­strala chiaramente:
“Chiamo il no­stro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la lettura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello spazio. Immagi­nate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Qua­drati, dei Penta­goni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sol­levare… Ahimè, ancora qualche anno fa avrei detto: del mio universo, ma ora la mia men­te si è aperta a una più alta visione delle cose”.
Infatti il quadrato protagonista è proiettato verso lo spazio n-dimensionale studiato , negli stessi anni, da Rienmann mentre l’esame di matematica per l’ammissione alle università britanniche era ancora basato sulla geometria euclidea. Il pedagogo londinese affida a Flatlandia la sua satira contro questo cumulo di non-sense in una società che in nome del­la morale si arrocca sulle sue certezze appiat­tendo la creatività ed annullando la curiosità.
Diametralmente opposto a questa logica “moderna” è il libro scritto venti anni prima dal matematico inglese Lutwidge Dodgson, più conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Car­roll, che in “Alice nel paese delle meraviglie” cerca di mostrare il proprio sgomento di fron­te ai teoremi ed ai paradossi della geometria non-euclidea che prendeva piede insieme ai numeri immaginari in algebra.
L’insegnante del Christ Church College, anche se intrigato dai numeri senza peso fisico come la radice quadrata di un numero negativo (numeri immaginari appunto), si oppone a teorie giudicate improponibili agli studenti. Alice fa un viaggio assurdo, incontra personaggi bizzarri che la invitano a sragionare, come la regina di cuori.
Alice: ”è inutile che ci provi” disse “non si può credere ad una cosa impossibile”
“Oserei dire che non ti sei allenata molto” ribatté la Regina “quando ero giovane, mi eser­citavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose prima di co­lazione.”
Un racconto fantastico dove il senso delle parole spesso è espresso dal suono delle silla­be, così il lettore si ritrova a seguire la voce dei suoi pensieri proiettandosi in quella dimen­sione che il conservatore Carroll non ritiene idonea ad uno studente che si affacci ai “mi­steri pitagorici”.
Il problema risulta essere la Mathematica stessa, per quanto essa si avvalga di assiomi, di leggi e di numeri non si ferma lì, malgrado le richieste del Cappellaio Matto, Alice sospira: ”Non posso (restare)…ci sono domande a cui devo rispondere e cose che devo fare”. La nostra forma è conforme alle regole di quale dimensione?

Recensione

Semplicità insormontabili
Roberto Casati e Achille C. Varzi
Editori Laterza
pp. 190, € 7,50
“Spettabile Direzione, non voglio mettere in dubbio l’esperienza dei nostri ricercatori né la buona fede del dipartimento delle Pubbliche Relazioni. Io faccio solo il mio dovere di filosofa della ditta. E la questione che stiamo discutendo non è di scienza e nemmeno di marketing: è una questione di logica.” Questo intelligentissimo libro è composto da 39 storie intessute su riflessioni filosofiche “quotidiane”. I protagonisti sono persone semplici senza particolari virtù intellettuali e proprio attraverso i loro dialoghi sensati ma non “eroici” il lettore si sofferma sul senso di quelli che sono stati i suoi stessi pensieri, scoprendo così che la Filosofia non è un’idea da confinare nel mondo Iperuranio quanto un libro di considerazioni e ricerche umane.

La via dell’armonia

La rabbia è una reazione umana, la conseguenza di una ferita non mortale ma dolorosa.
L’animale ferito diventa feroce e lo rimane anche quando il peggio è “alle spalle”. Un ela­stico tirato, appena la tensione si allenta, tende a tornare nella posizione iniziale. La rea­zione spesso è più violenta rispetto alla compressione ricevuta.
Questo mi ripeto ogni volta che sento ribollire il sangue vedendo un torto commesso a danno mio , oppure altrui. Magari bastasse a calmarmi, forse sbaglio.
Una corretta analisi della situazione, nel “mondo” occidentale, contempla l’ esame dei dati sensibili e, separatamente, la disamina della loro interpretazione. Due indagini per due realtà separate, piani che cartesianamente denominiamo Res cogitans e Res extensa. Ca­ratteristica del nostro pensiero moderno è proprio questa separazione fra materiale e spi­rituale, rimarcando il presunto dualismo-antagonismo anima-corpo, ragione-sentimento, fi­sica-metafisica. Una selezione illuminata dalla ragione a dispetto del buio cieco delle su­perstizioni nate dalle sensazioni istintive ed animalesche.
Sicuramente questa è la via della scienza sempre più veloce nel suo progredire ma, forse, in anticipo rispetto al nostro tempo fisiologico. Temo che non riusciamo più a stare al pas­so con le nostre idee, la tecnologia precede i nostri bisogni ed i nostri desideri. Così si crea la necessità di vendere cose inutili ma ben confezionate giocando le esigenze di chi compra e non è soddisfatto ed ecco tensione, frustrazione fino alla sensazione soffocante del fallimento di chi non sa più cosa vuole. Rabbia, nuovamente rabbia.
Questa volta è difficile trovare giustificazioni valide ad allentare la morsa dell’Ira. Dovrem­mo prevenirla. Almeno questa è la via di Lao Zi, un intellettuale cinese vissuto nel VI-V se­colo a. C. fra guerre di potere interne ed esterne alla corte presso la cui biblioteca lavora­va.
Egli scrive il Tao te ching ( il libro della via e della virtù) è un’opera in versi dove non sono immortalate verità assolute ma sono proposte riflessioni essenziali per “focalizzare” noi stessi e il problema.
”Il Tao di cui parlerò non è quello eterno” non la descrizione di quel che dovrebbe essere ma l’indicazione per orientarsi nella ricerca di quel modo d’essere. L’esistenza reale o ma­teriale è solo il primo passo della vita umana.
Non importa quale sarà l’ultimo passo e quanto tempo sarà necessario tra un passo e l’al­tro oppure si può’ scegliere di non camminare, l’importante è prendere coscienza di ciò che si fa e dunque di ciò che si è. Una volta capito questo è probabile che l’individuo vo­glia sviluppare la forza che è in lui medesimo anche se non riesce ad esternarla. Da qui partono gli esercizi per incanalare l’energia vitale in movimenti che siano espressione de­gna del proprio essere. Ricordando sempre che “ la via del fare è l’essere” possiamo esercitarci ad essere noi stessi attraverso i movimenti del nostro corpo. Come dire che esi­stiamo per vivere ovvero per muoverci.
La saggezza di questa teoria è stata tradotta nell’arte marziale del Tai Chi, un’arte per muoversi in difesa dall’attacco della morte. Il maestro tarantino Rocco Laguardia, insegna da anni che quest’arte marziale non è incentrata sull’attacco contro qualcuno ma per la di­fesa dall’aggressività nemica. “La tecnica adottata nel Tai Chi non è brutale per troncare il discorso del rivale, all’avversario bisogna rispondere sfruttando la sua stessa energia e ri­torcendogliela contro in un abbraccio capovolto’. Infatti le movenze richiamano il fluire dol­ce di una danza non certo gli scatti isterici di bestie disperate.
Prima della tecnica bisogna imparare la postura corretta per favorire una buona respira­zione naturale e, sopratutto, per prendere coscienza del proprio corpo fino a sentire i movi­menti venire su dai piedi per propagarsi nel tessuto muscolare attraverso la conduzione nervosa.
Le posizioni ripetute durante gli esercizi, sono le figure ereditate dalla tradizione cinese. Ripetizione mai meccanica perché non sono forme vuote eseguite senza pensarci, ogni movimento aspirale percorre una lunga strada prima di mostrarsi, una trasformazione che richiede concentrazione, perché: migliore è il movimento, migliore è l’energia che lo ha prodotto. Il progetto del nostro esperto Laguardia è quello di diffondere il Tai Chi per una cultura del benessere psico-fisico e per una educazione al dialogo con e non contro gli al­tri. Egli ha classi divise per età: bambini, giovani ed anziani.
I bambini si avviano verso la consapevolezza del proprio corpo, i giovani si appassionano ottenendo risultati insperati di controllo fra azione e reazione, gli anziani riescono a recu­perare elasticità ed agilità perdute. L’essenziale è concentrarsi sul continuum fra materia animale e spirito divino, fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; l’obiettivo a cui mirare è la perfetta armonia dove non ci sono sovrapposizioni schiaccianti ed imprescindibili ma c’è equilibrio in sintonia con la vita.

La biblioteca fantasma

“Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenti­cati. […] Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dal­l’umidità. Di fronte a noi si erigeva quello che a me parve il cadavere abbando­nato di un palaz­zo, un mausoleo di echi e di ombre.”
Così inizia un celebre libro di Carlos Ruiz Zafón, un racconto ambientato nella Barcellona del­l’immediato dopo- guerra… ma potrebbe parlare della biblioteca nella Taranto di oggi.
Daniel (il protagonista) giunto davanti al mausoleo d’acciaio e cemento, ostile nell’aspetto a causa del lugubre grigiore di muri sporchi, s’affaccia, timidamente, dentro l’edificio con­fortato dalla presenza del padre, unica protezione nella casa degli spiriti imbalsamati .
All’entrata un improbabile Isaac gli chiede cosa sia venuto a cercare, se proprio deve tro­vare il libro che vuole, guardi nello schedario cartaceo di fronte al bancone della Hall. ”Sai già cosa cercare?” Questa è l’unica cosa che importi: Daniel non crei problemi pretenden­do “il libro dei sogni della notte passata”.il ragazzino deve capire subito l’onore che gli vien fatto permettendo­gli di avvicinarsi al palazzo – simbolo della Cultura (abbandonata) e per accedervi liberamente deve prima passare l’esame di decriptazio cifris nelle schede, da scorrere veloce­mente senza preoccuparsi se i libri a cui rimandano siano più interessanti di quello desiderato. Intendiamoci, nella stanza affianco al bancone c’è un computer dove sono ordinati tutti i titoli delle “presenze cartacee” ma, la pagnotta va guadagnata col sudo­re così il traguardo sarà ap­prezzato maggiormente… percui: alla conquista del libro nella terra dell’oblio.
Quando Daniel individua le schede giuste le segnala ad Isaac, mentre aspetta di toccare i volu­mi individuati, si avventura nella “grande sala delle esposizioni”. Una sala piena di se­die e muf­fa, dove si tengono mostre fotografiche e presentazioni di opere scritte, pareti che traspirano solitudine ed umidità.
Nella stanza silenziosa Daniel è colto da un brivido di freddo pensando a quanti sono pas­sati di lì senza lasciare traccia, né un manifesto né il colore di una fotografia, sui muri solo le macchie di un inverno piovoso.
Il papà richiama il figlio a rapporto perché i suoi desideri sono stati esauriti, almeno in par­te. Di tre libri richiesti due sono quelli disponibili, e di questi uno in fotocopie, l’altro avvol­to nello scot­ch. Possibile aspettarsi dei libri integri, curati amorevolmente come qualcosa di prezioso che riempie d’orgoglio anche i custodi?
Allibito nel vedere pagine spillate con solo la parvenza di libro e, pensando a quello man­cante e quell’altro precario con i fogli tenuti insieme dal nastro adesivo, il ragazzino butta giù il boccone amaro e si decide a consultare i testi nella sala lettura del casolare. “Dovete salire al primo pia­no, abbiamo anche l’ascensore funzionante”.
Senza guardarsi i due si avviano mentre Isaac li segue come un’ombra per accertarsi che non cambino idea all’ultimo istante. La sala lettura è luminosa, dalle finestre entrano luce, vento e pioggia, anche se sono chiuse. Magia della immaginazione… Daniel però non ha aperto nulla.
“Silenzio figliolo, vedi ci sono altri che leggono non disturbarli con la voce, però sediamoci lonta­no dagli spifferi delle vetrate stando attenti alle correnti d’aria”. Il bambino è incuriosito dall’ac­qua che entra lasciando bagnata la logora moquette del pavimento che reca traccie di piogge precedenti e di polvere impastata, col tempo, l’ideale per la coltivazione di acari e spore batteri­che. A questo punto è facile spiegarsi come mai i libri siano ridotti in quello stato. La corretta conservazione dei tomi esige un ambiente asciutto, ben climatizzato e curato, un prezzo troppo alto da rispettare.
Il piccolo uomo si avventura nell’ispezione dei libri sfogliati dagli altri esseri seduti ai tavoli vicini a lui e scopre stampati non catalogati, alcuni sottolineati, sicuramente sono edizioni estranee, perfino inopportune nell’atmosfera severa ed opaca che aleggia in questo ca­stello. La vivacità di Daniel attira qualche sguardo, chissà cosa ci fa qui un bambino, sarà la punizione per qualche insolenza di troppo.
“Papà mi annoio andiamo via, non voglio toccare questi testi, ancora mi attribuiscono la colpa di lesa maestà anche se la maestà ha già perso il trono”.
Il padre prende per mano il suo pargoletto e riprendono l’ascensore per tornare a casa; quando la porta dell’elevatore si apre si rendono subito conto di aver sbagliato piano ed essere arrivati nei sotterranei dove giacciono i “corpi del reato”.
“Papà, papà non c’è nessuno qui, portiamo via un libro, liberiamolo da questa prigione”
“No Daniel, nessuno se ne accorgerebbe, ma avresti la coscienza di trafugare una salma dal ci­mitero? No, andiamo, torniamo sui nostri passi prima che il tempo cancelli anche noi.”
I nomi di questa storia li ho presi in prestito da”L’ombra del vento” (citata inizialmente), il resto è frutto delle lamentele mosse dalla maggior parte degli studenti che frequentano l’i­stituto civico. Critiche che mi sembravano assurde ma andate a bussare a quel portone, La biblioteca civica “Pietro Acclavio” a Taranto.

Dal “De Bibliotheca” di Umberto Eco:

… Mi permetto adesso di elaborare un modello negativo, in 21 punti di cattiva biblio­teca.
A.I cataloghi devono essere divisi al massimo: deve essere posta molta cura nel dividere il catalogo dei libri da quello delle riviste, e questi da quello per soggetti, nonché i libri di acquisizione recente dai libri di acquisizione più anti­ca…
B.I soggetti devono essere decisi dal bibliotecario. I libri non devono portare, come hanno preso una pessima abitudine ora i volumi americani, nel colo­phon un’indicazione circa i soggetti sotto cui debbono essere elencati.
C.Le sigle devono essere intrascrivibili, possibilmente molte, in modo che chiun­que riempia la scheda non abbia mai posto per mettere l’ultima denominazio­ne e la ritenga irrilevante, in modo che poi l’inserviente gliela possa restituire perché sia ricompilata.
D.Il tempo tra richiesta e consegna dev’esser molto lungo.
[…]
E.Deve esserci possibilmente assenza totale di macchine fotocopiatrici; comun­que, se ne esiste una, l’accesso dev’essere molto lungo e faticoso, la spesa superiore a quella della cartolibreria, i limiti di copiatura ridotti a non pi ù di due o tre pagine.
[…].
F.Il prestito interbibliotecario impossibile, in ogni caso deve prender mesi, in ogni caso deve esistere l’impossibilità di conoscere cosa ci sia nelle altre bi­blioteche.
G.In conseguenza di tutto questo i furti devono essere frequentissimi.
H.Gli orari devono assolutamente coincidere con quelli di lavoro, discussi pre­ventivamente coi sindacati: chiusura assoluta di sabato, di domenica, la sera e alle ore dei pasti. Il maggior nemico della biblioteca è lo studente lavorato­re; il migliore amico è Don Ferrante, qualcuno che ha una biblioteca in pro­prio, quindi che non ha bisogno di venire in biblioteca e quando muore la la­scia in eredità.
I.Non deve essere possibile rifocillarsi all’interno della biblioteca in nessun modo, e in ogni caso non dev’essere possibile neanche rifocillarsi all’esterno della biblioteca senza prima aver depositato tutti i libri che si avevano in con­segna, in modo da doverli poi richiedere dopo che si è preso il caffè.
J.Non deve esser possibile sapere chi ha in prestito il libro che manca. i.
Esistono ancora biblioteche del genere? Questo lo lascio decidere a voi.