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Elio Paoloni, la letteratura in viaggio tra inquietudine e avventura

Alla base della lettura c’è una buona dose di curiosità che ci stimola a cercare nuovi orizzonti e a mettere alla prova le nostre reazioni di fronte culture diverse. In questo viaggio alla scoperta del mondo e di noi stessi ci accompagna la voce genuina di Elio Paoloni.

1. Il suo ultimo libro è un romanzo di viaggio, non un diario. I libri sui viaggi vantano una ricca tradizione, dal gran tour in Italia alla letteratura “on the road” americana. Perché il suo è diverso, cosa le piace leggere del genere “diario di viaggio”?

Sì, i diari di viaggio mi hanno sempre affascinato. Il primo, ero un bambino, lo trovai nella biblioteca del nonno: Nell’Africa tenebrosa, di Stanley, due volumoni di fine ottocento zeppi di puntigliose liste di provviste, attrezzature, malattie ma anche di disegni, descrizioni, resoconti avventurosi. Vado pazzo per le avventure marinare, vere e d’invenzione, ma anche per i resoconti di esplorazioni polari e imprese di scalatori.

La strada di Kerouac è sicuramente un libro importante per la mia generazione. Ma tutti i libri sono diari di viaggio, in un certo senso, sia pure, come scrisse qualcuno “intorno alla mia camera”.

I diari di viaggio sul Cammino di Santiago sono tutti simili, spesso stucchevolmente devoti. Quelli New Age sono ancor più melensi e non mette conto di parlare di quelli fieramente atei, vedi il viaggio-dibattito di Odifreddi con – o contro – Valzania. Il mio Abbronzati a sinistra è diverso non perché vi sia un plot particolarmente rocambolesco ma perché racconta ironicamente una storia intima, le montagne russe dell’evoluzione spirituale di un uomo che ha inquietudini tipiche del nostro tempo, sul crinale tra fede e scetticismo. E ogni tappa del Camino diventa occasione per rammentare i santuari della nostra terra, dalla Cattedrale di Trani alla cripta di San Michele a Monte Sant’Angelo passando per San Giovanni Rotondo. A un certo punto scrivo “sono qui perché vedo la Spagna come un Salento al cubo, dove concedermi a quel depensamento che il Salento non consente più”.

2. I reportage di Paolo Rumiz, la narrativa di Paolo Coelho, siamo ancora capaci di esplorare luoghi e culture diverse oppure è diventato un modo per uniformare il mondo al nostro orizzonte interiore?

Sul mio blog ho scritto recentemente di Paolo Rumiz, criticando la lettura forzata e strumentale del monachesimo ne Il filo infinito. In quanto a Coelho, mio diretto “concorrente” (ha scritto Il Cammino di Santiago) parla di tutto tranne che del cammino di Santiago. Le prove del suo protagonista potrebbero essere avvenute ovunque. Molti sostengono che il viaggio è inutile perché ci riporta sempre a noi stessi. Hanno ragione ma questo non è un difetto del viaggio, bensì il suo pregio: sì, è vero, non si sfugge mai a sé stessi e alle proprie interpretazioni della realtà ma nel viaggio mettiamo a fuoco noi stessi meglio che a casa. E qualcosa di davvero significativo delle altre culture, un bravo scrittore riesce a trovarlo anche se è incatenato al suo pregiudizio (che non è necessariamente eurocentrico: il più grande degli scrittori di viaggio, V.S. Naipaul, veniva da un miscuglio etnico alquanto orientale)

3. Che futuro si prospetta per un genere letterario così classico?

Credo che resterà un genere fondamentale, anche se il romanzo è sempre la prima scelta del lettore medio. Ma la curiosità sul mondo e soprattutto sulle reazioni a contatto con altri paesi non cesseranno mai e i documentari e i servizi giornalistici raramente riescono davvero a farci toccare la realtà profonda di un paese.

4. La quarantena ha fermato festival, incontri letterari e presentazioni di libri. Quanto e come, queste performance, sono importanti per il libro e quanto sono necessarie forme alternative come i video via social?

Sono la persona meno adatta a rispondere a questa domanda: non sono un operatore culturale ma un vero orso, poco a mio agio in ogni genere d’evento (ai quali però non mi sottraggo: vedo la diffusione dei miei libri come un dovere, anzi una missione) ma faccio cose a caso, dilettantesche, senza sapere a cosa portano. Ascolto consigli di amici avveduti che mi assicurano essere ormai inutile la classica recensione sui quotidiani o sulle riviste letterarie e che occorre “influenzare” su Twitter e Instagram, magari con foto del libro “ambientate”. Sui video ho dei dubbi, io evito di vederli, perché di solito sono lenti e prolissi come le presentazioni classiche senza il vantaggio della presenza. Se ne possono fare di belli, sicuramente, rapidi e ficcanti, ma occorrono mezzi e competenza (soldi insomma). Certa roba amatoriale è deprimente.

5. Quando e perché ha deciso di scrivere romanzi e c’è un libro che ha determinato la sua scelta e che consiglierebbe per questo?

Non so più, l’ho deciso troppo tempo fa, ero ancora un bambino, anche se non ho provato a scrivere davvero che molto tempo dopo. Non saprei se c’è stato un titolo preciso a influenzarmi. Forse Verne, Viaggio intorno alla luna, perché il mio primo tentativo di romanzo, alle medie, fu una roba fantascientifica. Anni fa provai ad annotare delle considerazioni sulla natura della scrittura (droga, distacco, espiazione, sistemazione, correzione) e ricordo che Hrabal diceva di sentirsi costretto a scrivere come se gettasse “dell’acqua fredda su un dente che fa male”. Difficilissimo capire i moventi di uno scrittore.

Lucia Pulpo

Nota: Nato nel 1951, vive e lavora a Latiano (Brindisi). Tra le sue opere, Le Piramidi una storia nei multilevel marketing, Sostanze, Una coppia inattuale matrimoni politicamente scorretti, Abbronzati a sinistra.

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