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Legno verde e la letteratura. Intervista a Cosimo Argentina

Nel mondo virtuale dei social si perde la bellezza del contatto umano. Questo lo si evince chiaramente dal contrasto colla vicenda di Umberto Babilonia nella Taranto anni ‘70 che prende vita e lucentezza attraverso la testimonianza di uno dei suoi figli più affezionati, Cosimo Argentina. L’autore avrebbe presentato il suo nuovo romanzo nella sua città natale, a fine febbraio, ma le precauzioni per arginare la diffusione del corona virus hanno costretto a rimandare l’evento a data da definirsi. Così cerchiamo di riempire il vuoto parlando, a distanza, con Cosimo Argentina, in fondo, anche gli incontri virtuali possono essere interessanti:

1.Legno verde è la storia della crescita sentimentale di Umberto Babilonia. Non è solo questo perché ci sono tanti personaggi e piccole storie. Babilonia è il protagonista assoluto?

È la storia di una generazione, ma è anche una storia individuale. Mettere in scena un protagonista vuol dire descrivere un mondo.

Quando narro una storia il protagonista alla fin fine sono io e scruto l’oscuro bordo che parte da oltre il monitor e metto in scena quello che vorrei venisse rappresentato. Poi, come nella vita, l’esistenza mia e del mio alter ego si incrocia con una miriade di altre esistenze vere o presunte e ne nasce una storia per lo più corale.

2. Con Flaubert “educazione sentimentale” è un modo per parlare dei costumi e della morale del tempo in cui il libro è scritto. Vale anche per la tua opera?

Sì, ha un valore di testimonianza e un valore antropologico, questo libro, nel senso che oggi un simile percorso è impossibile. Scrivo per ricreare, rimodellare quello che ho visto, vissuto o sentito. Nulla di originale. Funziona così. Dai una versione estetica ai sentimenti. Rinnovi l’arredamento e rimoduli l’architettura della tua vita che altrimenti resta merda secca su un marciapiede.
3. Dino Buzzati scrive In quel preciso momento: “Di chi hai paura? Della gente che sta a guardare? Dei posteri, per strano caso?Basterebbe una cosa da niente: riuscire ad essere te stesso,con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta, sarebbe di per sé stessa un documento tale!”. Questa formula vale anche per te e la tua vita reale?

In parte sì, ma se fosse solo quella sarebbe diaristica, come cosa, e invece c’è ben altro. Un romanzo è una miscela di palle inventate e verità rivelate. E poi Buzzati la mette giù pesante perché essere se stessi, come dice Dostoevskij, è difficilissimo. Bisogna avere una statura morale a mille e forse nemmeno basterebbe. Essere se stessi fa paura a se stessi per primi, perciò ci inventiamo giochetti psichici per ribaltare la prospettiva. Bluffiamo con tutti a cominciare con noi stessi. Ci vediamo o meglio di ciò che siamo o peggio, difficilmente siamo oggettivi, in materia.

4. La Taranto di oggi potrebbe essere raccontata con figure come Diodato, Alessandro Leogrande, Michele Riondino e la giovanissima Benedetta Pilato. Che storia sarebbe?

Sarebbe la stessa storia vissuta in passato con Cesare Brandi, Raffaele Carrieri e altri. Ora stiamo vivendo con Diodato, Leogrande, Riondino e Pilato, ma questo non deve significare nulla da un punto di vista collettivo. Il riscatto del singolo non può essere confuso col riscatto di una comunità. Sarebbe troppo comodo. C’è gente pagata e strapagata per mettere le cose a posto e non capisco perché non si faccia niente e poi ci si aggrappi al personaggio di turno per motivare una rinascita. Anche l’Irlanda della depressione aveva i suoi Beckett e Joyce. La Sicilia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento era messa male nonostante Pirandello. La Catania del 1890 non è che fosse tutto questo granché nonostante Giovanni Verga.

5. Nella prefazione dei 12 racconti Garcìa Marquez scrive che nulla delle città dove si svolgono i racconti e dove era stato, nulla aveva più niente a che fare con i suoi ricordi, al punto di non riuscire a distinguere la linea fra delusione (nel rivederli) e nostalgia…. Vale anche per la Taranto che racconti qui?

Sì, ha ragione Gabo, non so nemmeno io che Taranto ho visto e vissuto e che Taranto vedo ora e visito di tanto in tanto. In realtà l’immaginazione contamina molto la vita di un narratore siano a incasinare tutto in modo irrimediabile. Irreparabile. Ma testimoniare che in viale Virgilio una volta c’era una tal scuola dove succedevano alcune cose è anche un modo per accendere un faro sulla storia di una città.

6. Hai lasciato Taranto negli anni ‘90, quando torni cosa ritrovi ancora della tua città?

I tarantini sono rimasti fedeli a loro stessi nel bene e nel male, il resto è cambiato radicalmente e sinceramente lo preferivo prima. Taranto vive un riflusso e alcune cose non sono cambiate. Chi aveva il denaro lo ha ancora. Qualcuno ha perso tutto. Chi aveva poco continua ad avere poco. Qualcuno si è illuso che col boom economico era a cavallo. Qualcuno si accontenta di un lavoro all’arsenale. Altri vorrebbero quel lavoro. È una situazione difficile, ma, a onor del vero, non solo a Taranto.

7. In questo romanzo le donne sono tutte amabili. Ci sono sentimenti ed emozioni che travolgono il lettore, la sensibilità di Babilonia verso i più deboli e perfino la comicità degli schiaffoni esagerati dei don. Che fine ha fatto l’autore di Maschio adulto solitario?

Se si batte sempre sullo stesso tasto si diventa prevedibili, ripetitivi. La mia rabbia repressa c’è sempre, ma la esplicito con una dose di ironia che magari in Per sempre carnivori non c’era o era più dissimulata. Comunque la rabbia narrativa rimane anche se Mas ha una sua unicità come Legno verde o come L’umano sistema fognario e via dicendo. Il massimo della ferocia è in Sisifo. Arrivato lì non si poteva andare oltre. Ma se ci pensi ho sempre steso una mano ai deboli, agli insicuri, agli sfigati… con loro vado d’accordo forse perché un poco sfigato lo sono anch’io.

Lucia Pulpo

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