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Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

La doppia verità

Sai Gregorio, la prima volta che ho capito l’uso della “doppia verità” e stato quando il prof. di storia della filosofia, parlando dei libertini francesi, ci introdusse all’uso di separare la verità in ambito privato e in ambito pubblico. Direi: una verità da proclamare pubblicamente al popolo che può capire solo quella versione dei fatti; poi una verità da professare in privato al riparo dall’altrui inquisizione. Nella mia storia, fino a quel momento la verità si era trovata difronte al divario tra ragione e fede, infine era divenuta una questione di opportunità politica.

In tutti i casi, la verità personale è una, mentre la sua pluralità di manifestazioni è dovuta al pubblico al quale si racconta. Qualcosa del genere mi aveva solleticato il naso al tempo della lettura di “Uno nessuno e centomila”, adoro Pirandello ma ha sgretolato in mille briciole l’immagine che ho di me, e le verità che racconto a me stessa variano con la tramontana che tira le cicatrici, il dolore richiama tristi ricordi, brutti incubi da cui non mi sono ancora totalmente ripresa, cosi la verità cambia versione e perfino la voce interna cambia suono nelle mie orecchie. La mia voce, l’anima, esultando urlarono a Pirandello e al mondo intero dalla cima del divano in camera mia “Io sono il fu Mattia Pascal”, questa era la mia verità, d’accordo ma questo e un arrivo mentre io devo andare avanti, ma allora ero giovanissima e cercavo di arrivare, è dopo che si sente l’esigenza di partire.

Ritrovarmi nel fondo del pozzo è terribile. Basta poco, un odore inaspettato, la sensazione

che sostanzialmente nulla sia cambiato, la percezione di non avere appigli per uscire, la

consapevolezza che il tempo passa sopra di me come me sulla sua ombra, e qui arrivi tu

con il tuo tono deciso: “la diagnosi non e un destino” e ti do ragione perché il mio carattere,

il mio umore influisce sulla mia salute. La prima volta che venni operata dal mitico Dolenc,

il chirurgo disse a mia madre che probabilmente il mio carattere aveva agevolato lo sviluppo

aggressivo del tumore. Quasi sempre i miei mali si sono palesati in corrispondenza di demoralizzazione dovuta ad altre situazioni. Questo basta a farmi dire: “Lucia, forza non lasciarti cadere perché peggiori le cose, ma non muori”. Esperienza personale, io ci credo. Giusto fino al quarto … il quinto è arrivato come acqua gelida su un corpo nudo e innocente. Disperare peggiora la mia condizione umana senza porvi fine. La morte non e il peggiore dei mali. A questa conclusione sono arrivata dopo aver letto (quasi di nascosto) un libro di mamma, un testo teatrale: “il dovere del medico” (non immaginavo la trafila che mi aspettava). Un amante che per auto-difesa uccide il rivale e non riesce a uccidersi perché lo salva un dottore condannandolo a una vita fisicamente e psicologicamente dolorosa tanto da dire: “Mi ero ucciso. Viene lui. Mi salva. Con quale diritto gli domando io ora?” e ci riprova, io no, quella storia l’ho assaggiata, vediamo qualcosa di diverso. Colpo di teatro, mentre scrivevo sulla “Voce del popolo” della mia città, m’imbatto in un altro medico uscito dalla penna di Ibsen che scrive anche lui sulla sua “Voce del popolo” per denunciare un misfatto ambientale e continua nonostante l’isolamento creatosi intorno a lui infamato come “Nemico del popolo”. Finche sono viva, ho il dovere di farlo al meglio delle mie possibilità. Un dovere per me stessa, perché vivere, per me, significa stare con se stessi al mondo, è da pazzi separarsi da se stessi, ma i pazzi non sanno di esserlo. Fra verità di fatto e di ragione, res exstensa e res cogitans… parto per una folle armonia creata dal creato.

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