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Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Spartaco

Caro Gregorio, ognuno ha il suo mito, un racconto fantastico con super-eroi indiscutibili. Il mito con cui andare “a braccetto” per sostenere la propria esistenza: potrebbe essere quello che ha scoperto nel tempo e che sembra ricalcare le proprie esperienze, oppure, potrebbe essere quello che gli raccontavano da piccolo e gli piaceva tanto da emularlo (sia pure involontariamente); potrebbe essere, semplicemente, quello con cui vorrebbe raccontarsi, autentico più che bello. Quando ero già caduta dall’albero, sono inciampata sulla storia della statua trafugata dalla polis greca di Taranto ed esposta tuttora (l’originale intendo) al museo di Berlino: la statua della dea seduta in trono. Una statua arrivata integra al secolo scorso, nascosta in un pozzo per salvarla dalle razzie romane e posteriori in genere. Una volta rinvenuta la statua fu trafugata da Taranto, nascosta in campagna sotto un monte di letame che ne ha definitivamente corroso e cancellato i colori; venduta illegalmente fu fatta a pezzi e portata prima in Francia ,poi a Berlino, ma all’appello mancano tuttora le mani.

Chissà com’era bella con i suoi colori… certo coperta di letame e fatta a pezzi prende un aspetto a me familiare. Qualcuno la chiama la statua della dea sorridente (giusto un accenno come la Gioconda), probabilmente ritrae Persefone, la figlia della dea Demetra, una fanciulla che giovinetta fu trascinata all’inferno da Ade che ne fece la sua regina. Zeus per rendere giustizia a Demetra (che aveva sommerso la terra di lacrime , un ricatto addirittura gentile) stabili che Persefone vivesse sei mesi sulla terra con Demetra e sei mesi negli inferi con Ade. Tutti d’accordo a parte la protagonista. La Persefone di Taranto e una mia progenitrice, almeno un mito che parla di me, mito e statua materiale, anche se preferirei potermi identificare con Venere o con una sirena piutttostocche con la dea degli inferi tirata di qua e di là, una specie di zombie sottomessa a chi avrebbe dovuto aver cura di lei. Invece la storia che mi ha affascinato fin da piccola è quella dello schiavo Spartaco che ruppe le catene e si ribellò a Roma. Forse non proprio un mito ma una storia “mitica”. Un combattente per la libertà contro un nemico più grande e potente nemmeno Annibale può paragonarsi a Spartaco, troppi lustrini offuscano le scintille interiori. In catene sono davvero finita e la mia ribellione è difficile rivolgerla contro qualcuno o qualcosa ma, sicuramente, ha qualcosa di enorme da affrontare.

Anche Spartaco è finito male, il suo atto eroico si è consumato tutto nella prima scintilla, intanto ha conquistato aria per respirare e meritare un fiore ovunque sia la sua tomba. e mi sembra abbastanza per un disperato senza futuro. Sinceramente mi preoccupano queste figure destinate a finire male. I miti sono le ombre di storie gettate sul fondo della caverna in cui ci troviamo, l’ha spiegato

Platone ma è storia confermata da Bacone, Jung, il rapporto tra noi e i miti non è inciso su tavole di pietra ma è legge.

Personalmente so di essere stata incatenata dagli dei, pur senza portare il fuoco agli uomini; senza essermi ribellata mai a niente, nemmeno alla caverna dove continuo a nascondermi. La società dev’essere piena di caverne e tunnel, dove molti entrano per estrarre zolfo da rivendere a buon mercato e, senza accorgersene, finiscono intossicati fino a trasformarsi in quella pietra che getta ombre nuove sulla parete delle loro stesse spelonche.

In questo guazzabuglio e (per dirla con Diogene) difficile “trovare l’uomo”

Il mito con cui vorrei raccontarmi non lo conosco ancora, spero di essere in evoluzione, qualcosa come l’araba fenice, magari finisse meglio di come è incominciato. Per cambiare vita dovrò cercare un altro mito da raccontare, sarà la mia vita il mito da cercare e ricostruire con un finale più brillante?

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