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Il mio spazio creativo

Amor c’ha nullo amato (IV Capitolo)

Caro Gregorio ti scrivo cosi mi distraggo un po’…Inutile abbandonarsi ai sospiri quando la realtà continua a offenderci. Ci sono argomenti difficili da affrontare, al punto da iniziare già sconfitta e disillusa; ma non sono un’adolescente e allora te ne parlo adesso, dopo aver letto delle mie vecchie poesie, ma il mio ruolo in questa questione non è cambiato, la polla non è cresciuta, sono ancora il pulcino spennacchiato nel guscio crepato ma non aperto, intrappolata nel guscio che, forse, ho costruito come la giara di Pirandello.

La rosa tutta spine si chiama amore o, forse, amare. Partiamo dai pianti disperati per la storia di Romeo e Giulietta. Storia romantica, senza ombra di tradimento e reato da reiterare. Adolescenziale, il mio pianto fino al singhiozzo che soffoca ogni via d’uscita . Ha il sapore amaro di una sconfitta, come se i protagonisti avessero rotto un vaso di valore (particolarmente significativo), rottura causata da distrazione, mi sento anch’io colpevole, per uno stupido errore evitabile.

Non piango per loro e la fine di un amore che non è finito. No, piango per me che non ho mai avuto un amore, non un amore perfetto, non la passione, nemmeno un amore ricambiato.

In fondo mi trovo in linea con Sartre: l’amore è fondamentalmente un voler essere amato, è la volontà di essere amato e, dunque, la volontà di valere per l’altro come l’infinito stesso (Essere e nulla)

Intanto il tempo fugge e le rose appassiscono, Gregorio, tu puoi ripetere come faceva mia nonna: “si ama anche da vecchi” o “per l’amore c’è sempre tempo”; tuttavia, a me, le mele troppo mature non piacciono per niente.

Il punto che non posso ammettere nemmeno con me stessa, non ammetto che si possa vivere malgrado questa assenza, ma allora io? Credimi questo pensiero uccide. Sono davvero un errore? Un calcolo sbagliato incapace di attrarre a se un affetto impegnativo? Oppure sono io l’anaffettiva?

Mi vedo come una vipera con i denti rotti da cui fuoriesce veleno, il suo veleno, e lo ingoia e si uccide lentamente. Riesco a distrarmi, pensare ad altro anche essere felice, tuttavia

continuo a ingoiare e metabolizzare questo veleno continuamente tanto che davanti a Romeo e Giulietta non mi trattengo nemmeno, lo so che non c’è rimedio. Ormai sono veleno metabolizzato. Chi mi sfiora, sfiorisce a sua volta.

Generalmente evito di avvicinarmi e sfiorare questo tema ma in una poesia scrissi “non ti odio”… riferito a una persona di cui ero invaghita e allora mi chiedo se il risvolto della medaglia sia questo, un distacco emotivo che lascia spazio alla razionalità. Questo mi fa paura o, almeno, mi ferisce: essere indotta alla ragione per mancanza di un cuore appassionato.

L’equivalente di una zitella acida che cammina senza proiettare ombra sui suoi passi; un fantasma il cui cuore non pompa vita nelle vene. Probabilmente sarei il quarto errore nella “Gaia scienza”. Il pianto perùlava tutte queste ipotesi e, allora, lasciamolo scorrere

copioso.

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