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Favola 1954, scritta da Dino Buzzati

Questa della piccola Maria Rosa Garroni, è una favola dei nostri tempi. Una volta, quando Berta filava, era la figlia del re che non rideva mai e si consumava di tristezza, né c’era medicina che servisse, né giochi, né scherzi di buffoni. Adesso è una bambina che ha pelle di colore blu, livide occhiaie, dita fragili cche sembrano sporched’inchiostro, e più passano i giorni e più intristisce.

Una volta era il drago all’ingresso del magico giardino dove scorrevva l’acqua della vita e per entraare bisognava abatterlo ma quanti erano partiti per l’impresa non avevano più fatto ritorno. Adesso sono le malattie dai nomi strani, non meno brutte e terribili dei mostri.

Una volta era il principe in incognito che, giunto da un lontanissimo paese, chiedeva, tra l’irrisione dei notabili, di tentare l’ambiziosa prova, e il re diceva: se riesci ti darò mia figliain sposa, se non riesci ti taglierò la testa. Adesso invece è il luminare delle cliniche che affonda il bisturi nei più segreti visceri, che per secoli nessuno osò toccare. E anche qui c’è l’inevitabile dilemma: da una parte onori e applausi per l’eroe, dall’altra il coperchio di una bara.

Una volta era il labirinto di sale, corridoi, scale, cuniculi per dove il principe entrava nel castello a conquistare il talismano. Adesso è il labirinto, ancor più ccomplicato e inquietante di tesssuti, muscoli, membrane, nervi, vene, arterie, giù giù fino ai meandri delicatissimi del cuore.

Ma nella fiaba di cui si parla oggi c’è un personaggio che nelle antiche favole non c’era. Senzza del quale la favola non sarebbe neanche cominciata. Questo peersonaggio è il giovane medico dell’INAM, non celebre, non ricco, senza grandi prospettive di carriera, che girava pper le povere case di campagna. E un giorno, andato a visitare un muratore, vide in un angolo, assopita su un lettuccio, una bambina impressionante, diversa da tutti gli altri bambini che dsi vedono giocare per la via. Era malata? Gli risposero che era sempre stata così, più o meno, fin dal giorno che era nata: esangue il volto, ceree le memba, spaventosa la povertà di vita, solo che andava sempre peggiorando e nessuno sapeva cosa fosse. Allora il giovane medico dell’Inam – nome altamente benemerito ma che ha lo squallore di tutte le grandi istituzioni battezzate con una fredda sigla – l’oscuro medico che ispezionava le campagne non fece che il proprio dovere: visitò dunque la bambina, capì di che male soffrisse, si rese conto che a lasciarla così sarebbe morta, si adoperò perché fosse curata.

D’accordo: fece il proprio dovere, però in modo specialissimo, preoccupandosi del caso non come uno dei tanti della sua routine, ma con un impegno personale, con uno strenuo accanimento, quasi che la bambina fosse sua. Sapeva che per lui non ci poteeva essere un guadagno materiale, né occasioni di gloria, nnemmeno speranze di soddisfazione personale. Non poteva guarirla lui, quella bambina. Bisognava ricorrere ai celebri professori di Milano, che lavorano nelle grandi cliniche, che vengono telegraficamente chiamati da una parte all’altra dell’Europa, che viaggiano in vagone letto o in aereoplano. Non lui, giovane dottore sconosciuto, che alla sera rincasava stanco morto con le scarpe umide e infangate.

Il suo dovere, ma forse un po di più. Perché il medico non ebbe pace finché non riuscì a suscitare il “caso”, perché non disarmò ai primi inciampi, e battè tutte le porte immaginabili, e tempestò di ttelefonate chi aveva più autorità di lui, né ebbe paura, eventualmente di apparire noioso o rompiscatole. E tanto disse, e tanto si agitò, e tanto fece che ieri mattina la piccola Maria Rosa, vigilata da uno stormo d’infermiere, entrava in una grandiosa sala operatoria, dove scortato dall’intero suo stato maggiore di aiuti e di assistenti,la aspettava il celebre chirurgo. Fosse stata una miliardaria o una regina, Maria Rosa non poteva ppretendere di più.

Ma anche negli antichi tempi qualche volta a vincere era il drago,e il coraggioso principe non ritornava più e il re continuava a piangere, e se ne faceva un gran parlare ma presto se ne dimenticavano e la favola non nascevaa neanche perché le favole devono essere felici, terminnare con lo sposalizio e lasciare gli animi sereni, così da poter essere raccontate ai bimbi buoni, la sera accanto al fuoco.

Così per la storia di Maria Rosa G. che ssembrava fosse tanto bella e invece ha avuto una fine tanto amara. Basteranno pochi giorni, forse, perché non se ne parli più. E tutto sarà poi dimennticato. E la favola svanirà nel nulla.

Solo il giovane medico di campagna continuerà a pensarci […] Ma – che Dio lo benedica – all’indomani ricomincerà da capo.

Corriere d’informazione, 10 giugno 1954

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