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E alla fine c’è la vita – recensione

Leggere fa bene sempre. Tanti sono i significati di un libro: quelli pensati dall’autore, quelli trovati dai lettori, quelli maturati col tempo trascorso dai pensieri a prender forma e respiro di vita vissuta. Storie diverse che s’intrecciano fra loro a insaputa dei protagonisti. Storie ed errori che non fanno testo perché la vita è una trama intessuta dai rapporti che gli uomini hanno fra loro, e le etichette di genere finiscono con lo sbiadire e perdersi, rimane un tessuto sociale ricco di fili e colori e luci malgrado sia stato stropicciato e sporcato da… “agenti atmosferici”.
“E alla fine c’è la vita” è un intreccio formidabilmente naturale di quattro vite di giovani universitari nella Pavia del 2009. Luogo e tempo sono determinazioni superflue perché le vicende potrebbero svolgersi benissimo altrove ma,

ogni capitolo inizia con la scansione precisa dell’orario come per coordinare la mente del lettore con le mosse dei personaggi di carta. Mentre il ritmo si fa più incalzante ci ritroviamo nella scena come se l’inchiostro avesse preso vita proiettando anche noi lettori sul set dove iniziano a girare i nostri ricordi di gioventù. Amici, amori, errori prima di crescere e trovare la nostra strada. Ambientato dunque, nel momento di passaggio con un prima dove la vita è data per scontato e un dopo quando diventa una meta da raggiungere. Efficace nel ricreare sensazioni sfuggenti che troppo spesso rimangono segrete a noi stessi e che rimproveriamo ai nostri figli non sapendo di averle attraversate noi per primi.
L’opera di esordio di Davide Rossi è una sceneggiatura, infatti, il dialogo impegna la maggior parte delle pagine con un realismo mai scontato o banale.
Una scommessa per Apollo edizioni che ha inserito il testonella collana: “Uno, due… ciak”.
Droga, sesso, alcool e rock’n’roll per consumare l’attesa prima della maturità.
Lucia Pulpo

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