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Intervista a Davide Simeone. Noi e la paura negli altri.

La Puglia è una madre ricca di figli-gioiello. Fra questi lo scrittore Davide Simeone, classe 1984, ha pubblicato 5 romanzi e partecipato all’incredibile avventura del blog letterario “Inchiostro di Puglia”. Circondato dal freddo e dalla neve di questi giorni, ci riscalda rispondendo ad alcune domande a partire dal suo nuovo romanzo “Quella volta che ho imparato a nuotare”:

d. Il protagonista di “Quella volta che ho imparato a nuotare”, Stefano Randi, scrive fiabe per bambini. Il protagonista è la proiezione della sua anima, in cosa le assomiglia maggiormente?
r. Stefano è la proiezione delle ansie e delle paure che caratterizzano la mia generazione. È paralizzato dai suoi traumi, incapace di agire e riprendere in mano la sua vita, vive oscillando tra la paura e la pigrizia. Si ritiene una vittima, molto più di chiunque altro, e vive accontentandosi di ciò che capita, usando e gettando all’occorrenza. Ho creato Stefano perché volevo chiedermi come avrei affrontato certi percorsi se avessi fatto scelte diverse.

d. Già in un suo romanzo precedente “Rewind” c’era una generazione che andava via e poi tornava nella sua terra di origine. Che cosa è cambiato nel mondo reale e nel nuovo romanzo?
r. Con “Rewind” ho scelto una storia d’amore tormentata come sfondo dell’inquietudine umana dei “giovani” trentenni dell’Italia di oggi. In gran parte ho proseguito su quello stato d’animo, descrivendo le nevrosi di un personaggio che non ha nulla d’invidiabile, né talenti particolari (che in realtà lui ritiene sprecati). Diciamo che c’è maggiore rassegnazione: non più un’incertezza verso il futuro, ma la certezza che le cose non sono andate come Stefano aveva sperato.
d. Un altro tema rilevante è il terrorismo e la paura dell’altro. La canzone vincitrice di Sanremo recita “Non mi avete fatto niente”… lei cosa ne pensa?
r. Ho ideato una parte iniziale e finale in aeroporto, sostanzialmente svincolata dagli intrecci della trama, per descrivere alcuni tratti che ci caratterizzano: ansia cronica, sfiducia verso il prossimo, predisposizione alla negatività. Stefano, come molti, pensa di non meritarsi il “buono”, odia il prossimo, diffida anche di chi gli vuol bene e delle persone meravigliose che incontra nel suo cammino. Allontana gli equilibri come se il suo malessere fosse qualcosa di famigliare e come tale preferibile all’ignoto.
d. Lei ha esordito con un romanzo dal titolo “Come dico io” che lascia trasparire l’urgenza di affermare la propria idea nel mondo, in questo romanzo c’è invece un atteggiamento più maturo. Non ha più niente da “urlare contro il cielo” oppure?
r. Avevo 19 anni quando ho scritto “Come dico io”, un diario personale finito all’improvviso nelle librerie. Dopo più di dieci anni mi piace pensare di aver conservato la stessa curiosità e rabbia di quel ragazzino: non riesco a rinunciare alla mia emotività anche quando sarebbe più facile vivere certe situazioni con lucido distacco.
d. Mi piace sbirciare nella biblioteca delle persone che incontro; nella sua che libri e autori ci sono?
r. Ho tutta la bibliografia di King, adoravo Welsh di “Trainspotting” divoravo Grishm quando ero più idealista nella professione forense. Poi ho scoperto Carver, Coe, Kerouac e adesso Palahniuk è la mia bibbia personale!
Lucia Pulpo

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