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Filosofeggiare per sopravvivere. Girolamo de Michele

girolamo_de_michele Stimolata dal libro “Filosofia.Corso di sopravvivenza”, ho posto alcune domande all’autore Girolamo De Michele
,Cos’è la pop-filosofia? Anche Socrate era un pop-filosofo considerando che insegnava per le strade?
-Pop-filosofia è una parole-baule formata dalla concatenazione di due parole: “pop” e “filosofia”. Pop è la contrazione di Popular, che non significa, come in genere si crede, “di massa” o “in testa alle rilevazioni Auditel”: significa popolare, cioè non precluso, quantomeno nelle forme, negli involucri, nelle avvertenze per l’uso, ad alcuno. Quindi una filosofia scritta e narrata, e anche praticata, non per iniziati o per addetti ai lavori, non per le élite preselezionate: una filosofia per tutti e per nessuno, consapevole del fatto che rivolgersi a tutti non significa essere accettati da tutti. Come capitava a Socrate, che era di certo pop nei modi espressivi, ma nondimeno era filosofo. Perché – e questo spesso molti sedicenti pop-filosofi lo dimenticano, o fingono di, o trovano comodo dimenticarlo, la seconda parte della parola-baule è filosofia: il che significa che o la pop-filosofia ha dei contenuti filosofici, o non è una filosofia, ma al massimo una forma di affabulazione, di decostruzione fine a se stessa. La pop-filosofia è, o può essere, un modo per salvare la filosofia dalla crisi in cui la filosofia stessa è caduta, per l’esaurirsi delle sue forme classiche, per la perniciosa influenza del marketing, del counceling, della produzione di chiacchiere a mezzo chiacchiere praticata da mancati filosofi in cerca di legittimazione. Ma anche, dagli straordinari risultati conseguiti da altre discipline – dalla fisica sub-atomica alle neuroscienze, ad esempio – che sono, un po’ come era già accaduto nel Seicento con la fisica e la matematica, senz’altro più avanti nella capacità di leggere e interpretare il reale.

.Deleuze è vissuto prima dell’avvento di internet, avrebbe giudicato il web uno strumento di divulgazione o di manipolazione popolare?
-Deleuze è stato affascinato, nei primi anni ottanta, dai videoclip musicali, che secondo lui avevano la potenzialità di esprimere concetti come virtualità, rapidità, pluralità. Ed è rimasto deluso dal fatto che questa nuova modalità espressiva, dopo aver sfiorato qualcosa di essenziale, abbia deviato verso direzioni più commerciali e seriali. Sono sicuro che davanti al web si sarebbe posto con la medesima curiosità,, chiedendosi, come faceva sempre, quali potenzialità, quali nuovi divenire, quali effetti di verità e sono possibili con la comunicazione in rete. Ma non avrebbe giudicato il web: a Deleuze non piaceva giudicare, né gli piacevano quelli che ritengono prioritario giudicare. Deleuze non amava i “tribunali della ragione”.
.Nel suo ultimo libro sottolinea la necessità di filosofeggiare, ma è un’azione a portata di tutti o a esclusivo uso di chi ha strumenti “teorici” ben rodati?
-Filosofeggiare significa, per me, produrre effetti di verità. E quindi porsi la questione della verità all’interno delle forme espressive attraverso le quali una costruzione concettuale, un “effetto di verità” entra in conflitto con le verità preesistenti, solleva le maschere del sapere cosiddetto “oggettivo” o dominante, e nello svelare il volto dietro la maschera si pone il problema di creare nuovi giochi di verità. Ma questo non avviene nelle teste dei filosofi, o nei loro libri, ma nel mondo reale: criticare il sapere costituito significa cambiare il mondo, o distruggere lo stato di cose esistente, o almeno volerci provare. E questo è alla portata di tutti: anche di quelli che non pensano di fare pratica filosofica.
.In diversi libri ho letto una miriade di ipotesi a premessa di indagini e ricerche inconcludenti. Cosa è per lei “chiacchiericcio” filosofico e quale la ricerca da effettuare?
-La ricerca da effettuare è in quali modi può essere criticato, distrutto, e infine ricreato questo mondo, che non merita di sopravvivere a se stesso. Il chiacchiericcio sono le seghe mentali e verbali di quelli che si fanno il viaggio delle ermeneutiche infinite e senza uscita, del mondo come testo narrativo nel quale può essere detto tutto e il contrario di tutto, dei tramonti infiniti dell’occidente, dell’essere, o della ragione – che tramontano da almeno un secolo e mezzo e sono sempre lì, perché i profeti del tramonto non fanno nulla di concreto per farlo tramontare davvero. Chiacchiericcio filosofico è qualunque approccio che non si relaziona la mondo reale, non lo masturba neanche, limitandosi a parlarne dall’interno delle accademie, dei circoli ristretti, degli after hours intellettuali. Al di fuori dei quali c’è una penosa fila di sfigati che sbavano per entrare a far parte del club.
.De Gregori in una canzone canta che per ricominciare il mondo ha bisogno di falegnami e di filosofi, ma quali filosofi sarebbero secondo lei adatti al compito e il mondo deve ricominciare da zero oppure la filosofia può essere solo una medicina a posteriori per non perdersi in ipotesi senza solidità?
-Non credo sia un problema di “quali”, ma di “come”. Quasi tutti i grandi filosofi hanno qualcosa di rilevante da dirci, se li si legge davvero. Il problema è come li si legge, con quali strumenti, attraverso quali officine: è qui che servono i falegnami, e le falegnamerie ben attrezzate. Io uso in prevalenza gli strumenti del cosiddetto post-strutturalismo – Deleuze, Guattari, Foucault – ma senza pretesa di esclusività. Del resto ho avuto la fortuna di conoscere un filosofo tanto grande quanto misconosciuto o evitato, Enzo Melandri, che mi ha insegnato l’ecletticità, e quindi mescolo senza remore accademiche gli strumenti più diversi. L’importante è saper mescolare bene gli ingredienti e saperli cucinare, per evitare pastoni immondi che ti costringono a telefonare alla rosticceria all’angolo, o a penosi digiuni.
.Cos’è, per lei, la pratica filosofica?
-Avere il coraggio della verità. Il che significa, riprendendo il senso antico della parola parrhesia: dire tutto, non nascondere nulla. E quindi opporsi al potere, ai suoi apparati di captazione, ai suoi strumenti di controllo e di disciplinamento. corso di sopr
.Abbiamo dei vantaggi tecnologici rispetto ai nostri padri ellenici o la civiltà è solo questione di pensiero?
-Noi abbiamo il cattivo vizio di pensare che gli antichi fossero dei selvaggi – il che significa credere nell’inferiorità dei cosiddetti “selvaggi”, per inciso. I nostri progenitori avevano un livello di civiltà e di tecnologia del tutto adeguato ai bisogni del proprio tempo, e lo hanno espresso con realizzazioni – dagli acquedotti ai dialoghi platonici – che sono ancora in piedi. Non sono del tutto convinto che il nostro attuale livello di civiltà sia alla stessa altezza. La storia, posto che esista un oggetto con questo nome, non va in alcuna direzione, non conosce né progressi né regressi: siamo noi che facciamo fatica a toglierci questi paraocchi idealistici e smetterla, in tutti i sensi, col mito del progresso.

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