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“Salviamo le biblioteche”- Alessandro Leogrande

leogrande-biblioteca10 La solidarietà con la biblioteca provinciale di Foggia e con tutti i presidi culturali a rischio chiusura a causa di mancati stanziamenti ed investimenti sul futuro civile della nostra regione, scrittori ed intellettuali pugliesi la manifestano facendoci sentire la loro voce a riguardo.
Affaritaliani parla con uno degli esponenti più brillanti nel panorama nazionale: Alessandro Leogrande, autore di numerosi saggi e reportage(La terra dei viceré, Le male vite, Il naufragio Fumo sulla città, La frontiera per citarne alcuni) e vicedirettore de Lo straniero, conduce trasmissioni radiofoniche per Radio3.

Negli USA si è discusso intorno le pubblic library nel ruolo di biblioteche sociali dove si offrono servizi ai disoccupati, corsi di lingua ai figli degli immigrati, ci sono volontari che aiutano gli homless garantendo anche la loro integrazione culturale, il tutto limitato dalle regole stabilite dai bibliotecari della stessa struttura per assicurare tranquillità agli utenti classici. Secondo lei questo modello è importabile qui da noi?
Sì, le biblioteche sono un tassello fondamentale nella vita comunitaria di un territorio. Non c’è bisogno di andare fino in America, anche da noi ci sono esempi di questo tipo,

oltre a tante realtà romane penso alla biblioteca”La Fornace” di Mole di Maiolati spontini nelle Marche, dove si contano 4000 iscritti su una popolazione di 6000 abitanti.
Certamente parte degli utenti verrà dai paesi limitrofi, anche questo è indicativo di quanto importante sia un centro da cui nascono relazioni sociali che si alimentano non soltanto di testi cartacei ma anche d’incontri culturali, dibattiti aperti al confronto delle idee e dei saperi. Purtroppo sono solo alcune le biblioteche che spiccano nella buona gestione delle risorse anche economiche. Penso al caso di qualche anno fa del patrimonio librario del liceo Archita a Taranto, con testi rari e antichi fondamentale in una città smemorata come Taranto. Ma per diverso tempo i libri sono rimasti a marcire, abbandonati senza sapere che fine avrebbero fatto, in seguito una parte sono stati mandati alla Mazzini, ma è possibile che gli amministratori locali non abbiano capito l’importanza di quella memoria storica in una città che perde la propria identità?

Gli immigrati che giungono sulle nostre coste e noi stessi trarremmo vantaggio da questo tipo di integrazione culturale?
Senz’altro, noi siamo abituati a pensare agli immigrati solo il giorno dello sbarco immaginandoli affamati con le scarpe bagnate ma sarebbe bene pensare anche al giorno dopo quando hanno bisogno di libri e giornali da leggere per apprendere i valori occidentali (anche se a me questa espressione non piace). La democrazia, che vogliamo esportare, è partecipazione alla vita sociale e culturale, la condivisione di idee e principi ha bisogno prima di conoscenza e diffusione. La lettura dei libri è fondamentale per il linguaggio e non dimentichiamo i giornali delle emeroteche dentro le biblioteche. Per capire il mondo d’oggi è più che mai utile leggere quotidianamente 7-8 giornali diversi e non tutti possono permetterselo. L’integrazione culturale non è una questione appartenente alla nostra sola civiltà, essa ha un senso antropologico, non genti diverse ma unica umanità.

Il problema della chiusura delle biblioteche a causa di poche risorse economiche non è esclusivamente italiano, in Inghilterra recente è la proposta di incentivare i bar nelle biblioteche per farle assomigliare più a “caffè letterari” e non a cattedrali del silenzio e della tristezza. Cosa ne pensa di questa proposta?
Non sono talebano, ben vengano punti di ristoro anche all’interno dei musei. Per momenti di pausa e creare un punto di ritrovo dove scambiare idee e creare relazioni sociali. Credo sia inevitabile, l’importante è che “il caffè letterario” sia un supporto alla biblioteca e non sia questa in funzione del caffè letterario

Nella nostra regione le biblioteche sono un baluardo contro la cultura dell’illegalità…
Le biblioteche creano reti sociali con relazioni invisibili e materiali, creano rapporti dialettici e sono modello di aggregazione fra individui estremamente diversi ma animati dalla volontà di partecipare ai processi culturali che si sviluppano anche nei centri urbani più piccoli come nelle affollate città e nei quartieri dormitorio. Penso siano punti di riferimento per lo svolgimento di una crescita non solo culturale ma anche sociale e civile, umana e non solo digitale.

In questo periodo si sbandiera lo slogan di cultura contro la minaccia del terrorismo e si stabiliscono bonus per i maggiorenni e poi si lasciano chiudere le biblioteche?
Cultura non è solo il concerto o l’evento sensazionale,facile cedere al fascino che dà per ognuno autonomia individuale sulla scelta dell’utilizzo dei 4-500 € invece delle scelte imposte dall’alto del governo o di una istituzione. Il discorso è complesso ma se il bonus viene usato singolarmente per l’acquisto di ipod ha poco valore, se spontaneamente una decina di soggetti uniscono i loro incentivi e creano un evento, una proposta culturale, allora il tutto avrebbe un senso. La biblioteca sarebbe il luogo d’incontro dove sviluppare queste attività creative,quindi è la base di tutti i discorsi “culturali”.

Lei ha una biblioteca fra i suoi ricordi più affettuosi?
Tante biblioteche dove ho studiato e mi sono formato.
Con particolare affetto penso alle biblioteche romane, non solo la nazionale…
indispensabili durante il mio corso di studio e per la rivista culturale a cui collaboro. Molte sparse per l’Italia le ho conosciute presentando i miei libri e sono posti di crescita interiore. Purtroppo alcune per scarsa disponibilità economica non aggiornano adeguatamente i propri archivi come quella comunale a Taranto ma sonno scrigni preziosi per la memoria, per la Società, per il futuro.

PUBBLICATO IL 4/1/2016 su AFFARITALIANI.IT

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