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Il gioco della felicità

pollyanna Nel romanzo per l’infanzia, Pollyanna, scritto nel 1913, la protagonista fa “il gioco della felicità” per superare le drammatiche vicende che si susseguono nel breve arco di tempo della sua vita. Eleanor Porter non immaginava che dal suo romanzo più famoso la “psicologia cognitiva” avrebbe tratto il nome di una sindrome: “sindrome di Pollyanna” ovvero ottimismo idiota.
La piccola orfanella si applica nel gioco insegnatole dal padre,

IL GIOCO DELLA Felicità, che consiste nel trovare qualcosa di buono in ogni frangente, un aspetto, un ricordo che comunichi positività e ottimismo fino a condizionare la percezione e educarla alla visione del Paradiso in terra che non può far altro che realizzarsi.
Un approccio ottuso poiché scoraggia l’individuo a cambiare o affrontare la realtà, protetto da una visione ottimistica che induce a pensare al mondo come una terra di fatto felice e perfetta dove problemi ed errori sono soltanto nella vista e nella mente di chi li elabora.
La scrittrice statunitense probabilmente voleva soltanto incoraggiare i suoi giovani lettori, ognuno se indossa “gli occhiali rosa vede davanti a sé una strada più bella da percorrere e perciò invitante malgrado curve e salite; ma le difficoltà restano, nell’Italia che stiamo vivendo l’ottimismo è una distorsione più vicina al patologico che al beneaugurante.

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