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Il mistero del tunnel segreto – Capitolo sette

imm. tunnel segreto La pausa di Aiace è interrotta dal richiamo di Franco. Sta per ormeggiare l’Alì Sinem Bes-sà.
Una visita improvvida, Cataldo sta pescando, Matteo scrive una lettera alla moglie e Aia¬ce non vuole festeg¬giare lo scampato pericolo con una passeggiata a braccetto con Ham-murabi.
“Il dovere è senza piacere, altrimenti che dovere è?”
“Certo Franco, piuttosto il gran capo è venuto ieri, perché già di ritorno, appena 24 ore. Capisco che non pos¬sa stare lontano da te ma pensavo vi sareste incontrati nel pomerig-gio. Non vai mai tu da lui?”

“Soltanto quando mi accompagni tu col destriero bianco. Meno storie, vieni con me al molo. Questa improvvi¬sata è portata da venti di burrasca. Mi chiedo che venga a fare qua¬si tutti i giorni. Qui passano gli anni, tutti uguali con lo stesso sole e le stesse pietre. I pesci sono diminuiti ma, a lui che importa? Viene con sette uomini vestiti di nero come becchini sfigati, controlla i turni, fa la circumnavigazione a piedi e consuma nafta e pa-zienza”.
“Vengo, giusto perché è emozionante vederti dare il buongiorno con inchino a lui e tutto il suo entourage”.
“Vieni perché, oggi, toccherà a te fare la riverenza. Io devo salire a bordo, hanno problemi col timone e mi hanno chiesto di risolverli. Magari con la scusa di analizzare meglio il caso, riesco a fare un po’ di moto con lo scafo, giù e su dall’orizzonte. Scappo e ti lascio Hammu¬rabi al posto d’Ippolita”.
“Il tuo altruismo mi commuove, la tua gentilezza d’animo mi conquista. Posso darti un ba-cio in fronte?”
“Coraggio bello, la fatica puzza… quando marcisce, tu coglila prima!”
La scena è la solita, lo scafo arriva lasciando una lunga scia di spuma bianca dietro di sé. Franco sale, Ham¬murabi scende ed Aiace lo affianca per fargli rapporto.
Gli uomini sbarcati sono vestiti, come di consueto, con monocolore uniformemente diffuso su tutti i corpi, in formato standard, ma un paio di gambe hanno le scarpe col bordo di gomma bianca, così lindo da saltare agli occhi meglio delle pulci nelle orecchie.
“Ho poco tempo oggi, dobbiamo fare in fretta, niente carte. Si è avvicinata qualche barca? Qualcuno dallo sta¬bilimento s’è addentrato in pineta?”
“Nossignore, tutto tranquillo e sotto controllo”
“Mi sono arrivate voci che sostengono il contrario. Non vi pago per farvi stare in vacanza. Do¬vete vigilare e mantenere l’ordine. Nessuno deve travalicare i confini ed avere accesso libero all’iso¬la. Vado con i miei uomini, non vo¬glio essere disturbato, dica agli amministratori dello sta¬bilimento che parlerò con loro domani”.
-Chi gli tocca niente… chi lo vuole, che crede di concludere, fa tanto il padrone impegnato ma, qui, acchiappa solo vespe-.
Il gruppo si avvia verso il lato ovest, dove gli scogli scendono in acqua piano, come fossero titubanti di proce¬dere in quella direzione. Le rocce si allineano lungo una fila stretta che ri¬sulta formare una punta rivolta verso il Drago, come l’indice di una mano richiusa su se stessa. La roccia, prima di cedere le sue grazie al mare, sembra indicare la causa del pro¬prio tentennamento, la paura è quella di finire contro il mostro. Un pericolo che incatena la gio¬ia di stargli lontano.
Un collegamento fra lo zatterone e la terra del Drago esiste da sempre. Una sorta di grotta lunga e stretta come un corridoio per pedoni. Nessun pescatore immagina l’esistenza di questo passaggio sottomarino perché le due aperture sbucano sulla terra ferma e il vano è tutto infossato al punto da essere asciutto, l’acqua non filtra da nessuna parete e non arri¬va nemmeno la voce del mare, un mistero costruito dalla Natura a dispetto degli uomini e della loro presunzione di superiorità.
Gli accessi sono protetti con cura amorevole dalla vegetazione. Selvatica quella nelle prossimità dello stabili¬mento industriale, non del tutto accidentale quella curata da Ham-murabi in persona.
Sull’isola non ci sono grotte o fenditure sul terreno, ma c’è un pozzo; un antico pozzo completamente asciutto che non è mai servito alla raccolta di acqua piovana, nessuna sor¬gente di acqua dolce si avventura fin lì. I vortici potabili compaiono in mare per confondersi fra le bollicine di sale, essi emergono dalla profondità del fondale per addolcire l’umore delle cozze e degli ittici che popolano l’area, per non abbandonarli al veleno della depres¬sione da mercurio cronico gentilmente offerto dalle fabbriche della civiltà.
La cavità è circondata da un cerchio di palme ai cui piedi crescono cespugli folti e spinosi che si protendono uno verso l’altro formando un muro irregolare e ostile.
Nessuno dei vigilanti sa dell’esistenza di quel pozzo, dall’alto è nascosto dai rami lunghi delle palme che sem¬brano essere lì per caso, senza una disposizione geometrica, innocue come donne nude che si avviano verso il mare per fare un bagno, coi capelli sciolti e sen-za l’imbarazzo di occhi indiscreti.
Questa volta Aiace s’incuriosisce e segue sottocchio i fedeli del visir che senza troppi giri si dirigono verso le palme in ordine sparso. Tutti scavalcano le spine e scompaiono come inghiottiti dal terreno. All’interno del pozzo c’è una scaletta di quelle con i pioli metallici e ri-gati. La profondità del buco è mostrata dalla mancan¬za di luce sul fondo, il buio non fa paura ad uomini vestiti di nero ma è scomodo nello scendere i gradini, an¬che se nasconde le vertigini e i pidocchi sulle pareti.
Al pian terreno si apre una stanza con uno scatolone a mo’ di tavolo su cui sono poggiate torce elettriche e giacconi. L’aria è stranamente ossigenata, pulita e fresca soprattutto in prossimità ai due tubi che corrono ai lati attaccati al soffitto. Qualcosa come condotti di aria con dei fori da cui fuoriesce aria come da un ca¬notto bucato che lentamente si sgon-fia. Inoltre a terra, lungo tutti i 2,5 km del tunnel, si srotola un tappeto molliccio di alghe e funghi che mangiano l’anidride carbonica e da uno tocco di classe, stile albergo di lusso.
Accese le pile il gruppo rimane in attesa mentre dal corridoio di fronte al tavolo arriva un opaco stridere di cer¬chioni sulle rotaie che s’intravedono incastrate nel pavimento. Su un peda¬lò anfibio a 6 posti arrivano altri uomini vestiti di nero con zaini sulle spalle e la faccia stanca di chi non dorme e non mangia da 24 ore circa. I dannati hanno gli occhi rossi, asciutti e spalancati, atterriti dal dolore e dal bruciore delle proprie sclere a contatto con le palpebre che, invece, cadono sui bulbi oculari stremati dalla fatica di non fissare il buio per non essere riconosciuti come suoi figli.
“Ecco, siamo qui. Abbiamo caricato l’ossigeno nei condotti. Basterà per un altro viag¬gio di andata. Non siamo riusciti ad arrostire carne nel forno ma abbiamo oleato il nastro tra-sportatore”.
“Vi ha notato qualcuno? Che mi dite del reparto d’amministrazione?”
“Siamo riusciti ad arrivare nella stanza dove tengono i progetti ma nulla di nuovo a parte il piano dei licen¬ziamenti e grafici di previsione sull’aumento della mortalità per cause acciden¬tali”.
“Allora, voi altri dovete andare a prendere le nuove bombole ed ammucchiarle vicino ai serbatoi e caricarle per il prossi¬mo viaggio, poi dovete penetrare negli uffici dei responsabili e lasciare documenti sui nuovi impianti, quelli voluti per abbattere le barriere inquinanti facciamogli perdere un po’ di tempo appresso alcoli che non funzionano. Agite con di¬screzione, non sanno di voi ma non devono insospettirsi. Ci vediamo qui, domani pomeriggio alle 19,00, se avrete sonno venite qui sotto a dormire, non fermatevi prima, avreste le spalle scoperte, se vi assale la fame potete usufruire delle more dei cespugli qui fuori”.
“Acqua da bere e attrezzi per lavorare ci sono?”
“Prendete i loro zainetti con gli attrezzi, togliete le scatole con la diossina, quanto all’acqua ci sono tre bottigliette a testa nel¬l’angolo sul tavolo. Le abbiamo portate ieri, magari pretendete un cioccolatino con dentro liquore al rum? Devo rammentarvi che siete poveracci, disoccupati senza nessuna possi¬bilità di riscatto. Nessuno si cura di voi, cosa volete da me se vostra madre vi ha messo al mondo senza alcuna dote? Invece di chiedere a me la Luna nel pozzo andate a prendere l’assegno per il Paradiso”
“Se ci scoprono, cosa facciamo?”
“Non vi conoscete fra voi, non conoscete il tunnel e nemmeno me e l’isola. Dite che fate parte del gruppo Os¬sigeno per Amare, che vostro fratello o vostra figlia si è ammalata ai polmoni e che volete distruggere tutte le macchine che sono la causa dell’infelicità umana. Oppure appellatevi alla religione e dite che in quel posto si consuma un peccato mortale contro il creato, buttatela sul fanatismo e vi lasceranno stare. Magari minacciate di andare in televisione a raccontare il dramma che siete costretti a patire ogni giorno a contatto coi bambini in ospedale dove fate volontariato, nessun risarcimento è chiesto dalle famiglie, ma qualcuno deve pagare il conto del dolore e della colpa contro l’umanità. Ora andate, non sprechiamo ulteriore tempo e ossigeno. Pen¬sate positivo e sguardo basso, che nes-suno vi guarderà negli occhi”.
“Ci sono i servizi igienici?”
“No, ma avete a disposizione topi, ragni e animalucci vari… vedrete che bel servizietto vi faranno!”
I sei montano sui sellini e iniziano a pedalare. Nessuno si rivolge a un altro della squa¬dra. Il percorso è illu¬minato appena dalle luci sui caschetti che indossano, sembrano pro¬vetti minatori che cercano guai e sfidano l’oscurità delle tenebre armati di pinza e cacciavi¬te. Il respiro diventa affaticato già alla metà del cordone om¬belicale che lega il profitto di Hammurabi a quello del Drago. Un indotto esasperato dalla mancanza d’indi¬pendenza e autonomia, un condotto che assicura la circolazione sanguigna dell’animale e si nutre del suo stesso sangue. Un parassita che aiuta l’organismo di cui si nutre, una loggia di tra-ditori che tradiscono se stessi; forse per questo i malandrini devono dichiararsi estranei e rinnegare anche la propria madre, in cam¬bio di un cioccolatino al rum scaduto.
Lo sanno, ne sono pienamente consapevoli ma nessuno lo dice. Le 6 teste non fanno ru-more, non pensano nemmeno alla direzione da seguire poiché il carro mobile segue i bi-nari su cui scorrono le ruote metalliche, la presenza delle alghe attutisce lo sfregamento e l’unico rumore che si percepisce è il battito cardiaco, ma forse è solo suggestione.
All’altro capo il tunnel sbuca in una grotta ampia, dove c’è il serbatoio e la pompa per l’ossi¬geno, degli stracci di panno impermeabili da un lato, un piano che potrebbe essere un ta¬volo solido su cui sedersi all’occorren¬za. Sul tavolo qualcuno ha lasciato degli occhiali col vetro scuro, a specchio e dei guanti da lavoro piuttosto grandi anche per una mano ma-schile. Non ci sono scale ma una salita, nulla di troppo ripido e faticoso, le gambe hanno già assaggiato la fatica fisica, prima ancora d’iniziare il turno lavorativo.
Due si siedono sul tavolo, gli altri usano gli stracci per non sporcarsi i pantaloni accovac-ciandosi a terra per il primo sorso d’acqua al sapore di plastica riscaldata.
I condannati al patibolo hanno fretta di arrivare fino in fondo e magari scoprire che non è vero che si muore, magari quel che sembra vita è semplicemente un incubo sognato dopo aver fatto indigestione di more e la fine del sogno è l’inizio del risveglio.
Per nulla svegli sono i 6+1 che escono allo scoperto con Hammurabi.
La loro vista è così offuscata da non essere irritata dall’esplosione di luce solare che li at-tende all’uscita dal pozzo, per abbracciarli calorosamente, e invitarli a non dormire prima di festeggiare insieme la riuscita del¬l’incursione nel ventre della nemica oscurità.
L’ultimo ostacolo è scavalcare i cespugli senza caderci dentro rischiando di addormentarsi sopra un letto di spine.
Aiace è rimasto nei paraggi, sa che è arrivata Ippolita, sa che deve raggiungere Matteo e informare quelli della spiaggia che il capo va di fretta e non ha tempo per nessuno; il ra-gazzo si crogiola, assolto nei suoi sogni di gloria con un espressione che corruga la fronte provocando l’innalzamento del sopracciglio sinistro. Rimane in quello stato di trans fin quando vede riapparire Hammurabi e i suoi fedelissimi.
“Torniamo a bordo, qui abbiamo finito”.
“Il collega sta facendo un giro, per verificare che la riparazione che ha fatto, sia efficace”.
“Trasmettete il messaggio di tornare, al massimo vi manderò lo scafo nel pomeriggio. Fac-cia telegrafare un rientro immediato”
“Non c’è né bisogno, hanno virato, vede? Stanno facendo manovra per ormeggiare”
“Allora non mi in trattenga con chiacchiere futili e improduttive. Per domani pomeriggio vo-glio un rapporto dettagliato, un’informativa scrupolosa sugli utenti dello stabilimento, a che ora arrivano e quanto restano e con che bagaglio viaggiano”.
-Queste non sono chiacchiere improduttive per far perdere tempo e pazienza a chi lavora davvero?-
“Nel centro dell’isola ho visto alberi da frutto. Fatemi trovare un cesto pieno di frutti sbucciata, i pronti da mangiare, e stanotte occhi aperti ci sarà la Luna piena e non vorrei che qualche furfante ne approfittasse per navigare fin qui a luci spente, per sbarcare e venire a sabotare il nostro impianto”.
“Non si preoccupi, mi occuperò personalmente di fare la pelle ai lupi mannari ed esaurire le sue richieste, ovvero andrò a cogliere la frutta matura per offrirla ai suoi ospiti”.
“Chi le ha detto che ci saranno ospiti? La frutta è per i miei uomini. Vuole altre spiegazioni? Posso andare o vuole intralciarmi con altre insinuazioni fuori luogo?”
“Mi scusi, prego, io mi avvicino alla bitta per sganciare la cima”.
-Vuole trovare il tappeto rosso domani, oppure preferisce camminare direttamente sulle nostre schiene piegate e sdraiate a terra per agevolarle l’azione di calpestamento?-
I reduci sfilano dietro il capo e salgono, ordinatamente, sulla passerella per passare dal molo alla barca.
Casualmente Aiace si accorge che mancano le scarpe con la gomma bianca. Sorpreso e incredulo per aver colto la sua memoria in fallo, ispeziona tre volte almeno le calzature dei presenti, nella sua mente il quadro si compone. Capita di svegliarsi improvvi¬samente e avere delle certezze non cercate, una sicurezza assoluta e inspiegabile che rassicura l’ego divenendone sua esclusiva proprietà.
Nel disegno trovano posto tutti i particolari accantonati da mesi, le allusioni e i rimandi ad altro, frasi che erano rimaste sospese e dimenticate. Ecco la ric¬chezza dell’isola, la paura di essere derubati o assaliti, i sospetti infondati…
-Ci deve essere una base qui sotto. Una postazione di spie che riescono a deviare anche i segnali di trasmissione satellitare e controlleranno quelli radio visto che li lasciano liberi di svolazzare nell’etere.-
Spesso la conoscenza provoca dolore, e colui che non sa è l’unico beato, così Aiace pre-ferisce lasciar correre, l’importante è sapere che un senso c’è, qual sia e perché, sono domande troppo grandi per un uomo solo.

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