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Il ruggito del re(pper) spodestato – Capitolo sei

imm. aiace e achille Trovarsi in una terra straniera provoca uno stato d’animo particolarmente incline verso i propri conterranei. Una fiducia inspiegabile nei confronti di chi parla la medesima lingua e pensa con la stessa inclinazione fonetica.
Michele e Ippolita sono scono¬sciuti ma, frequentano il social globe e ne condividono link, occhiolini, il mancato inte¬resse verso la corporeità degli sguardi. Senza esplicitare l’appartenenza al popolo degli in¬ternati, i due si riconosco¬no e prima di salutarsi fissano un appuntamento sulla chat di mondomiao, per la sera.

Lia non è d’accordo, non le piacciono le chiacchiere volanti in tempo reale, inoltre lei sarebbe chiaramente esclusa dalla con¬versazione. Proprio la padrona di casa dovrebbe consegnare le chiavi del regno e la pro¬pria dignità legale…
Prima di cena le gemelle in pectore si fermano nel forum di Cieloblu.dl.eu (l’indirizzo locale di un fran¬chising del vec¬chio continente), per chiarirsi fra loro e puntualizzare chi ha la mano sulla tastiera tematica e chi deve stare al posto suo per guar¬dare e imparare. Nello stesso fo¬rum passa anche Michele, cui Fabrizio ha tirato un bi¬done non essendosi presentato alle prove della bend.
La discussione, nel foro virtuale, inizia con Lia: “Certa gente crede d’essere l’ombelico del mondo, a vedere bene non sono capaci nemmeno di muovere la propria ombra quando camminano. Sfidano le ire funeste degli dei e corrono a nascondersi prima che gli sfidati possano accorgersi dell’affronto. Non solo, una volta scampato il pericolo vanno a fare la morale agli altri dicendo che bisogna aver coraggio ed affrontare gli avversari, pren¬dere le responsabilità per le corna. Lo raccontano anche a chi conosce tutta la sto¬ria e il ruolo che hanno subito.”.
Più per noia che per interesse, Michele interviene scrivendo la sua esperienza: ”Lia, gene-ralmente proprio i codardi ostentano la virtù a loro mancante. Proprio perché non sono credibili cercano d’imporre una dimo¬strazione a cui s’attaccano per disperazione e finisco-no col crederci loro per primi. O, forse, è una difesa per prevenire gli attacchi, se ti mostri pecora il lupo ti mangia, probabilmente mostrarsi coraggiosi è, per loro, l’e¬quivalente di es-sere forti e scongiurare gli attacchi dei lupi”.
“La storia non si fa con i se, io non sono un lupo perché vogliono imbambolare me? Che importa a me della loro erba, continuassero a brucare nei campi, lascino stare il mare in cui nuoto io, invece mi fanno lezioni di nuoto senza acqua.”
Il leone fiuta la preda nel vento, i se, il mare, il discorso di nascondersi dagli dei… l’insieme delle immagini ed il tono sprezzante lo insospettiscono e lo divertono al tempo stesso, così decide di studiare, con circospezione, la cacciagione.
“Devono convincere tutti per convincere se stessi, è una maniera per farsi forza. Mettiti nei loro panni, muoia la verità e tutti i suoi sostenitori farisei. La virtù non ammette eccezio¬ni e loro vorrebbero essere l’uni¬ca eccezione che conferma la regola”.
“Non credo che si nasca storti. Si nasce piccoli e si diventa storti crescendo. Quanto alla virtù, quella è nel mezzo in equilibrio instabile fra essere e voler-essere, la virtus bisogna perennemente cer¬carla ed inseguirla senza paura di prendere un remo in fronte”.
Essendo una discussione aperta, interviene un altro utente registrato come Falanto: “Cosa c’entra il remo? La virtù è la maschera dietro cui gli uomini nascondono e preservano le voglie inconfessabili. Lia lascia perdere gli atti eroici e i mulini a vento. Quando le piante sono alte è im¬possibile raddrizzare loro il tronco, che sia una dote innata o indotta dalle circostanze, il vegetale non ha scelta deve continuare a storcersi e invadere il territorio vicino”.
“Io non vegeto. Dovrei farle spazio, farla accomodare al mio posto? No Aiace. Giulietta muore per Romeo ed io non voglio fare la stessa fine. Lei deve cambiare strada”
Il re della foresta conosce l’animo dei suoi sudditi, Lia è Ippolita-Giulietta e pare che Ro-meo sia Aiace… altro sia appuntamento in mondomiao. Gira una strana giostra per conquistare il trofeo del putto alato ma Artù non siede a questa tavola rotonda e Ginevra è spina prima che sposa. Michele tace mentre Falanto congela la di¬battito: “Oh sua regalità eccellentissima, qualche amica punta al tuo Aiace? L’ac¬cusi di lesa maestà ma, chi siede sul trono? Scusami ma ho la pancia vuota e non rie¬sco a seguire il tuo ragionamento. Notte d’oro”.
Michele si agita, i suoi occhi vanno avanti ed indietro fino a quando decide come compor-tarsi, che posizione assumere, sparire senza sparare un colpo o buttare tutto all’aria o ra-pire Ippolita e riportarla sul pianeta blu?
-La signorina mi usa come salvagente di scorta, potrei darle aria, fidanzarmi con lei e poi farlo sapere ai genitori. Bella ro¬gna che si aggiungerebbe a quelle dell’ufficio, alla fine mi danno una medaglia ma ci rimetto la vita-.
Fuori dalla finestra si apre una notte dolcissima, le stelle si rivolgono alla Luna e le dedica-no un balletto di luci, silenzioso ed emozionante per chi come Aiace le guarda e cerca di tracciare una linea che le congiunga tutte al suo amore, soltanto loro possono illuminarlo e preservarlo dall’irruenza spavalda del matti¬no.
Lia è meno romantica, si limita a spegnersi col compu¬ter, Ippolita abbas¬sa, in parte, la serranda e distratta¬mente guarda il cielo per scorgervi nuvole o avvisaglie di vento, trova l’eco di una musica, una festa lon¬tana oppure la sigla di un programma televisivo dal volume alle stelle, Michele dorme già, abbracciato al cuscino. La notte prima della battaglia è una notte lunga, carica di segni definitivi. L’interpretazione giusta delle parole è un’altra serie di parole, una lunga fila di pecorelle che conducono drit¬to tra le braccia di Morfeo.
Anche le sveglie si affrontano in singolar tenzone. La prima a squillare è quella su Peitra-santa, ma quella di Michele ha un suono più allarmato e penetrante. I due si alzano, la pri-ma cosa che vede Aiace è il mare ada¬giato davanti a lui, appena coperto dallo scintillio dei raggi solari che lo accarezzano. Non c’è competizione, con quel panorama negli occhi ha lui lo sguardo più affascinante. Michele questo non lo sa ma decide d’inda¬gare, così aven-do ferie arretrate, chiede in ufficio una giornata di vacanza e all’insaputa dei suoi stessi amici va all’isola sperando d’incrociare l’avversario e smascherare la perfida Ippolita e poi tornare alle sudate scartoffie.
L’ultima ad essere svegliata è la damigella, non c’è fretta, la famigliola cede il passo, no al pri¬mo traghetto finché, anche il mal di testa del padre, “non concederà una tregua disarmante.”
Posto il primo piede sul molo, sul far del secondo, Michele inizia a chiedere dove sia Aia-ce, ansioso di chiude¬re la pratica prima di scriverci sopra qualcosa di troppo personale. A raccogliere la cima c’è Franco, ignaro del pericolo che sta correndo l’amico, risponde auto-maticamente: “Aiace è con Matteo in guardiola, deve fare il suo giro d’ispezione, se non ha già incominciato lo trovi pronto a scattare”.
“Grazie, ho bisogno di un’ informazione”.
“Che informazione, posso dartela io… o non sono il tuo tipo?”
“Preferisco capelli lunghi e silhouette formose, temo che i peli della tua barba possano pungermi ed irritarmi, ho la pelle delicata, sei sfacciato, o credi che io parli con chiunque?”
“Niente risse. I miei ragazzi devono stare tranquilli, concentrarsi e lavorare”
“Nessun problema, capo. Oggi ho preso una giornata di riposo da beghe e tensioni varie. Una domanda, un bagno e torno a casa a mangiare un bel piatto di spaghetti al pesto con tanto aglio per uccidere le zanzare e le fidanzate smaniose”.
Aiace dalla casupola scruta nel mucchio selvaggio che sfila al lato dell’edificio, lui cerca di sezionare l’onda umana sperando di vedere Ippolita, invece si ritrova davanti una figura maschile sapendo benissimo chi sia.
“Scusate, c’è Aiace fra voi?”
“Sono io, perché?”
Il vigilante si alza e viene avanti, mentre un raggio di sole gli scende dalla punta dei capelli fino alla cinta dei pantaloni, uno spostamento veloce ma non uno scatto repentino, non c’è pericolo, un fascio di luce non può essere colpito e scalfito da nessuna parola. Quando la lotta è leale, i colpi sotto la cinta non sono da prendere in considera¬zione, per questo anche il raggio non scende più in basso.
“Non conosco nessuno qui, un’amica mi ha detto di rivolgermi a te in caso di bisogno. Mi ha detto che avresti chiarito ogni dubbio. Mi posso fidare, posso contare su te?”
“Dipende da quello che vuoi e da chi è l’amica in questione”
“Ippolita, castana, capelli appena ondulati e smalto blu, hai presente? Lei parla bene di te, ma tu te lo meriti?”
“Ho capito di chi stai parlando, vi ho visti ieri sulla spiaggia. Tu cosa vuoi da me?”
”Una delucidazione. La vorresti uccidere? Non vuole morire, ma Romeo è il protagonista di una tragedia, e per starti accanto an¬che lei deve fare una fine tragica. Sei disposto a cam-biare copione o ne stai pregustando il sangue?”
“Non confondiamo le storie. Lei sfugge. Io non inseguo nessuna tragedia. Tu che ruolo ri-copri in questa scena? L’affamato di sacrifici umani, forse, sei tu”
“Non sono un attore. Recitare non è per me. Qui la tragedia è quella non consumata, fra attese e speranze ri¬schiate di morire davvero disperati. Cerco una regina di cuori ma qui vedo soltanto cortigiane piene di vino acido. Vado a fare un bagno dopo ti offro un calumet della pace al bar”
“Stiamo combattendo, abbiamo combattuto? Devo fare la mia ispezione quotidiana. Ti rag-giungo al tavolo del caffè”.
Michele indietreggia, inciampa e si dilegua.
“Bel tipo. Sbullonato di suo, si fa male da solo. Attento a brindare in fretta. Questo intrigo ha l’aria di essere un pasticcio senza lieto fine, sempre che ci sia sostanza viva e non sia solo pubblicità”.
“Matteo ti ringrazio, ma non ho intenzione di ritirarmi dalla ribalta. Parlava di un trattato o della resa? Starò a vedere di che si tratta, vale la pena perdere un po’ di tempo per Ippoli-ta”.
Talvolta i contendenti contendono una contenzione e non c’è qualcosa di conteso; ovvero, la lotta fra due galli inizia per la supremazia nel pollaio, però spesso il gioco diventa fine a se stesso. Come se fare a botte sia l’unico piacere del lottatore. Michele ha una guerra in corso in uf¬ficio, non gli interessa dimostrare ad Aiace quanto sia bravo nel combattimento corpo a corpo.
All’ora X i due si scrutano attraverso il fondo di caffè rimasto nelle rispettive tazzine. Non c’è molto da indovinare, Ippolita non si è compromessa con nessuno ed è pronta a sacrifi-care Lia pur di preservare incontaminato il suo grande amore per Aiace.
Il guardiano di Pan, si sente quasi mancare la terra sotto i piedi. Può spiccare il volo, la torre di controllo ha dato l’ok ma non può essere così semplice, la visibilità è buona, la pi-sta è libera da ostacoli, il carburante riempie i serbatoi, ma manca il copilo¬ta ed egli non è tranquillo.
Il primo ad alzarsi è l’impiegato che si guarda intorno, respira a pieni polmoni, saluta e si ritira nella sua cabina per prepararsi al ritorno in patria.
Inutile indugiare ancora, meglio cogliere l’occasione d’un secondo traghetto prima che l’ombra più corta lasci alla luce tutto il campo per giocare.
-Ippolita non è venuta, meglio non pensarci più, posso andare via senza salutarla e senza rimpianti-.
Invece sul traghetto ci sono tutti e tre i membri Pace, perché il malessere del capo famiglia s’è dileguato davanti l’insolita frenesia della più giovane, ha aiutato a preparare la borsa, ansiosa di andare a mettere i pie¬di sull’isolotto.
La ragazza ha il sentore che qualcosa sta accadendo, succede alle indovine di sognare l’immagine completa di un puzzle di cui hanno i pezzi ma non riescono ad assemblarli. In fin dei conti c’è un paesaggio e ci sono i pittori, ed Ippolita sente che c’è anche un regno da conquistare, è a Peitrasanta e deve andare a riesumare fra conchiglie e pigne cadute in disgrazia agli occhi di infedeli traditori di sogni e favole.
All’arrivo poca gente, Franco e Michele si salutano scambiandosi un cenno con la testa. Sorpresa di vedere Michele in tenuta da città, gli passa vicino senza salutarlo in alcun modo, affiancata dal padre sospettoso.
Ulteriormente amareggiato dall’indifferenza ostentata dalla signorina, il rapper inizia a can-tare ad alta voce.
“Salta, salta bambolina
Lia di sera e Hippy di mattina,
Dimmi: un cuore, tu ce l’hai?
Del tuo amore che ne fai?
Bimba bella con unghia blu
Che combini, non sai nemmeno tu.
Con me fai la preziosa
Con la security non sei virtuosa
Achille si batte con Aiace
Ma duello con sfiga a Michele non piace,
Batti e ribatti coi tuoi capricci
Metti, solo me, nei pasticci
Ti lascio ora e per sempre
il maschio alfa non saprà niente
Tu e Giulietta andate a Troia
A vivere felici con un po’ di noia.”
Ippolita rallenta senza fermarsi, la sirena dell’imbarcazione suona ed arriva un improvviso sbuffo di vento che agita l’acqua e la scaglia contro gli scogli dell’isolotto. Si ode il rifrange-re dei flutti, poi torna la solita calma come se nulla fosse successo davvero.

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