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Il guardiano dell’isola sommersa – Capitolo tre

il guardiano del mare Il passare delle ore è scandito dalla diversa proiezione delle ombre sulle superfici circo-stanti.
L’ombra più corta è quella che spacca in due la luce del giorno, quando il velo scuro dei corpi materiali scom¬pare quasi sopraffatto dalla maestà del Sole o dallo splendore della Luna.
L’ombra di Aiace si stende sui cavi del cyberspazio, come una ricevente capta le conver-sazioni scritte sotto forma di commenti esposti in bacheca, nei forum più visitati; però non lascia traccia del suo passaggio, nep¬pure uno smiley o un suggerimento per un Think sonoro.

Non è permesso ai guardiani di telefonare a casa o di esporsi troppo dai balconi che si af-facciano sulla piazza pubblica, i cani anti-sommossa custodiscono la privacy dei padroni che la elargiscono, come imposizione, an¬che ai loro sottoposti.
Aiace è uno dei guardiani di Peitrasanta.
Quello addetto all’avvistamento dei pericoli provenienti dal mare.
La minaccia non viene da piccole imbarcazioni veloci adibite al contrabbando di cozze straniere spacciate per autoctone o da altri traffici illeciti; il terrore s’insinua, tra i ricordi e le leggende cui si crede per non alleggerire la propria ignoranza, presunti presagi, con le sembianze dell’ isola ge¬mella; quella che emerge soltanto per aiz¬zare le tempeste e le disgrazie contro i marinai.
Il preavviso della catastrofe è dato dalle scosse telluriche che riversano in mare gli scarichi organici del loro malumore. Questo scuotimento provoca l’ira funesta del vulcano sepolto sotto i fondali della darsena che si apre fra Peitrasanta e la città.
Il borbottio lamentoso e gassoso del cratere coperto, spinge il tappo di terra che lo compri¬me. Sospiri più che lamenti veri e propri, Taras è vecchio e non ha più la forza di far sentire il suo risenti¬mento verso chi osa disturbare il suo sonnellino.
La bottiglia di lava frizzante non si stappa nemmeno in occasioni importanti, tuttavia il tu-racciolo è semovibi¬le e quando sembra venir fuori allo scoperto… lo chiamano Pan, l’isola di Pan, sorella timida di Peitrasanta.
Aiace vigila per informare immediatamente la base-terra nel caso Pan decidesse di pren-dere una boccata d’a¬ria a dispetto dei pescatori che buttano le lenze in quella zona ricca di orate e sarde.
Uno dei problemi è che il cielo si sente in dovere di riflettere specularmente l’immagine ar-ruffata del tappo che non riesce a liberarsi dal collo della fiaschetta, e per rispecchiare la situazione in maniera fedele e credi¬bile, il cielo si riempie di nuvole e fulmini e saette ac-compagnate da tuoni e pioggia battente.
Prima che il pu¬tiferio arrivi a un epilogo caotico e ingestibile, il nostro meteorologo do-vrebbe segnalare “anomalie all’oriz¬zonte”.
Questo è il compito che Aiace ha assegnato a sé stesso.
Qualcosa che motivi e personalizzi la sua permanenza in quel posto poco appetibile per i banditi della dili¬genza portavalori perché, qui, non ci sono mai state miniere di oro, argento e mirra, al massimo si può spera¬re nella collezione di ambra derivata dalla resi¬na degli arbusti, ma non è un tesoro dal traffico red¬ditizio.
Ogni paladino ha la sua missione, il resto della squadra contribuisce alla sopravvivenza quotidiana contro la solitudine che, offusca la lucidità e la determinazione a portare a com-pimento l’impegno preso col destino, o almeno così è convinto il protagonista delle proprie storie.
Fra i colleghi coetanei, uno si dimostra particolarmente sincero, in ogni stagione:
“Ciao Matteo, senti tu conosci quella ragazza coi capelli lisci e lo smalto blu?”
“Magari se mi dessi qualche dettaglio in più potrei anche farmi una vaga idea, a chi ti stai riferendo… ”
“Sedere sodo e seno pieno”
“Così va meglio, bionda, bruna, bassa, alta, sfacciata, solitaria, con fratelli o senza im-picci?”
“Con genitori invadenti, di altezza media, capelli castano chiaro, muta più che riservata”
“Muta dici? Allora è miss PARLA CON LA PROSSIMA, ho capito, quella che non guarda in faccia nessuno. Non sapevo che avesse i genitori al seguito, ma chi la tocca la bambolina di ortica?”
“Ok, non ti piace ma se togli le spine è un fiorellino profumato! Non devo sposarla”
“Carina, probabilmente è carina, ma non è fatta di materia umana, non è per gente uma¬na che respiri e pensi, che gusto c’è?”
“Esagerato! Che gusto ci sarebbe a leccare un gelato sciolto? Chi potrebbe darmi qualche informazione su di lei, per esempio il nome?”
“Prova con gli extra-terrestri, ma attento a non farti notare, potrebbero accusarti di essere, anche tu, un Visi¬tor”
“Non ti rispondo nemmeno.”
-Secondo me, bisogna prenderla dal lato giusto, a sapere qual sia… quando il gioco si fa duro, io inizio a giocare…
Prima di tutto deve essere allontanata dai genitori, e portata in un posto ben visibile a tutti, per non creare sospetti mostruosi.
Credo non le interessi con chi stia parlando quanto quello che sta ascoltando.
Lo smalto blu ha un che di tribale, una decorazione, un tipo di tatuaggio usa e getta, o un potenziale monile che non si ossidi a contatto con l’acqua e non faccia allergia. Un accessorio alla moda, non mi piace quel colore, ma potrei sop¬portarlo. In fondo è un segno di distinzione e di ricono¬scimento, non devo preoccuparme¬ne, non credo sia aggressiva o appartenga alla setta delle Unghia affilate.
Il sedere è sodo ma non ha gambe rudemente muscolose. Chissà se pratica qualche pale¬stra oppure le vien su in modo naturale; quasi a punta, o forse si dice a mandolino?
Devo scoprire se le piace nuotare, magari a mollo si scioglie in un bel sorriso.-
“Amico, stai messo male se ti ammutolisci pensando a lei!”
“Matteo piantala, vorrei cogliere una mela invece di stare sempre a discutere con te”
“Ti sei guardato attorno? Dove le vedi le mele da cogliere? Caro mio questa era l’isola dei monaci eretici, uomini senza speranza di conoscere altro che l’isolamento, umano e divi-no.”
“Non so come si chiama, beve caffè e cammina col telefono in agguato costante”.
“Perfetto, signorino si serva pure, è tutto a tua disposizione, una botta in fronte e via!”
-La immagino là, al centro dello spiazzo dopo la pineta, io e lei alla fine di una passeggiata dopo pranzo quando i bimbi devono dormire e le mamme sono indaffarate nel cantargli la ninna nanna cullandoli dolcemente, in quel momento nessuno farebbe caso all’allontana-mento di noi due sulla jeep d’ordinanza.
La porterei nello spiazzo per ballare un lento can¬tandole sottovoce la canzone del mangia-nastri rimasto sul veicolo. Teneramente la stringe¬rei sempre più a me per farle sentire il battito accelerato del mio cuore e le chiederei un bacio come regalo del mio prossimo compleanno.-
“Bel fustino, hai visto l’ordine del giorno?”
“Nuove consegne o solito giro d’ispezione?”
“In arrivo sulla banchina principale il padrone delle ferriere, fra 30 minuti al massimo. Hai controllato il lato ovest, non vorrei ci fossero barcacce ancorate. Altrimenti altro che sogni di gloria fra le braccia della muta, quello ti spedisce sull’altra sponda a furia di calci”.
“Ti preoccupi per me o per la muta?”
“Mi preoccupo per me che dovrò sostituirti fin tanto non avranno trovato un rimpiazzo”
-Lei se ne accorgerebbe? Oggi mi ha notato, l’incontro non è stato dei migliori, però mi ha sorriso, a modo suo ha ricambiato la mia attenzione, mi ha incantato come le sirene fanno con i marinai che passano nel tirreno. Infatti la stavo seguendo e avrei sbattuto contro il muro che lei stessa avrebbe dovuto innalzare per rispetto al dio del mare, senonché il suo amore mi ha salvato con un avviso telepatico, innegabilmente c’è una grande affinità tra noi due, inutile cercare di spiegare a Matteo, lui è troppo materiale per queste cose. Chia-ramente devo stare attento, l’amore a prima svista può essere frainteso.
A furia di pensarci mi sto cuocendo nell’acqua del polipo, io sono il predatore devo controllare meglio le mie mosse.-
“Io mi avvio e aspetto che arrivino così mi occupo della cima da legare alla bitta, non mi chiederanno di portare in giro il capo vero?”
“Sarai occupato per tutta la settimana a rincorrere farfalle?”
“Ecco, vedo la prima sulla prua di bordo. Invece sulla punta del tuo naso vedo una vespa speriamo ti punga”.
“Vuoi degnarti d’andare a riceverli o preferisci aspettare che ormeggino da soli e poi usino la tua testa come bersaglio per il lancio dei coltelli?”
L’imbarcazione arriva speditamente, è bianca, sciaguratamente battezzata Alì Sinem Bessà, il condottiero turco che da questa isola iniziò la conquista della terraferma. Il pro-prietario della lancia spera di doppiare quell’impresa, o qualcosa del genere e, per ora, si acconten¬ta di riempirsi la bocca con quel nome, come se lo avesse conosciuto e fosse de-gno di ri¬durlo a trasporto d’insolentì.
L’ardito Hammurabi controlla frequentemente il suo investimento fluttuante che, oltre ad es¬sere l’accampamento delle sue manie d’espansione, è anche la fonte della sua ricchez-za.
Il denaro ricavato dagli abbonamenti allo stabilimento balneare non è copioso e sonan¬te, eppure la ricchezza di Hammurabi giace fra queste pietre, all’ombra di questi pini, lo sanno tutti ma nessuno osa chiedere spiegazioni.
Logico non disobbedire al volere del capo imposto per legge.
Il giudizio del “Re” è più duro della corte marziale, e la sua applicazione più spietata.
La pretesa odierna è di verificare l’efficienza del personale, tutto il corpo al completo è sotto esame, dagli addetti alla pulizia ai ristoratori del bar, bagnini e bagnanti che devono bagnarsi correttamente dall’alluce alla punta dei capelli eccezion fatta per le donne e i cocciutamente pelati.
Il controllo è la prima garanzia di successo.
Cosa voglia ottenere precisamente, nessuno lo sa. Mettere in riga i dipendenti e farli filare sembra l’unico divertimento riscontrabile nello sguardo severo ed incurante al tempo stes-so, del capo dei capi.
Appena Hammurabi oltrepassa la passerella, i vari manager del personale si affrettano a relazionare sul lavoro dei propri sottoposti, più titolati che operai, tanto per dimostrare immediatamente la potenza dell’apparato ivi instaurato.
L’importante, per Aiace, è non essere coinvolto.
Almeno oggi, vorrebbe starsene in pace meditando sul piano d’attacco contro la bimba si-lenziosa che non da confidenza nemmeno per ordine di Sua Maestà.
Il corteo si avvia verso il dormitorio, mentre il nostro uomo corre verso il lato degli sbarchi clandestini, per assicurarsi che il terreno sia sgombro al passaggio del sommo pontefice.
L’impiego d’energia nel movimento cinetico, va a scapito del sognare gratuito senza tra-smissione nella realtà dei fatti.
Una maniera razionale per sbollentare lo spirito dello gigolò insito in ogni eremita obbligato.
Capita spesso di vedere abusivi attraccare nelle calette situate sul lato più roccioso di Pei-trasanta.
Sdraiarsi sugli scogli e sulle pietre di questi anfratti è oltremodo scomodo ma molto tran-quillo, si trovano i resti di spedizioni precedenti, legni, alghe abbandonate al sole, quasi si fossero adagiate per prendere un colorito più scuro, senza mettersi alcuna protezione sfi-dando l’insolazione.
La scogliera si addentra per 5 0 6 metri fino alla prime piantine di capperi e poi di rucola in¬fine piante di more selvatiche e di gelsi bianchi. All’interno crescono i Fichi D’India, e c’è come un orto con pomo¬dori, melanzane e limoni.
Aiace li cura come può, li innaffia, toglie le erbacce e mangia i frutti per incoraggiare le piante a farne altri.
Prima di tornare da Matteo si ferma a dare da bere ai gatti che sono l’unica vera polizza as¬sicurativa contro topi e vipere, la cui presenza è dimostrata dalle impronte che lasciano sul terreno e sulle carcasse di animaletti più piccoli ed ingenui.
Finito il giro turistico, Aiace tira fuori dalla tasca gli appunti che indicano gli appuntamenti del giorno: la radio della filodiffusione ha il raffreddore e bisogna curarla, la ricetrasmittente della stazione all’entrata capta il segnale dalla Alì Sinem Bezzà ad intermittenza, e poi bi¬sogna fare la ronda per far vedere ai vacanzieri che c’è chi vigila e sta in allerta al posto loro.
Risolvere i problemi delle radio è questione di tecnica, basta avere le nozioni elementari e concentrarsi su quelle. Le mani devono eseguire perfettamente la coreografia studiata per loro dal cervello.
Talvolta è questione di un filo troppo corto, o che si è spostato brusca¬mente in seguito all’urto con una superficie dura, altre volte l’umidità dell’aria decide di fer¬marsi e condensarsi su una fessura aperta per far respirare i fili dell’apparecchio telegrafi¬co. Qualunque sia la causa, Aiace deve dare una risposta senza troppe esitazioni e in bre¬ve tempo perché, il mondo non può fermarsi ad aspettarlo, altrimenti rischierebbe di cade¬re addosso a qualche altro pianeta, rompendosi in una enorme frittata senza padella.
Alla mensa ci pensa Franco, oggi è il suo turno, il cuoco non è fisso; fortunatamente Fran-co ci sa fare con pasta e companatico, Matteo al contrario è indigesto alle prese con ricet-te dettategli dalla moglie per telefono.
Qualche volta avanza loro il tempo per gettare un amo in mare, prima del pranzo, ma po-chi sono i pesci che abboccano e non bastano mai a sfamare gli appetiti di tutti i commen-sali, così fanno a turno anche per mangiare.
“Mangio oggi? C’è una spina per me?”
“Hai preso qualcosa con l’esca o con il retino?”
“Il retino…. cosa vorresti prendere col retino?”
“Un pesce di nome Ippolita. Matteo mi ha detto della tua missione impossibile!”
“Siete pettegoli come donnicciole… Vado a fare un girotondo, non mi resta altro, le ripara-zioni le ho fatte”
“Sì, si chiama Ippolita, l’ho sentita chiamare dalla madre”
-Io cerco di pensare ad altro… questi non hanno niente da fare, devo metterli a tacere o fa¬ranno dei fatti miei il ritornello delle loro canzonette da cantina-
Prima di consumare il pasto molti vacanzieri hanno l’abitudine di sciacquarsi con l’acqua dolce delle docce, la famiglia Pace non è esente dal dovere in questione, non a caso Aia¬ce decide di passare di là.
L’unione fa la forza, la passeggiata la devono fare tre sentinelle insieme; i tre nominati sul foglio delle rotazioni, tre che camminano senza guardarsi, allineati con lo stesso ritmo nei passi, come fossero cloni di un’ unica sagoma, se inciampasse uno cadrebbero anche gli altri per empatia. Va loro incontro Margherita, avvolta nel suo drappo bianco come i laccet¬ti del costume, le aste degli occhiali e, il fermaglio vezzosamente portato di lato per appun¬tare capelli ricci e ribelli.
“Venite a controllare le teste calde? Volete controllare anche me?”
“Margherita, siamo sicuri che la tua testa sia bollente… forse dovresti metterla a bagno pri¬ma che eva¬pori definitivamente.”
Senza fiatare tutti e tre si dirigono verso le docce già bagnate.
Le pozzanghere formatesi dai rivoli ricolmi che scendono di soppiatto dalla serie di rubinet-ti già chiusi ma ancora gocciolanti, quelle pozzanghere scintillano al riflesso del sole e di Aiace che si rispecchia in esse.
Forse cerca la sua bella invece trova un’immagine familiare, un volto con gli occhi verdi, dalla forma allungata con ciglia e sopracciglia folte. Capelli corti e scuri che sembrano sot-tolineare il verde brillante di uno sguardo perso in una pozzanghera d’acqua.
L’ombra di Aiace è corta a quest’ora, corta e snella, avrebbe spalle larghe se potesse estendersi in tutta la sua beltà, l’ombra sa di avere una silhouette invidiabile, qualunque vestito indossi esce fuori una forma che accarezza la vista, lei ne è consapevole, comun-que man¬tiene nascosta in se questa constatazione, mentre il nostro protagonista sorride al viso ri¬flesso come a quello di uno sconosciuto incrociato per caso…simpatico, a prima vi¬sta!

Comments

  • Leonardo Agosto 10th, 2015 at 20:42

    Grazie Lucia, lo leggerò, come al solito domani in spiaggia (tempo permettendo). Per me sarà un piacere. Ciao

  • Valerio Attanasio Agosto 12th, 2015 at 19:00

    Ciao Lucia.
    Simpatico e scorrevole ciò che hai scritto.
    Alla prossima.

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