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Roberta DeMonticelli sul caso Ilva… il buon uso dell’indignazione

de monticelli Affari Italiani ha il piacere di intervistare la prof.ssa Roberta De Monticelli sull’impegno filosofico e sulla Giustizia del “caso Taranto”.

Prof.ssa De Monticelli, nei suoi testi parla della “Filosofia pratica” , cosa intende?
Il pensiero pratico lo pratichiamo già tutti, ogni volta che ci chiediamo che fare, in questa o quella circostanza. E’ fatto delle credenze, dei desideri, degli altri motivi che abbiamo per prendere una decisione, fare una scelta, continuare a comportarci in un certo modo. In ultima analisi questo pensiero è fatto di giudizi di valore: questa decisione è giusta, oppure è opportuna, questa azione sarebbe vile, questa situazione è iniqua, eccetera.

Ora una maggioranza di filosofi nel Novecento, e la mentalità comune soprattutto da noi, ritengono i giudizi di valore simili a quelli di gusto, sui quali “non si discute”: a me piace quello, a te questo, punto e basta. Questo è scetticismo pratico: ed è una posizione filosofica, anche se è frequentemente espressa al bar. Del resto la posizione opposta, per cui i “valori” li vede solo chi crede in Dio o in una qualche chiesa, è un’altra specie di filosofia, o forse di anti-filosofia – un dogmatismo, un fondamentalismo. Io penso che ognuno dovrebbe risvegliare il Socrate che è in lui – se è una persona libera e responsabile, Socrate faceva domande, anche su cosa sia la giustizia, e come possa essere giusta una città: e insegnava a non rispondere ripetendo cose sentite dire, slogan o dogmi della tradizione, e a non disperare, solo perché ci sono molte risposte, che una verità da cercare ci sia, anche nel campo dei giudizi di valore. Insegnava a discutere cercando e mostrando l’evidenza necessaria a sostenere le proprie tesi, usando i propri occhi, la propria sensibilità, la propria esperienza. E’ quella che ho chiamato una rifondazione in ragione del pensiero pratico, purché “ragione” includa sensibilità, attenzione, disponibilità a giustificare quello che si afferma e a far toccare con mano queste ragioni a tutti.
In questo momento particolare di confusione e crisi, il filosofo guida esiste?
Qualcuno ha detto che i filosofi stanno fra noi a mantenere vivo il senso del possibile. Ma ci sono momenti in cui nulla sembra più urgente che risvegliare il senso del necessario. O più chiaramente dell’obbligazione, del dovuto assolutamente e categoricamente, quand’anche sia impossibile realizzarlo qui e ora. E’ categoricamente imperativo che una donna, qualsiasi donna, non subisca violenza sessuale e che un bambino non muoia ammazzato durante una tranquilla mattinata scolastica. Un fremito d’orrore dovrebbe attraversarci se udissimo qualcuno dire che siccome queste cose accadono, e quotidianamente, allora bisogna smettere di dichiarare che assolutamente non debbono accadere, o riconoscere che questa necessità del dovere, questa “legge”non è incondizionata, non deve valere in assoluto – ma magari solo a certe condizioni, e purché non abbia conseguenze troppo sgradite sul piano del costume, o sugli interessi dei produttori di armi, eccetera. Quando una situazione complessiva è tale che un’obbligazione incondizionata è costantemente di fatto violata – un po’ come i più elementari diritti umani in mezzo mondo – allora il filosofo degno di questo nome dovrebbe fare la sola cosa che la ragione può fare quando non dispone di alcun potere: tenere viva, e chiara, per mezzo di parole limpide e nette, a ciascuno accessibili, la coscienza dell’obbligazione violata, e della ferita non sanata, forse mortale, che questa violazione comporta nel tessuto della società civile e delle nostre vite.
La Giustizia, la Verità, la Libertà sono principi per teorie filosofiche da manuale odovremmo toccarle con mano? Mi riferisco sopratutto ai “fatti” che accadono a Taranto.
Se sento dire che quarantamila ulivi furono sradicati per far posto all’industria siderurgica di Stato, sento che qualcosa di ingiusto, di incongruo e violento fu fatto, anche in buona fede e in omaggio a ideologie progressiste, che tuttavia erano ideologie, cioè seguivano spietatamente la logica di un’idea senza che ci si volesse fermare a considerare molte verità: le risorse che si distruggevano, la cultura industriale che non si poteva improvvisare, la violenza che si faceva, forse con la loro disperata e speranzosa complicità, a vite e altri beni più preziosi di un benessere precario e forzoso: un’antica cultura, una fragile bellezza, tradizioni, mestieri, memorie, un passato più che millenario…. Le scelte di allora hanno privato i cittadini di un’intera città della libertà di determinare oggi diversamente il loro futuro, sconvolgendo in modo difficilmente reversibile l’equilibrio del loro ambiente. Come vede, ho usato tutt’e tre le parole maiuscole in un contesto piuttosto concreto e quotidiano….
La dissonanza addirittura il conflitto fra magistratura e governo (vedi il decreto salva-Ilva), la giustizia per i cittadini dov’è?
Cominciamo dall’ultimo fatto – la conferenza stampa di venerdì, 18 gennaio – nel cuore della notte – a Palazzo Chigi, dove un summit composto dal Presidente del Consiglio, il Presidente della Regione Puglia, Il Ministro dell’ambiente (dell’ambiente, non dell’industria!) e gli esponenti dei Sindacati hanno indetto una conferenza stampa per spiegare che, “nell’assoluto rispetto della Magistratura”, cioè affogando dentro a questo rispetto le sentenze della Magistratura di Taranto, reato o non reato l’Ilva deve tornare in possesso del maltolto e continuare a produrre. Il Presidente della Regione Puglia ha addirittura tenuto ad affermare che questa ribellione a una sentenza della Magistratura “è un atto politico” – e viene da chiedersi se è questo il senso in cui, come lui dice, deve tornare ad essere una cosa nobile, la politica. Dopodichè con l’abituale piega sarcastica del suo sorriso un amabile Ministro dell’ambiente ha chiesto se ora potevano andare “a mangiare una minestrina”. Qui lo sconcerto è quello che dovrebbe suscitare nello spettatore televisivo della conferenza stampa il fatto che nessuno dei giornalisti presenti ha ricordato i seguenti fatti: che dal 26 novembre scorso la Magistratura ha posto sotto sequestro, perché “corpo del reato”, le 1700 tonnellate di acciaio prodotte abusivamente dagli impianti dell’area a caldo, già sequestrati senza facoltà d’uso; che il successivo decreto salva –Ilva ha sottratto alla normale giurisdizione un soggetto fra gli altri (l’Ilva, appunto), proteggendolo dalle conseguenze giudiziarie dei suoi reati; che, infine, il decreto si vuole ora applicato anche retroattivamente, sottraendo al sequestro la produzione illecita anteriore al decreto stesso, nonostante sia pendente sul decreto stesso il dubbio di costituzionalità sollevato dalla stessa Magistratura, e in attesa della sentenza della Corte costituzionale. Solo una giornalista ha timidamente fatto presente che non era chiaro, dato che il sequestro risale al novembre e il decreto a dicembre, perché l’atto politico sia arrivato soltanto ora. E allo spettatore non è stato chiaro il senso della domanda, alla quale nessuno si è peraltro degnato di rispondere.
Nella “Questione civile” lei scrive sul “buon uso dell’indignazione”. Indignarsi cosa significa e basta?
Appunto: è un sentimento diverso dalla rabbia o dal rancore. E’ la risposta, non a un’offesa fatta a me, ma a un torto, a un’ingiustizia, come tali. E’ l’esperienza dolorosa di un disvalore. E’ un sentimento morale.
Il paesaggio e la sua bellezza potrebbero lenire l’esasperazione di questa incertezza? Il ministro Clini ha proposto di spostare il quartiere Tamburi perché le case sono a ridosso dello stabilimento siderurgico. Le case sono state costruite prima ..
Da dove viene l’incertezza? Se si viola una legge per obiettivi presunti buoni, importanti, preziosi (ad esempio preservare l’ultimo pezzo di grande industria italiana, preservare l’occupazione di decine di migliaia di persone) – allora è il conflitto di due obbligazioni che si profila, e in questo caso il senso della legge e della sua “assolutezza” è il sentimento del tragico. Ci sono casi in cui alla coscienza non resta che questo per non ottundersi: di guardare negli occhi la tragedia. Se questo fosse il nostro caso, al filosofo che la vuole desta, e non sognante né barbarica, non resta che farsi voce tragica. Forse si può vederla così. Ma io non riesco a vederla così. Quanto a lungo dobbiamo continuare a distruggere un bene enormemente superiore e che potrebbe ripagare ciascuno della rinuncia all’acciaio, e che è la sola cosa che ci resta? Intendo cultura e bellezza, paesaggio e passato, “il nostro petrolio” – e distruggere tutto questo per l’ideologia invecchiata di una programmazione industriale pianificata, per di più svenduta al più cinico degli imprenditori, sospendendo per i suoi profitti non solo le leggi e i controlli, ma il diritto alla vita e alla salute dei suoi concittadini? Fino a quando?
Nella “Questione morale” lei invita tutti a chiedersi perché come fanno i bambini. I bambini del rione Tamburi non possono giocare nelle strade o per strada, il latte materno contiene Diossina e il futuro è molto più che nebbioso e soffocante… hanno un perchè?
C’è un perché grande come una casa, che tutti noi, non solo i bambini e le mamme di Taranto, dovremmo chiedere a quel ministro che beffardamente rivendicava il diritto alla sua minestrina: ma quand’anche la posizione del Governo potesse avere una sua giustificazione (io non lo credo, ma questa potrebbe essere solo la mia opinione): è forse compito di un Ministro dell’Ambiente irridere a una Magistratura che difende i più elementari diritti legati all’ambiente, la vita e la salute? E c’è un altro perché grande come una speranza afflosciata, che dovremmo chiedere a quel Presidente della Regione Puglia tanto bravo a entusiasmarci sulla nobiltà che la politica deve ritrovare, come cura del bene comune: può chiamarsi “atto politico” una decisione che fa carta straccia di una sentenza giudiziaria? Non ricorda in modo inquietante quest’uso delle parole – e del potere – una glorificazione del decisionismo che credevamo per sempre ripudiata insieme con le sospensioni o le eccezioni allo stato di diritto?
(Roberta De Monticelli ha studiato alla Scuola Normale e all’Università di Pisa, dove si è laureata nel 1976 con una tesi su E. Husserl: dalla Filosofia dell’aritmetica alle Ricerche logiche; ha continuato i suoi studi presso le Università di Bonn, Zurigo e Oxford, dove è stata allieva di Michael Dummett, logico e filosofo del linguaggio. Sotto la sua direzione ha scritto la tesi di dottorato su Frege e Wittgenstein. A Oxford è stata iniziata allo studio della tradizione platonica da Raymond Klibansky, membro e custode del Circolo Warburg, grande storico delle idee ed editore di numerosi testi medievali e moderni.
Ha cominciato la sua carriera universitaria come Ricercatrice della Scuola Normale di Pisa, poi trasferita presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, nell’ambito della cattedra di Filosofia del linguaggio (Prof. Andrea Bonomi). A Milano ha frequentato per anni i corsi della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, approfondendo la sua formazione nel quadro delle sue ricerche sul platonismo, e poi sulla filosofia di Agostino, di cui ha curato per Garzanti un’edizione delle Confessioni con testo a fronte, commento e introduzione (La Spiga 1992).
Dall’ottobre 2003 è stata chiamata per chiara fama all’Università Vita-Salute San Raffaele, sulla cattedra di Filosofia della persona. Dal 2009 Direttrice di PERSONA (Research Centre in Phenomenology and Sciences of the Person) http://www.unisr.it/list.asp?id=5565, Dal 2011 è Chief Editor di “Phenomenology and Mind” – The Online Journal of PERSONA.)

Pubblicato su AFFARITALIANI.IT, il 27/1/2013
Di Lucia Pulpo

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