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CosimoAttanasio, obiettivo puntato sull’Ucraina, sguardo pugliese sull’Europa che cambia

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Cosimo Attanasio è un fotografo tarantino i cui scatti sono contesi dalle testate internazionali. Il suo obiettivo è spesso puntato sulle storie raccontate dai volti e dai gesti resi immortali in zone di morte e guerra a partire dall’Ucraina.
Fare il fotoreporter a Slaviansk, 110 chilometri a nord di Donetsk, il fronte più rovente della questione ucraina, non è facile. Lì Cosimo Attanasio stava lavorando, all’indomani della sparatoria con i cinque morti della domenica di Pasqua 2014. E lì che fu prelevato dalle milizie russe, seppure per un “rigoroso controllo” insieme ai colleghi Paul Gogo, francese, e Dmitry Galko, bielorusso.
Le sue inquadrature privilegiano Terre e Spazi dove il sapore delcambiamento sa di acre e la speranza porta con sé il fascino del sorriso amaro. Cosimo Attanasio ne ha parlato con Affaritaliani.it – Puglia.

Attanasio sei in Ucraina per la terza volta dall’inizio degli scontri. Cos’è cambiato?
Donetsk è cambiata tantissimo, temo che si tratti già di una nuova Transnistria, hanno le loro forze di polizia con le loro divise belle nuove, i mercati semivuoti, ormai il checkpoint davanti l’ex SBU non è più presidiato dai separatisti come prima ed hanno ricoperto le trincee, questo significa che per ora non c’è pericolo di attacco interno.
È sempre più difficile lavorare, per farlo devi presentarti in un ufficio apposito e richiedere l’accredito, un inutile pezzo di carta che ti chiedono ogni volta che ti fermano e a me è capitato di essere fermato almeno due volte ogni giorno in cui ho lavorato di recente, figurati che il palazzo dell’ex oblast di Donetsk ora lo chiamano Soviet… bel nome per della gente che parla di libertà.
C’è una strana commistione di fanatismo religioso e revanscismo post-sovietico, per la città sventolano le bandiere del patriarcato di Mosca e alle sedici ogni giorno un gruppo di fanatici con icone dello Zar Nicola, della Madonna e bandiere della D.N.R. girano intorno al “Palazzo del Soviet” pregando di vincere questa guerra.
Ovviamente, mentre scattavo, è arrivato immediatamente il Berkut (un corpo scelto di polizia utilizzato per sedare le manifestazioni, è stato sciolto con la caduta di Janukovic e riformato in D.N.R.) a chiedermi i soliti documenti: passaporto e accredito, manco guardano che c’è scritto, a loro interessa solo mostrare che loro ci sono e ti tengono d’occhio.
Donetsk è una città fantasma e contemporaneamente vetrina per i giornalisti, con i suoi ristoranti e i club aperti fino a tardi nonostante il coprifuoco. Quest’ultima volta ho visto molti meno miliziani ubriachi (e armati) in giro.

Ci sono italiani accanto ai “ribelli”?
Gli Italiani sono tutti spariti a parte i due che combattono per i separatisti, c’era uno che dopo che ha capito che la guerra non è la cosa romantica ed eroica che sognava dopo aver perso il lavoro è scappato, così un altro tizio, un vero poliglotta d’idee e stile di vita decisamente russo che non è mai riuscito a spiegare il motivo della sua presenza li… se n’è andato dall’ostello in cui viveva da mesi senza pagare…
Com’è la vita fuori dalla zona calda?
A Kiev la vita continua, sono stato alle celebrazioni per il primo anno dal Maidan, una cosa incredibile… purtroppo devo costatare che la gente sta cambiando, non sorride più come la prima volta che andai (magari hanno un fratello che sta rischiando la vita) ma la gente rimane comunque gente fantastica.
Dove sei adesso?
Adesso sono a Mariupol, sono stato poco le scorse volte quindi non posso fare un paragone, sembra di stare a Taranto tra acciaierie, tumori, militari e mari, l’altra sera mi son visto con un ufficiale dell’esercito ucraino di Luhansk il cui fratello ha deciso di combattere dall’altro lato della barricata.
Ho conosciuto gente incredibile come la mamma di Julia che ha lavorato per alcuni anni col marito in una nave rompighiaccio nucleare e mi ha mostrato orgogliosa la sua foto con Fidel Castro in visita alla nave, oppure Ludmilla una ex impiegata del siderurgico che dal ‘92 presta volontariato presso l’orfanotrofio e adesso è madre adottiva di ben 11 figli tra i 2 e i 18 anni.

Che effetto ha avuto questa crisi sulla gente?
In generale la crisi ucraina ha visto molta gente dedicarsi al volontariato, non solo soldati ma dalle donne che danno una mano a fare i teli mimetici, persone che ospitano i tatari della Crimea fuggiti o gli ucraini della diaspora che mandano in patria beni per i più bisognosi (intesi non come militari ma come persone che ne hanno bisogno).
Sono stato insieme ai membri dell’ass. Italia-Ucraina Maidan nella loro prima missione a Slavyansk, dove sono stati consegnati vestiti invernali, cibo e altri beni tra cui giocattoli per i bambini, la maggior parte di questo materiale è stato donato dagli ucraini in Italia e non solo.
Cosa ti ha colpito particolarmente?
Una delle tante cose che mi hanno colpito sono alcuni giovani di Kiev che mi hanno detto che prima del Maidan non apprezzavano il loro paese e che volevano andare via, durante e dopo il Maidan hanno invece iniziato ad apprezzare la gente che finalmente si è ribellata ed è stata capace di cacciare un dittatore.
Sei stato prigioniero dei ribelli e poi dell’esercito russo… chi ti ha fatto più paura e perché?
Innanzi tutto ci deve essere stata un po’ di confusione, non sono stato sequestrato ma mi è capitato quello che in Italia è chiamato “fermo di polizia”, l’equivoco penso sia dovuto al fatto che 1 – quella non è gente di molte parole e nemmeno di modi delicati, per cui al momento non sapevamo cosa ci sarebbe capitato 2 – non credo esista una parola in inglese per definire il fermo, tra di noi usiamo sempre la parola “arrested” e 3 – quando mandi un messaggio di aiuto non stai molto a badare alla forma grammaticale.
In entrambe le situazioni inoltre sono sempre stati i separatisti a fermarci, non che non ci sia l’esercito russo, a Donetsk sono arrivati i cosacchi con i loro colbacchi con le stelle rosse e a Slavyansk ho parlato con un certo Evgenij Gorbik un moscovita che comandava il checkpoint più importante, quello del palazzo dei servizi segreti, ma a parte questo i miei contatti sono sempre stati con i separatisti.
Diciamo che per accusare Putin manca la “pistola fumante”, il fatto che molti soldati abbiano passaporto russo non significa niente, non è che se io domani andrò a combattere per una delle due fazioni significa che il mio governo è coinvolto, tanto per capirci. Certo quando a Ilovaisk ti ritrovi sul campo di battaglia le confezioni del rancio con scritto: Esercito Russo, beh… non credo le abbiano comprate contraffatte dai cinesi.
Ad Aprile la situazione era assai diversa, i soldati indossavano tutti il passamontagna e non esistevano i vari battaglioni con stemmi e divise come adesso, ci hanno fatto salire su un’auto senza targa e non sapevamo dove ci avevano portati mentre l’ultima volta questo febbraio eravamo stati presi dagli uomini di Motorola, sapevamo chi erano e li guardavamo con le loro facce sotto i loro baschi blu e le loro stelle rosse.
E tutto questo perché era il primo giorno della tregua di Minsk e al bar avevamo visto passare un tank che si dirigeva verso il centro, non immaginavamo che dietro al bar ci fosse la caserma di un tizio dato diverse volte per morto che manda ragazzini allo sbaraglio?
Comunque tutto si è risolto per il meglio grazie a una nostra cara amica russa e all’ambasciatore a Kiev. Un aneddoto divertente: all’interno della caserma, oltre ai tank ci sono dei veicoli dei più vari con delle blindature artigianali che ricordano i veicoli del film di Mad Max, il giornalista che era con me Danilo Elia, ha chiesto di fotografarli… ma diciamo che non era proprio il caso vista la situazione.

Storia finita?
Tornato in territorio governativo, ho scoperto su internet che io sono una spia degli USA e di Gladio e che lavoro per l’ANSA, ho pensato di denunciare questa persona… il problema è che solo lui sa in quale banca potrei ritirare i soldi che Gladio mi versa senza dirmelo.

Nonostante i pericoli riesci a scherzare?
Sono abbastanza incosciente da non avere paura, non che io sia un supereroe ma… ero psicologicamente preparato a questo. È strano ma la paura ti sopraggiunge sempre dopo, quando è finita, quando a fine maggio è iniziata la battaglia all’aeroporto, ho provato insieme ai miei colleghi ad avvicinarmi, ci eravamo resi conto che non potevamo proseguire, che avevamo perso l’istinto di autoconservazione e dovevamo tornare indietro, nel farlo sentivamo i proiettili sopra le ns teste… non credo che qualcuno di noi fosse superman ma se ha provato paura, beh, l’ha nascosta molto bene. Non so come spiegarlo purtroppo, so solo che sono ancora vivo e mi è servito da lezione.
In Italia c’è poco spazio, sulla stampa, per le questioni estere… cosa bisognerebbe sapere o approfondire in merito alla situazione ucraina?
Credo che sia stato già detto di tutto e di più ed anche il contrario, mi sono scocciato di sentirmi dare del nazista (e tu sai molto bene come la penso) solo perché cerco di raccontare quello che vedo con la fotocamera, è la mia versione dei fatti che è una MIA versione e mi guardo bene dal dire che è la verità assoluta. Io non sono pro-ucraino o pro-russo, ho sempre detto ad amici di entrambe le fazioni che questa non è la mia guerra, “claro” che nel momento in cui una delle parti t’impedisce di lavorare, sta sempre a guardare cosa fai, t’insulta dicendoti che come tutti gli occidentali non vuoi dire la verità, quando dall’altra parte puoi lavorare senza troppi problemi e paranoie… oh qui a Mariupol nessuno fino ad ora mi ha mai chiesto accredito e passaporto!!!
Un giorno ero davanti al palazzo dell’amministrazione a Donetsk, e vedevo una folla di gente che urlava contro una troupe televisiva, la giornalista con molta calma è stata ad ascoltare gli insulti, perché loro sono americani, lavorano per distruggere i russi, che glorificano i nazisti ecc… quando poi è arrivato il momento per la giornalista di replicare con la massima calma ha detto: “Guardi, siamo di Al Jazeera e non siamo americani, l’unico interesse che abbiamo è quello di raccontare le cose che succedono in maniera equidistante da entrambi gli schieramenti.” Con la sua calma ha zittito la folla.
Mi sono accorto che manca proprio, in Italia, la ricerca della conoscenza del prossimo, qui è più facile parlare per strada con la gente (ma qualcosa sta cambiando anche in questo), sapere come la pensano o anche scambiare due chiacchiere.
Non immagini quante volte vorrei dire non comprate i giornali, spegnete la tv e lasciate perdere internet. Chiedete alla badante di vostro nonno o al barista sotto casa, fate un salto alla chiesa ortodossa della vostra città e non abbiate paura a chiedere e a informarvi, siate sicuri che dall’altra parte, se non non abbiate un paranoico con la sindrome da accerchiamento, troverete una persona disposta a raccontare qualcosa e vi fate una vostra idea.
Vuoi dire che la stampa non è attendibile?
Ultimamente da parte mia trovo molto più interessanti le storie della gente comune come la mamma adottiva di 11 figli o dei due fratelli che hanno fondato una O.N.G. per portare gli aiuti umanitari alle persone all’interno della D.N.R., senza guardare al loro orientamento politico, è un lavoro che dovrebbero fare le grosse organizzazioni mondiali come la Croce Rossa Internazionale ma che loro ritengono troppo rischiose.
Purtroppo difficilmente si vendono.

Ci sono altri reporter italiani con te?
No, con me nessuno, ce ne sono in giro ma ho rapporti con pochi, mi è capitato in un paio di occasioni di passare informazioni in chat a persone che potevano trovarle facilmente su internet e manco mi hanno detto grazie.
Mi piacciono molto i lavori di Gabriele Micalizzi, specie quello recente sul battaglione Somalia, ma a parte averlo incontrato una volta in Italia non ho contatti con lui.
Non so perché ma difficilmente riesco a lavorare insieme con altri fotografi italiani, sembra che tutti hanno paura dell’altro, che gli possono rubare le storie… con me c’erano dei ragazzi francesi che si muovevano sempre insieme e nessuno aveva paura che l’altro lo potesse fregare.
Anche i fotografi internazionali, vincitori di Pulitzer e premi vari li ho visti spesso fare comitiva assieme, perché noi non possiamo?? A me piacerebbe realizzare un qualche progetto insieme a qualche fotografo a me affine, una cosa tipo: due fotografi a confronto, mi piacerebbe farlo con la mia carissima amica Olya Morvan, fotografa franco-ucraina che segue le vicende sin dall’inizio del Maidan e considero una sorella, ma credo che non sia possibile, lei è davvero brava e fottutamente pazza, mi straccerebbe.

Tu, come tanti cervelli pugliesi, per lavorare sei andato prima nell’Italia settentrionale e, ora, all’estero… nessuna nostalgia dei “ due mari”?

Innanzi tutto io non me ne sono andato all’estero, anche se adesso passo molto tempo qua in Ucraina ed ho iniziato a lavorare per un’agenzia francese, ho ancora la residenza in Italia, per il lavoro che faccio la residenza è solo un fatto di carte, per il resto mi sento uno zingaro.
L’unica nostalgia dei due mari ce l’ho quando penso a quei 4-5 amici di una vita che hanno avuto il coraggio o la possibilità di rimanere… avevo bisogno di due cose quando me ne sono andato 9 anni fa: un lavoro e stimoli nuovi.
Chissà che in futuro dopo una lunga assenza da Taranto non riesca anch’io a trovare quegli stimoli che mi sono mancati tempo addietro.
LUCIA PULPO
Pubblicato su AFFARITALIANI/PUGLIA del 22 Marzo 2015

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