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Il grande metafisico

Giorgio de Chirico, Il grande metafisico, 1971, olio su tela, 80 x 60 cm

 Ieri le nuvole giocavano con la luce cercando d’attirare l’attenzione del signor Palomar delle cui osservazioni ha scritto Italo Calvino.

In cielo c’era un vento vigoroso perché nel giro di pochi minuti, la configurazione celeste assumeva colori d’intensità diversissima.

Sopra un cielo azzurro vivace c’era una rete a maglie larghe di nuvole grigio-pioggia. Adagiati su un piano parallelo ma non schiacciato sopra la rete vi erano sbuffi di nuvole bianchissime come batuffoli imbevuti di luce. Come se il Sole si concentrasse ad accarezzare soltanto loro, staccandoli nettamente dall’intrigo retrostante.

Questo come schema-base, infatti le maglie della rete si aprivano e chiudevano con disinvoltura mentre i batuffoli sembravano saltare allegramente dentro e fuori lasciando spazio anche al cielo per mostrarsi e ritinteggiare il soffitto.

Al signor Palomar non sarebbe sfuggita l’assenza di cinguettii e di rumori in genere… C’era soltanto la luce che traboccava a tratti dai batuffoli bianchi ma dava un tocco di reale ed assoluto al dipinto.

Un pezzo d’aria contenuto nei limiti di una finestra spalancata, con i palazzi che cercavano di tirargli i piedi (il cielo ha piedi?), per accorciare le distanze.

A Palomar non sarebbe sfuggito che molti umani contemporanei, agiscono proprio così tentando di accorciare le distanze con l’assoluto tramite il tiro dei piedi. L’uomo è salito sulla Luna e poi ha deciso di prenderla e portarla a casa… Non si preoccupa di rimanerne schiacciato, di non saper gestirla, di… e quando il cielo sarà sceso giù noi saremo immortali?

No, il signor Palomar avrebbe trovato una via d’uscita da questi pensieri senza chiudere la finestra. Un gioco di luci e colori così profondo merita rispetto, in fondo basta alzare lo sguardo per coglierne il senso.

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