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A colloquio con Dario Giardi a proposito di “La ragazza del faro”

nuova fotoLa lettura del romanzo “La ragazza del faro” è una sorpresa inaspettata. L’autore Dario Giardi riesce a condensare in una storia tante particelle che sanno di mare, libertà, sogno e perfino rimpianto e delusione. Non uno scorcio di vita ma proprio la vita fermata sulle pagine con i suoi colori, gli odori che, talvolta entrano nell’anima e la feriscono, perché anche quel dolore è necessario alla vita per manifestarsi in tutta la sua potenza.

A proposito di questo romanzo, ho chiesto all’autore:

Il protagonista, Julien, quanto ti assomiglia, cosa hai in comune con lui?

Julien, come il Sorel de Il rosso e il nero di Stendhal, mi somiglia in moltissimi aspetti. Finisce per trovare Parigi e la sua borghesia soffocanti e per questo decide di autoesiliarsi in un villaggio della costa bretone. E’ alla ricerca di se stesso, del senso della vita… una ricerca interiore che mi appartiene e che credo appartenga a molte persone.

Adèle è la tua donna ideale? E, secondo te, l’amore all’ennesima potenza è sempre tragico, come questo del tuo romanzo, oppure la tragedia è soltanto una delle “interpretazioni” possibili?

Sicuramente, come Julien, ne sarei rimasto affascinato. Non rappresenta però in tutto e per tutto la mia donna ideale. Proprio per questo, forse, il romanzo prende certe pieghe fino all’epilogo finale.

Questo esordio letterario ha già avuto molti lettori e molte recensioni… ma cosa ti piacerebbe leggere a proposito di questo lavoro?

MI piacerebbe leggere l’annuncio, di un giovane regista, che trovando interessante il romanzo, decide di sceneggiarlo e produrre un film.

Il Faro è sempre un luogo interessante, solitario e imponente. La scelta di ambientare la storia nei pressi di un faro, a cosa è dovuta (un tuo ricordo, un viaggio, l’infanzia, la fotografia su una rivista per turisti)?

Amo i fari. Mi hanno sempre attirato fin da bambino. Penso che i fari rappresentino un’architettura tra le più suggestive anche per chi frequenta il mare solo d’estate e rigorosamente sotto l’ombrellone: il fascio di luce che ruota spazzando l’orizzonte notturno; l’immagine della torre panoramica al limite estremo della costa, ben in alto, a segnalare il pericolo degli scogli ma anche che la terra è vicina; la presenza umana che si impone alla furia degli elementi, proprio come certi fari isolati davanti alle coste, impavidi nella tempesta. I fari, simbolo della partenza e del ritorno a casa, da sempre evocano la pace e la potenza della natura. Un vero mito in forma d’architettura, con gli annessi e connessi legati alla figura solitaria e forte del guardiano del faro, per metà marinaio e per metà eremita, che non si muove da terra ma non lascia il mare. Difficile non immedesimarsi anche per un solo attimo in questa figura testimone di storie incredibili, icona della saggezza e della libertà . Più che una professione, il guardiano del faro è la rappresentazione di un modo di vivere e di una concezione dell’esistere che rende l’uomo parte della natura e testimone della sua immensità . In ogni condizione il suo compito è uno solo: non permettere che la luce si spenga, mai. Sembra quasi una metafora della vita.

Alcune pagine sembrano ricostruire immagini e fotogrammi di un film romantico. Secondo te, accostare la storia del romanzo ad un racconto cinematografico è riduttivo o sono linguaggi che si compensano vicendevolmente?

Come ho detto prima, il mio sogno è quello di vedere questa storia sceneggiata. Credo fortemente che i due linguaggi si compenetrino e si compensino arricchendosi a vicenda. Se a livello “letterale” il cinematografico può risultare riduttivo rispetto al romanzo c’è da considerare che l’arte visiva racchiude tutta una serie di potenzialità che la carta non può trasmettere. Un romanzo può essere distrutto da un film fatto male ma può anche essere valorizzato.

Non vieni da studi “umanistici”, come mai questo impegno e hai già altri romanzi in progetto?

I romanzi più belli degli ultimi anni sono stati scritti da persone fuori dagli studi umanistici. Uno tra i tanti che mi vengono in mente “La solitudine dei numeri primi”, scritto da un giovane fisico. Dimostrazione che ormai certi paletti non esistono più e forse non sono mai esistiti se non nella testa di alcuni lettori o alcuni operatori del settore. Fortunatamente il mercato si è aperto ed ha permesso lo sviluppo di nuovi generi che altrimenti non credo sarebbero mai nati: lo sci-fi, l’urban fantasy, il thriller noir. Figure nuove, penne nuove, hanno ampliato le possibilità espressive. Ho in progetto un thriller molto particolare, ambientato in Italia, che fonderà vari generi e nel quale ho cercato di valorizzare tutte le mie conoscenze e gli studi come autore di guide turistiche e studioso di arte etrusca e romana. Sarà un testo che tra le tante cose permetterà di scoprire angoli nascosti del nostro Paese.

Cos’è per te la linea sottile fra cielo e mare… un luogo irraggiungibile o un riferimento per orientare il corso della vita?

Un riferimento per orientare il corso della vita.

Lucia Pulpo

Comments

  • Raffaella Luglio 9th, 2014 at 21:11

    Dall’intervista il libro sembra avere dei contorni densi e un vissuto molto forte. l’immagine del faro e del mare contriuisocno a rendere il tono del libro molto dolce anche se intenso e vigoroso proprio come il mare e la natura imprevedibile che rappresenta. per queso mi immagino anche la storia, ed i suoi personaggi, intrisi di una forza e di una passione particolari.
    Comprerò il libro per assaporare, durante le ferie, l’atmosfera particolare che questo libro suggerisce.
    Ciao
    Raffaella

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