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Il seme di “Cultura Jonica”. I giorni di Diogene Saturnino

fronteLa scorsa settimana, Palazzo di città (Taranto) ha ospitato la presentazione del libro: I giorni di Diogene Saturnino.

All’incontro erano presenti entrambi i curatori del testo: Lucio Pierri e Paolo De Stefano. Il volume scritto da Vito Forleo (originariamente, edito dalla tipografia “Fratelli Martucci” nel 1904) inaugura la collana Saggi di cultura Jonica della casa editrice (tarantina) “Scorpione”.

Pagine interessanti perché piene di bozzetti in cui sono racchiuse figure, strade e parole del tempo in cui sono state scritte. I venditori di petroli per i lumi, le corse sugli omnibus, le passeggiate notturne nell’atmosfera dei primi anni del XX secolo in una città di provincia come Taranto dove il numero dei cittadini non superava le 70.000 unità e la cultura era importata attraverso le lettere dei troppi intelletti che erano andati via.

Vito Forleo è stato un solitario; laureato in giurisprudenza, gli fu affidato il ruolo di direttore della prima biblioteca comunale nel 1910. Impegno che onorerà per 40 anni con estrema devozione dovuta alla intelligenza colta che trovava nutrimento nei libri della stessa biblioteca.

Questo diario però riporta le sere fra Febbraio e Novembre del 1904 o, di qualche anno prima, per questo l’autore scrive del caffè dove conclude la giornata e riflette sulla solitudine che contraddistingue le sue ore.

Di Diogene Saturnino in biblioteca possiamo leggere nel racconto (riportato alla fine del volume) scritto dall’amico Giulio Cesare Viola, tratto da “Perché?” del 1946.

Questa è una premessa doverosa, tuttavia leggere riga per riga, passare dal caldo al vento, da una sera all’altra fra le solite vie di una città poco frequentata dai nostri sguardi moderni, apre gli occhi su caratteristiche che sicuramente sono rintracciabili nel nostro DNA ma che ci siamo abituati a considerare proprie dei nostri giorni.

Il prof. De Stefano spiega (nel saggio alla fine del volume) che Forleo era imbevuto della cultura del tempo, questo si evince dal linguaggio e dalla stessa struttura dell’opera ed è in linea con il suo lavoro di poi, ovvero, probabilmente gli è stata affidata la nascente biblioteca proprio per la sua intelligenza e cultura manifesta. Tuttavia, credo che qui si possa rintracciare anche il seme della letteratura postuma a Saturnino e nostra contemporanea. Penso, in particolare, a due dei nostri migliori scrittori, andati via come Forleo avrebbe voluto fare e come fecero Viola, Carrieri e Spagnoletti (per citarne alcuni), infatti alcune pagine un po’ amare e quasi irriverenti (sopratutto considerando l’epoca)  mi richiamano alla memoria alcuni scritti di Giancarlo De Cataldo e l’inchiostro intinto nei due mari di Cosimo Argentina.

Una traccia genetica, non un’affinità elettiva dovuta all’incontro e allo scambio di idee (penso anzi che nessuno dei due abbia letto questo scritto o Taranto per dove), ma se potessi ricostruire un albero genealogico spirituale e virtuale, credo che Forleo sia un progenitore indelebile malgrado la sua propensione alla solitudine silenziosa che non cerca di segnare a tutti i costi la vita di nessuno.

Notte del 10 di Agosto:

Io ho smarrito la ragione. In questa notte di luna i miei Penati hanno preso la via di una nuova sede. I divani con le zampe all’aria, accumulati come carogne oscene sulle carrette, le camicie di lana dei trasportatori, dove il sudore e la polvere formavano un colore e un odore orrendi, la mia incolpevole scrivania, piena zeppa di romanzi, carte bollate e lettere vecchie, che cigolava sotto l’opera delle mani brutali, mi perseguitano come un incubo, a cui il caldo aggiunge un certo che di tragico.

Sono uscito col cuore straziato di un jerofante che vedesse saccheggiare gli arredi della sua iniziazione.

Ma per le strade era pure un rincorrersi di altri veicoli, quale sormontato di una Venere di gesso, quale irto di bracciuoli, quale scoppiante di materasse. Tutta la varia popolazione degli oggetti domestici passava sotto forza di uso inviolabile. Ogni tanto qualche stoviglia di genere intimo andava in frantumi con un suono che pareva la risata di cento spiriti malefici.

Una brigata di amici nottambuli andava a noleggiare una barca; mi sono unito. Ero così deciso a uccidere il tormento dello spettacolo sinistro, che ho attaccato un vivacissimo litigio con uno di essi. Eravamo agli insulti risolutivi, quando un sentimento improvviso di umiliazione mi ha gelato la parola sulle labbra.

In nome di che mi riscaldo, se non ho una casa stanotte?”

La mia sensibilità è fatta di questa logica: se il mio contraddittore lo avesse voluto, avrebbe anche potuto gettarmi a mare.

SCRITTO DA  LUCIA PULPO

Comments

  • Nicola Giugno 19th, 2014 at 15:55

    interessante scorcio della Taranto che fu……….. grnade Lucia !

  • lucia Giugno 19th, 2014 at 16:20

    Csimo Argentina ha commentato dicendo:
    gli scrittori tarantini del passato li conosco poco. Alcuni grazie ai libri giratimi da Aldo Perrone. Non so quanti legami e affinità elettive possano esserci, ma di sicuro c’è una matrice territoriale che per noi di Taranto è e resta molto forte. Si radica nelle storie che scriviamo e nel come le scriviamo. In romanzi come Cuore di cuoio e Vicolo dell’acciaio ad esempio ho aperto lo scrigno e ne è venuto fuori quel vento dello Ionio che mi porto dietro anche a mille chilometri di distanza.

    ciao

  • mario. pennuzzzi Giugno 19th, 2014 at 18:59

    C^è un opera di Marquez che mi ha illuminato su molte cose ed è “vivere per raccontarla”,io qui ho capito che la fantasia non è altro che il vedere la realtà concreta attraverso un filtro che ci faccia cogliere quel singolo aspetto, quel particolare che gli altri occhi non colgono o semplicemente danno per scontato mettendolo sullo sfondo.Ma ciò da cui partiamo è sempre la realtà che ci circonda ,siamo sempre espressione della nostra terra. diceva il filosofo n”non siamo figli della terra, ma di questa terra particolare dove siamo nati, un egiziano non è un egiziano fuori dall’Egitto…”Ma quando una cosa sa essere bella lo è anche per chu egiziano non è.

  • lucia schiavone Giugno 19th, 2014 at 21:46

    Incuriosisce il punto di vista dello squattrinato, emarginato intellettuale, consapevole della sua marginalità che emerge dal brano…E poi il caldo umido che ci dici dalla recensione bagna le pagine é il nostro humus. Mi passi qualche altro brano, cara e BRAVA Lucia?

  • Valerio Giugno 20th, 2014 at 13:53

    Grazie Lucia,
    mi hai fatto ricordare tante e, quindi, poi mi hai fatto… pensare.

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