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Gli eroi, i cavalier e… i calciatori

10356147_10152123874808848_4415668523846911606_nIl gioco della palla (pelota) era uno sport praticato già nel 1400 a.C. dalle popolazioni precolombiane che abitavano i territori della “mesoamerica”.

Nelle arene contemporanee, si pratica un gioco diverso con eroi in calzoncini in lotta con le divinità per la sopravvivenza dei sogni degli esseri umani.

Presso le antiche civiltà precolombiane, il gioco della palla era impastato col sangue dei giocatori (la palla di 3-4 kg doveva essere battuta con le anche) ed era carico di significati religiosi e rituali.

La leggenda racconta di  due gemelli che giocando a palla disturbarono gli dei del sottosuolo fino a batterli in una partita regolare nel campo sportivo dove il padre dei due eroi era sepolto.

Civiltà lontane dal nostro mediterraneo, ma qualcosa del mito legato al gioco con la palla ,dove si sfidavano eroi e dei in partite che erano anche duelli a “singolar tenzone” per decretare la fine di combattimenti e guerre, con vittorie volute dagli dei…

Divinità capricciose, pronte a decapitare gli uomini per il solo fastidio di sentire rimbalzare la palla a terra. Divinità “umane, troppo umane” direbbe il filosofo delle Inattuali, parlando di divinità antropomorfe come quelle della civiltà occidentale.

Potrebbe essere l’inizio di una storia che porta i giocatori in un’arena dove i tifosi li sommergono con le proprie grida, proiettando i propri sogni su giocatori ignari di combattere una partita per salvare i sogni collettivi.

Il primo poeta  e scrittore italiano a introdurre il gioco della palla moderno (italianissimo calcio) fra le pagine dell’alta letteratura, fu Umberto Saba.

Il triestino si occupò dello sport nazionale in 5 poesie di cui la più famosa è Goal, il momento in cui si segna e si vince: “Pochi momenti come questo belli,/ a quanti l’odio consuma e l’amore,/ è dato sotto il cielo di vedere.”

Versi che sembrano sancire il patto fra terra e cielo, la tregua fra Male e Bene in lotta eterna, la vittoria degli eroi metà umani e metà divini.

Da pochi giorni è in libreria “Gloria agli eroi del mondo di sogno” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, gli eroi “dell’arte pedatoria” sono figure appartenenti al mondo dove tutto è possibile, dove i bambini fanno le loro prime esperienze e si preparano alle partite della vita.

Le inquadrature  di questo “reportage” al limite fra il romanzo autobiografico e il saggio letterario impregnato di citazioni e richiami ad altri autori, sono immagini evolute e tecnologiche dell’istinto primario che lega il gioco al bisogno di sperimentare il terreno circostante e i compagni che ci corrono sopra.

“Il calcio era l’unico orizzonte per cui vivevamo, letteralmente vivevamo, io e la totalità tutta dei bambini maschi in città, e i rari, rarissimi fratelli umani che non ne possedevano i geni demoniaci semplicemente non erano più fratelli. Erano sconfitti, fluido molliccio. Se non giocavi e non ne sapevi parlare, retrocedevi al rango di bandito, eri morto. Se non giocavi ma ne sapevi parlare, dimostravi d’interessarti, se mostravi di contemplare il valore del tifo, eri un mollicone ma vivo.”

Difficile scindere il bisogno di sognare dal desiderio di essere pienamente sé stessi, così come è difficile scindere il bambino che siamo stati dall’essere umano che siamo diventati. Nel testo Liviano D’Arcangelo muove anche un’autocritica per aver attribuito, da bambino, realtà ad un mondo di sogni, popolato da figure mitiche ed eroiche non del tutto materiali. Credo che sia una tappa evolutiva dell’individuo,Gli eroi, i cavalieri e, infine, i calciatori.

“Un immenso Colosseo s’appresta a riempirsi e a ogni passo appare sempre più grande, e tutto ciò che accadrà lì dentro entro la fine di questo giorno sarà un brandello di storia, nient’altro che storia moderna.”

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