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Balliamo sul mondo!?!

319880_427827180570445_2058448904_nI giovani di oggi vorrebbero essere i lavoratori di domani ma, probabilmente, non hanno coscienza di cosa significhi esattamente.

Certamente hanno visto i genitori e, magari, qualche fratello o cugino più grande ma anche quelli sono a rischio estinzione.

Il lavoro non era solo un impegno faticoso per garantire in casa almeno un telefonino di ultima generazione; era anche la sicurezza di poter programmare una spesa (il mutuo con cui comprare casa), una vacanza senza obbligo di permanenza (vedi gli operai cui hanno spostato la fabbrica in Polonia a Ferragosto) fino alla spregiudicatezza di mettere un figlio al mondo (convinti che un posto a tavola si può sempre aggiungere). Il diritto all’avvenire era garantito, come l’esito naturale del divenire adulti. Me lo raccontano sempre gli amici dei miei genitori, lavorare era parte integrante della vita, un carattere distintivo persino perché la gente la si capiva meglio conoscendo che lavoro facesse.

Noi precari non possiamo sognare una vita del genere perché non sappiamo se avremo uno stipendio di qui alla prossima luna, non sappiamo se avremo delle vacanze, non sappiamo se avremo la salute e non sappiamo nemmeno cosa dovremmo sapere.

Siamo una categoria eterogenia che non conosce la differenza fra lavoro, volontariato e sfruttamento perché i tre significati si condensano in un sostantivo precariato, ovvero lavoro presunto o presunzione di lavoro fino a diagnosi diversa.

Da poco sono usciti due libri dal titolo accattivante: La ballata dei precari e L’amore ai tempi dello stage.

Mi piacerebbe pensare che il precariato sia un argomento alla moda di cui parlare sulla spiaggia per darsi un contegno da persona informata dei fatti… Temo invece che sia una tragedia che ci sta consumando e di cui questi libri sono un’esilarante testimonianza.

Trasformano ironicamente un dramma come quello dell’incertezza di essere umani (il precariato finisce col farti dubitare anche del tuo essere più efficacemente di Cartesio), in una farsa i cui protagonisti non si prendono sul serio per non scoprirsi ombre di una realtà di scarto.

Una realtà che non può essere vissuta diversamente ma che dovrebbe essere diversa.

I miei amici, precari e disperati (molto più delle casalinghe televisive), mi dicono sempre “Ci trattano come schiavi, ma che vuoi fare o ti adegui o ti ammazzi, non abbiamo altre alternative”.

Queste cose non le voglio sentire ma, puntualmente, non so cosa rispondere.

Mi viene in mente un graffito di Keit Haring dove ci sono uomini diversi che ballano diversamente su un prato verde di speranze, ma il pittore è morto negli anni ‘80, credo che, oggi, avrebbe dipinto il mondo che balla su noi calpestandoci e allora mi chiedo ma il mondo può ballare di sua natura o siamo noi che gli abbiamo insegnato a farlo?

Prima del terremoto, prima della tempesta, prima dell’ultimo attacco che decide chi vince la guerra, prima di tutto c’è un attimo di silenzio e quiete assoluta, quello che spaventava i Re prima della rivoluzione. Ecco, penso che non abbiamo bisogno di muoverci freneticamente alla ricerca di un posto nel mondo , noi avremmo bisogno di quella calma per prendere coscienza di chi siamo e che mondo vogliamo.

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