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“Fumo sulla città”. Intervista ad Alessandro Leogrande

 

Taranto e’ una citta’ complessa, per capirla e “farsi un’idea” di come muovere i propri pensieri fra i luoghi troppo spesso calpestati e poi dimenticati, per tornare a parlare di risoluzioni e futuro bisogna prima affrontare i problemi presenti e per questo ci rivolgiamo al giornalista, vicedirettore dello Straniero e scrittore apprezzato in tutta la nazione, Alessandro Leogrande.

I suoi libri sono inchieste approfondite su fatti di cui è “scomodo” parlare. Il prossimo “Fumo sulla città” nasce dalla necessita’ di raccontare cosa?

E’ un libro che si e’ sedimentato nel tempo. Raccoglie alcuni miei vecchi reportage e scritti su Taranto usciti nell’ultimo decennio, a cui ho aggiunto un lungo “diario” in cui si mescolano racconto, riflessione e analisi scritto nell’ultimo anno, da quando insomma – almeno da un punto di vista mediatico nazionale – e’ esploso il bubbone dell’Ilva. Ovviamente, quelli trattati, sono tutti temi che i tarantini conoscono bene da anni. Tuttavia credo che il nodo salute-lavoro, che rimanda a una analisi critica della nostra storia recente, oltre che a quale idea di sviluppo elaborare, riguardi l’Italia e l’Europa nel loro insieme, non solo Taranto.

La “questione Ilva” non e’ conosciuta? Cosa significa per lei “questione Ilva?

Credo che la “questione Ilva” sia più conosciuta che in passato, ma non ancora sufficientemente conosciuta. Perche’? Perche’ spesso vengono sottaciuti tutti i precedenti passaggi (storici, politici, economici, sociali) che l’hanno generata. Per me raccontare l’Ilva vuol dire raccontare Taranto nel suo insieme. Solo raccontando Taranto nel suo insieme si puo’ cogliere qualcosa anche dell’Ilva: di chi lavora al suo interno, e di chi vive al suo esterno.

Almeno nell’ultimo anno sono usciti diversi libri sulla storia del Siderurgico tarantino ed i suoi rapporti con la citta’. Quasi una “moda libraria” perche’ scrivere un altro libro del genere?

L’accusa di moda libraria, se di accusa si può parlare, andrebbe francamente rivolta ad altri, a chi magari scopre solo ora che Taranto sia un luogo sufficientemente “esotico” per farci un libro, non a me. Come le dicevo, in “Fumo sulla città” vengono raccolti anche miei precedenti scritti, e anche buona parte della mia opera prima su Taranto, “Il mare nascosto”, che è del 2000. Un libro sulla devastazione politica, prima ancora che economica, degli anni novanta. Non mi pare che allora ci fossero molti libri su Taranto…

Il primo maggio a Taranto si terrà un “concertone” simile a quello di Roma ma più “acceso” nei toni di rabbia. Rabbia che al referendum sembra essere “fumata” via. Secondo lei quale sarebbe l’atteggiamento giusto da assumere e di cosa avrebbe bisogno questa città?

Questa città ha bisogno di ricucire le ferite, non di dilatarle. Occorre intuire chi sono i veri responsabili del degrado, non alimentare una guerra tra “poveri”, tra parti contrapposte, né tanto meno alimentare il vento populista (oggi fortissimo in tutta Italia) che vorrebbe la dissoluzione di ogni rappresentanza e di ogni corpo intermedio. Per fare poi cosa? Per costruire quale futuro? Questa è la domanda fondamentale.

Crede che il pericolo di somigliare a Bagnoli possa diventare certezza se si arrivasse alla chiusura dello stabilimento Ilva?

Io credo che le storie di Taranto e Bagnoli siano per molti versi speculari. Ho sempre pensato che la chiusura dell’Ilva non fosse la soluzione migliore, non solo per le ricadute occupazionali in un’area del Sud già dilaniata dalla non-occupazione, ma soprattutto perché chiudere vuol dire liberare la dirigenza Ilva dai suoi impegni e scavarsi una fossa, rendendo praticamente certo uno scenario Bagnoli per Taranto: cioè, senza lavoro e senza bonifica. Prima di riflettere sulle responsabilità dello Stato (che per me è sinonimo di collettività, non di un nemico lontano) bisogna riflettere sulle responsabilità di questo gruppo dirigente aziendale. Io voglio vedere una fabbrica radicalmente trasformata, una bonifica che individui le responsabilità “private” prima che “pubbliche” (facendo applicare celermente all’Ilva ogni punto contenuto nell’Aia e individuando nuovi interventi qualora siano necessari) e un processo penale che giunga a conclusione in tempi celeri. Le tre cose non sono in contraddizione tra loro. È chi dice che la fabbrica non può essere trasformata, e che quindi bisogna dedicarsi ad altro, a fare il gioco di Riva, perche’ alimenta il dogma pre-moderno secondo cui non si può produrre acciaio in altri modi che quelli che conosciamo. Se l’Ilva ora si dimostrera’ incapace di risanare, bisognerà ricorrere a quella parte della legge 231 che prevede soluzioni straordinarie, finanche l’esproprio. E’ su questo che la citta’ dovrebbe iniziare a discutere.

A luglio anche i sindacati sono stati contestati, in seguito la Cgil si e’ dichiarata contraria al referendum, sia i lavoratori che i cittadini non si sentono rappresentati e perfino il movimento 5 stelle (contestatori per antonomasia) sembra non essere interessato alla contestazione locale. Secondo lei, c’è un problema di comunicazione?

Sicuramente oggi stiamo attraversando una crisi profonda della rappresentanza politica e sindacale, non solo a Taranto. Certo, in questo vi sono delle responsabilità dei medesimi partiti e dei medesimi sindacati, ma – ripeto – non credo che la soluzione contro lo sfascio sia quella di veder ulteriormente deflagrare il sistema, brindando alla sua dissoluzione. La rappresentanza va ricostruita, non abbattuta tout court.

Detto questo, quali sono gli interessi di Taranto? Lei crede che ci sia una voce unica? Che l’unica voce sia quella che vuole la chiusura della fabbrica? Non mi pare si possa leggere in questi termini la rovinosa debacle referendaria. Né si può accusare stupidamente di indifferenza 4 cittadini su 5 che non sono andati alle urne, rifiutando di fatto un referendum che poneva un aut aut (“questa” produzione o la chiusura) ma non includeva nei quesiti la possibilità di una radicale trasformazione della fabbrica.

Taranto e’ una citta’ alla ricerca di un punto di equilibrio liberatorio tra salute, lavoro, partecipazione, autonomia nel senso più ampio possibile. In questo, e’ davvero lo specchio del paese intero. Non c’è una risposta automatica, va delineata nel tempo. Non bisogna lamentarsi perche’ Roma non e’ celere nel trovare una risposta, la risposta va elaborata a Taranto. Quanto al Movimento 5 stelle credo che in generale si sia fatto interprete del malessere profondo di una parte degli italiani, ma che, alimentando l’antipolitica piu’ cruda, non abbia niente da offrire. Ne’ a Taranto, ne’ altrove.

Il libro uscira’ a Maggio per Fandango libri verra’ a presentarlo a Taranto?

Il libro verra’ presentato in tutta Italia e in molte città pugliesi. E certamente, sì, anche a Taranto.

Di Lucia Pulpo

Pubblicata su Cosmopolismedia il 28/4/2013

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