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Intervista a Marco Tarantino e la scuola di…

Ci sono persone con cui conversare è piacevole ed illuminante. Un esempio: la converssazione con Marco Tarantino.

Inizia la scuola, tu sei un profesore oltre che scrittore ed ex studente, cosa ne pensi del futuro della scuola, dove sta andando?

La domanda richiederebbe una risposta molto articolata, ma io sono un seguace del ‘Pensare breve’ di Manlio Sgalambro e dunque tenterò di mettere a dieta i motivi. La scuola andrebbe e arriverebbe da qualche parte, in più di qualche luogo dello spazio e dello spirito, se si ricordasse degli uomini, non santificasse cavi e display e tornasse a imparare i nomi dei suoi ragazzi. Sto ancora aspettando di imbattermi, sia pure per sbaglio, in un ministro o in un dirigente che, anziché arrotolarsi su sigle, acronimi, progetti specialissimi, magniloquenti e finte riforme, burocrazie elefantiache e prospetti artificiosi, la faccia finita con cartacce e proclami e dica a noi peones con semplicità: vi ringrazio per quello che fate o tentate di fare, vi prego di tenere duro nonostante il nulla che vi diamo e il tanto che spendete anche soltanto per venire a lavorare, mi auguro che non cediate mai allo sconforto perché se no affoghiamo tutti. Ma non accadrà mai. Non può accadere. La scuola è, da tre o quattro lustri, due scuole. La prima, l’antica, quella che respira, s’incazza, si sbatte, sorride e riparte ogni accidenti di alba in aula, resta (o resterebbe) la base fondante; ma non interessa quasi più a nessuno, tranne che a pochi ruderi tra i quali il sottoscritto. La seconda, quella della cosiddetta ‘progettualità’, ha definitivamente preso il sopravvento e si riempie la bocca con corsi e ricorsi, solo che Vico non c’entra. Non è difficile capire perché. Conviene a quasi tutti, svariati colleghi compresi, e per carità, ratei, mutui e tempi critici, eccetera, non giudico nessuno. Poi l’aula mattutina è una bestia, i pomeriggi un’altra possibilità. Da cogliere, visto che viene proposta, suggerita, caldeggiata Anzi, istituzionalizzata.

Cosa significa imparare e cosa vorresti insegnare?

Imparare significa ‘anche’ acquisire nozioni, per carità, necessarie specie se caratterizzanti: vuoi fare il geometra, allora apprendi per bene ciò che ti spiegano i docenti di costruzioni, topografia, estimo e disegno tecnico. Ma non soprattutto, in generale. Imparare, per come la vedo io, significa disporsi a imparare. Questo vorrei saper insegnare, non certo in quanti anni Dante ha scritto il Convivio. La disponibilità, l’opportunità, la curiosità, la consapevolezza che il docente c’entra, ma solo sino ad un certo punto: non gli faccio un favore se recito la pappardella solo perché lo stimo e principalmente non lo faccio a me stesso solo perché ho strappato un sei che mi evita il giudizio sospeso, magari grazie a una generica ‘buona volontà’. Quanto a me, da docente, vorrei saper imparare da ogni singola ora in aula. Soprattutto ciò che serve per capire di più e molto meglio i miei ragazzi.

Cosa significa il titolo del tuo libro “Vaghe novelle d’altri maestri”?

Vaghe novelle parte dall’ennesima parodia: nouvelle vague. E sì, i miei maestri sono altri: caricaturali, eccessivi, periferici, dimenticati. A questo punto, riconoscibili. Come il Maestro, gli altri: don Ciccio, il Dottor Salasso, Epistassi e via sconsacrando. I racconti e i personaggi compresi completano il concetto. Credo. Spero. E se no, amen.

A quando il prossimo libro e di cosa si occuperà?

Da alcuni mesi ho finito il quarto lavoro, incentrato su un personaggio assolutamente nuovo, per quanto partorito da una parodia (anche stavolta: ma non so perché, dev’essere l’indole). L’ho inviato a vari editori. C’è qualche speranza accesa, ma inutile aggiungere altro, non ho padrini e sono troppo smagato dopo tutti questi anni di cicatrici. Quando scrivo non faccio prigionieri e sfondo recinti, mi esprimo. Ogni uomo ha la propria espressione: se è sincera, reale, appunto non bisogna rivelargliela, la riconosce da sé. Non bisogna insegnare a un futuro decatleta cos’è lo sport, o come va amato: e non conta che prima o poi si qualifichi per l’Olimpiade. Scrivere per me significa tante cose, esattamente quante ne conta una convivenza d’amore: passione, trasporto, amicizia, sopportazione, quiete, rabbia, litigio, pace, serenità, prospettiva, consapevolezza. Del mio prossimo personaggio posso dire che è un tipo strano, improvviso e alternativo a qualsiasi schema. Lo sfondo è una scuola, ma solo per occasione. Lo stile è una novità, ma solo perché mi diverto così.

PUBBLICATO SU COSMOPOLIS IL23/9/2012

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