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“Il campo della fame”, alle porte di Taranto

Alle porte di Taranto, vicino all’attuale ipermercato in zona Paolo VI, sono ancora visibili le traccie del campo di concentramento tenuto dagli inglesi fino al 1946.

Il campo della fame” come veniva indicato dai giornali locali dell’epoca perché i 10.000 detenuti, quasi tutti militari italiani, soffrivano la fame ed erano tenuti in condizioni igieniche precarie, quasi inesistenti.

I pollai (come gli inglesi chiamavano i recinti con le tende dei detenuti) erano affollati di militari provenienti dalla X Flottiglia Mas, di “recalcitranti” ma anche di militari italiani provenienti da campi di prigionia esteri dall’isola di Creta, dall’Africa o dalla Grecia.

La storia che ha catturato il mio interesse è proprio quella di uno di questi reduci italiani.

Mario Leotta, nato nel Luglio 1922, matricola 85008, un marò che dopo esser stato “preso prigioniero dai tedeschi nell’Isola di Stampalia, il 22 Ottobre 1943 e condotto nel Campo di prigionieri di Gudy’ (Grecia) dove fui liberato dagli alleati il 9 Novembre 1944, dal quale con mezzi loro rimpatriato il 11 Novembre dello stesso anno e consegnato al Maridepo Taranto il 17/11/44, dove fui discriminato ed interrogato in data comprovante dai documenti all’atto.” (Come scritto nel documento riportato qui sopra e datato 3 Giugno 1945).

Il siciliano era uno di quei mariti che da anni non riusciva a far arrivare a casa notizie e questo aumentava la sua solitudine e la sua disperazione in un luogo dove era davvero difficile augurarsi di sopravvivere.

Invece a casa arrivò una lettera: “Non so se sia suo figlio o suo marito, ma è vivo e si trova nel campo di concentramento Masseria Nasisi, Taranto”.

Infatti, erano i Civili a dar qualcosa da mangiare e qualche indumento pulito agli “ospiti” del campo, cittadini di Taranto e anche qualche familiare giunto dal nord Italia dopo la segnalazione fatta dalla Curia che si era attivata per soccorrere i prigionieri di guerra.

Grazie a questo “movimento” vicino alla recinzione, Mario riuscì a dare l’indirizzo di casa sua ad una donna che passava del pane duro attraverso le grate di ferro, chiedendo di avvisare i propri familiari, per sentirli più vicini in un posto di cui non racconterà mai l’infamia.

La storia è stata resa nota dal nipote alle prese con la ricerca della “masseria Nasisi”. Tale masseria esiste ma risulta estranea ai “fatti”. Probabilmente il campo “S” (di Sant’Andrea) fu indicato dalla donna col nome dei binari che vi passavano a pochi metri di distanza, i binari”Nasisi” appunto che erano di esclusivo uso militare e collegavano l’Arsenale a Buffoluto. Binari usati per il trasporto merci e munizioni.

Tuttavia verso Grottaglie vi erano altri campi di concentramento inglesi, quello alle porte della nostra città era però il più grande e finì quando gli inglesi stanchi cercarono di lasciarlo alla “custodia” italiana che non si realizzò anche perché, nel frattempo, i detenuti esasperati si buttarono contro le inferriate ed uscirono.

L’incubo finì il 13 Aprile 1946, rimane la prova di solidarietà data dalla popolazione tarantina che, per quanto duramente provata dalla povertà e dalla fame non lesinò aiuto e conforto ai prigionieri di una guerra che ha invertito e rimaneggiato i nemici e gli alleati, compromettendo il significato di buono e di giusto con una violenza che è risultata la vera vincitrice sull’umanità intera.

PUBBLICATO SU COSMOPOLIS IL 9/9/2012

Comments

  • Giuseppe Pisanelli Febbraio 8th, 2015 at 20:20

    Oggi 08.02.2015, uitamente a mia moglie sono andato a vedere il “Campo di concentramento” che mio suocero Parisi Giuseppe classe 1911 M.llo della Marina Militare “X Mas”10° me ne ha sempre parlato.Finalmente e con un pò di fatica ho visto questo luogo che oggi si presenta soltanto con “tre muraglioni in blocchi di pietra”. Si notano anche varie basi di cemento (mezze nascoste dall’erba),dove sicuramente vi erano posti gli alloggi. E’ da visitare solo per “ricordare” i sacrifici dei nostri Militari. Un saluto.

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