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Intervista al prof. Vittorio De Marco, sul campo di concentramento di Taranto

L’8 Settembre 1943 è una data importante nella storia d’Italia.

Diversi sono i significati dell’Armistizio per una nazione duramente provata dalla guerra, guerra a cui ha voluto partecipare senza capire bene a cosa stava andando incontro.

I soldati italiani che hanno combattuto nel nome della “Patria” di colpo non sono più militi, cambiano gli amici e i nemici e non sanno più di chi fidarsi. Molti tentano di tornare a casa, soprattutto quelli impegnati su suolo “straniero”, ma senza documenti non sono riconoscibili ed alcuni scappano sui monti mentre altri vengono presi e portati nei campi di prigionia.

Questo è accaduto anche qui, a Taranto, pochi ormai ne parlano ma “le traccie” sono ancora visibili alle porte di Taranto.

Il prof. Vittorio De Marco ha scritto un saggio molto interessante Filo spinato alle porte di Taranto. A proposito di un campo di concentramento, per questo mi rivolgo a lui per saperne di più:

Tra Taranto e Grottaglie c’erano diversi campi di prigionia, mi saprebbe dire, approssimativamente, quanti?

Nelle vicinanze della città esistevano il grande Campo di S. Andrea, un campo reduci si trovava presso la masseria di Santa Teresa; nei pressi di Grottaglie era sistemato un campo di tedeschi; altri campi a Rondinella e a S. Giorgio; il così detto Campo «T» che raccoglieva reduci dall’Oriente e dalla Gran Bretagna; il Campo «R», ormai vuoto nei primi mesi del 1946.

Tutti istituiti dagli inglesi? E chi erano i detenuti, tutti ex militari italiani?

In genere tutti istituiti e controllati dalle autorità militari inglesi. Si trattava di ex prigionieri italiani che già dal 1945 cominciarono ad arrivare dai vari campi di prigionia inglesi sparsi nelle sue colonie o da campi dell’Algeria e Tunisia.

Il campo “S” era il maggiore ma a che data risale e quanto era capiente e quando fu dismesso e perché?

Il Campo “S” o di S. Andrea era già operativo dai primi mesi del 1945, ma subì un incremento numerico nei primi mesi dell’anno successivo. Qui tra il febbraio e il maggio 1946 furono internati circa diecimila prigionieri italiani divisi in 10 grandi recinti o “pens”, come li chiamavano gli inglesi. Cominciarono ad affluire verso i primi giorni di febbraio da varie località. Parte erano prigionieri presi prima del’8 settembre 1943; qualche migliaio era stato catturato dopo l’armistizio nelle isole dell’Egeo. Tra gli internati si trovavano anche ex appartenenti alle forze armate nazifasciste e una speciale categoria denominata “recalcitranti”. Questa comprendeva coloro che erano appartenuti a formazioni di SS e di polizia (per lo più alto-atesini bilingui), componenti delle Brigate Nere, della Legione “Muti”, della X Flottiglia MAS, del reggimento paracadutisti “Folgore”. Altri giovanissimi avevano fatto parte delle formazioni del maresciallo Graziani. Altri prigionieri provenivano dall’isola di Creta. Gli accordi tra inglesi e autorità militari italiane prevedevano un passaggio di competenza dagli uni agli altri, ma sostanzialmente il Campo, alla fine di maggio del 1946 implose senza che questo passaggio formale potesse avere i suoi effetti. Gli accordi prevedevano l’istituzione di una commissione che avrebbe dovuto individuare i prigionieri “normali” da quelli accusati di far parte di corpi speciali macchiatisi di stragi ed altro.

Le condizioni del campo erano precarie, si trattava di una prigionia “dura” ma questo avveniva in tutte le detenzioni di questo tipo. Qual’era la particolarità del campo di “S. Andrea”?

Il problema non era solo la prigionia dura, ma il fatto che ancora nei primi mesi del 1946, quando ormai la vita democratica si era nuovamente instaurata nel Paese, quando la guerra era finita già da un anno, vi erano ancora soldati italiani, prigionieri sullo stesso suolo patrio che non potevano ancora riabbracciare le proprie famiglie per meri problemi burocratici e di scarsa collaborazione tra inglesi e autorità militari e politiche italiane.

Anche la città versava in condizioni difficili, c’era la fame ma come si comportarono i tarantini nei confronti dei militari reclusi?

I tarantini, attraverso le varie organizzazioni umanitarie locali (Ente Comunale di Assistenza, Croce Rossa, Arcivescovado, enti privati) risposero con generosità all’appello di questi prigionieri malnutriti, maltrattati, in condizioni igieniche molto difficili, man mano che notizie sempre più precise sulle loro reali condizioni uscivano da quel campo. In cosa consistevano “gli aiuti umanitari” forniti dalla cittadinanza?

Si trattava in genere di pacchi contenenti pane, marmellata, sigarette, fichi secchi, arance, scarpe, vestiario, formaggio, zucchero ed altro.

Ho letto che anche la Chiesa ebbe parte attiva nel movimento di solidarietà che circondò il campo… in particolare cosa fece per i detenuti?

L’arcivescovo del tempo, mons. Ferdinando Bernardi, riuscì ad entrare finalmente nel Campo, dopo ripetute richieste al Comando alleato di Caserta, il 10 marzo 1946, accompagnato da tre sacerdoti tra cui il suo vicario generale mons. Guglielmo Motolese. Non poté naturalmente vedere o incontrare tutte le migliaia di prigionieri. Fu invece accompagnato ad uno steccato sistemato apposta per l’occasione, dove incontrò folte rappresentanze di tutte le sezioni. Qui celebrò la messa e dopo restò a colloquio con il comandante del Campo allo scopo di concretizzare un piano di soccorso per i prigionieri. Da quel giorno tutta la diocesi fu mobilitata per gli aiuti ed arrivavano quotidianamente carri con pacchi destinati a tutti i prigionieri. Anche le famiglie dal centro e nord Italia mandavano i propri pacchi o denaro direttamente all’Arcivescovado per far giungere un aiuto concreto ad un proprio parente e tutto fu fatto con molto scrupolo ed attenzione attraverso la sezione tarantina della Pontificia Commissione di Assistenza.

on ci sono i registri con i nomi degli ospiti ma cosa è sopravvissuto oltre ai ricordi di cui molti nemmeno hanno voluto parlare?

Nelle carte di questo Campo “S” conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma ci sono alcuni elenchi di prigionieri, soprattutto quelli ritenuti “pericolosi”; anche tra le carte private dell’arcivescovo Bernardi ci sono diverse lettere di prigionieri che richiedevano o ringraziavano. E’ da ricordare che nell’aprile 1997 si sono ritrovati a Taranto alcuni superstiti del Campo per rievocare quei mesi e l’aiuto generoso ricevuto dalla città e dalla Chiesa tarantina.

Il campo “S” fu gestito interamente dagli alleati o ci fu un coordinamento con qualche “gruppo” del posto.

Il Campo fu gestito interamente dagli inglesi anche se, come ho già detto, si prevedeva un passaggio di competenza alle autorità militari italiane che alla fine gestirono lo svuotamento e la chiusura del Campo verso la fine del maggio 1946 a pochi giorni dal referendum istituzionale e dall’elezione dei membri dell’Assemblea costituente.

Saprebbe dirmi quanti erano i soldati impiegati come “sentinelle” nel campo?

In nessun rapporto ufficiale si parla del numero dei soldati inglesi impiegati come sentinelle.

Come avveniva la “comunicazione” fra detenuti e cittadini esterni?

All’inizio non era facile comunicare con i prigionieri perché le sentinelle inglesi si mostravano poco malleabili e disponibili a comunicazioni attraverso il filo spinato tra internati ed esterni. Poi cominciarono ad arrivare i parenti da ogni parte d’Italia che pretendevano giustamente o speravano almeno di intravvedere un volto conosciuto, ovvero lanciavano pacchi al di là del filo nella speranza che potesse poi arrivare alla persona giusta. Non furono mesi facili per nessuno, ma alla fine prevalse il buon senso e quell’incubo alle porte della città svanì. La città si liberava finalmente di un peso non tanto materiale, ché in questo si era mostrata generosa, quanto morale.

Lucia Pulpo

Pubblicato sul “Corriere del Giorno”, il 7/9/2012, pagina 19

Il video sottostante è di Conte Scafazzo su youtube

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