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Intervista a Cosimo Argentina

Con l’intervista allo scrittore Cosimo Argentina chiudiamo la “nostra” Settimana della cultura.

Cos’è la cultura a Taranto? Come pensa si evolverà? E cosa pensa delle nuove generazioni?

Delle nuove generazioni penso solo bene: ci sono rimaste solo loro come speranza. Quanto alla cultura essa è in declino a Milano, Parigi… negli Stati Uniti non hanno assegnato il premio Pulitzer, la mediocrità avanza e si sta mangiando il pianeta e Taranto non fa eccezione. Le librerie chiudono. I circoli letterari scompaiono e tutto ruota intorno ai quattrini. Nessuno crede più nel valore umano e di conseguenza l’uomo viene ficcato nel water per esaltare il buon vecchio consumatore che c’è in noi. Aggiungo che gli uomini di cultura e gli scrittori nello specifico non brillano per coerenza e coraggio… proprio oggi leggevo le pagine di un poeta e narratore russo, Osip Mandel’štam, che all’inizio del ‘900 scriveva “gli scrittori sono una razza maleodorante che si prepara il cibo nei modi più schifosi. Una razza nomade che dorme nel proprio vomito, reietta dalle città, perseguitata nelle campagne, ma che riesce ovunque a stare vicina al potere, il quale le riserva un posto nei quartieri delle prostitute”. Senza offesa per le prostitute, aggiungo io.

Lei è partito da Taranto 20 anni fa (circa), però nelle sue pagine riesce a
parlare “perfettamente” della città che stiamo vivendo ora. Dunque lei torna
spesso oppure la città in 20 anni non è cambiata?

Tutte e due le cose. Torno ogni volta che posso e devo dire che più che la città, quelli che non sono cambiati sono i tarantini. Le strade, la vita, gli edifici, la fine dei piccoli mercati e la nascita dei centri commerciali ha omologato Taranto a tante altre città, ma il tarantino resta quello che ho conosciuto io e per questo ritrovo quella identità da tribù che ho abbandonato.

Nelle sue storie c’è l’aria che si respira per la strada. Nella gente di qui c’è più rabbia per le condizioni di vita o c’è più incoscienza e follia per accettarle e contribuire al loro perpetuarsi?

Se ci fosse la rabbia, la rabbia vera, forse le cose cambierebbero. Ci sono stati anni di rabbia ma adesso siamo tutti un po’ disinnescati dal benessere che ci fa stringere al petto quelle quattro proprietà che vantiamo e il resto può andare al diavolo. Non ci interessa più il bene comune o la cosa pubblica. Ci interessa mantenere la casa, la villa al mare, la macchina per i figli, i regalini per l’amante e organizzare la prossima vacanza in un villaggio turistico all inclusive. Se non viene intaccato il nostro gruzzolo va bene così.

Nei suoi libri sembra incombere una predestinazione o un destino inesorabile… Lei crede al destino o ci credono le persone che ispirano i suoi personaggi?

Destino, malasorte, predestinazione, disegno divino… ci sono persone a cui nulla è precluso, nel bene e nel male e ci sono persone a cui succede poco, nella vita, e si tengono a distanza di sicurezza dagli scivoloni. Diciamo mezzo e mezzo… diciamo che per alcuni la via è più in salita di altri ma a volte ci mettiamo del nostro per mandare le cose a rotoli. Ma di fondo resto un uomo del Sud e sono vincolato a una visione classica, oserei dire greca, che vede nel cammino dell’uomo un viaggio a ostacoli attraverso la sofferenza.

Scrive spesso di calcio, stadio e partitelle… sembra avere una passione per questo sport e per i suoi talenti ma dopo le partite vendute, le scommesse  e le reti truccate da arbitri e droghe, ammira ancora incondizionatamente il mondo calcistico?

Sì. Il calcio è, come ha detto Carmelo Bene, l’ultimo fenomeno popolare. E poi nel calcio il talento paga e il brocco non ha scampo. Negli altri ambiti no. Possiamo avere scrittori mediocri o scarsi che pubblicano tutta la vita con case editrici prestigiose; possiamo avere cantanti ignobili che vendono dischi; possiamo avere politici come il Trota; architetti divenuti stelle di Brera solo perché figli di architetti famosi; possiamo avere figli d’arte che nel cinema si fanno un nome… ma nel calcio no. Il fratello di Maradona venne cacciato dall’Ascoli. Il figlio di Gheddafi sbattuto fuori dal Perugia. Se uno sbaglia uno stop a San Siro i fischi lo inducono a cambiare mestiere. Resta un palcoscenico che non fa sconti a nessuno anche se ce la stanno mettendo tutta per sporcarlo.

Infine, sta lavorando ad un nuovo progetto?

Ho sempre un sacco di progetti che porto avanti in modo prima caotico e poi sistematico. Un romanzo pronto, in uscita sul finire del 2012 / inizio 2013, un romanzo fiume a cui lavoro con calma, un paio di cose teatrali visto che dopo il monologo violento che ho letto in teatri milanesi c’ho preso gusto e poi un paio di idee che faccio germinare nella scatola cranica.
Pubblicato su Cosmopolis del 22 Aprile 2012

Comments

  • nicola Maggio 4th, 2012 at 10:20

    Bella intervista Lucia. Complimenti. sono fiero di avere l’onore di conoscerti !

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