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La stretta di Taranto ad Anfitrite

La caratteristica preminente di Taranto è l’abbraccio col mare che la bagna e la culla. Due amanti che protendono vicendevolmente le braccia e si stringono per unire i loro respiri e vivere l’uno nel corpo dell’altra… “Lo spettacolo di Taranto è uno dei più appassionanti che mi sia mai stato concesso di vedere. Non credevo fosse possibile a un paesaggio di sprigionare ebrezza a tal punto. Questo è l’angolo sognato da giovani amanti estasiati, che si stringono le mani tutto il giorno-, e che chiedono alle cose di respirare, al pari loro, la beatitudine…” Così li vede André Maurel, un francese che, all’inizio del secolo scorso,ha scritto di questo rapporto languido e sensuale fra la nostra città e il “suo” mare. Questo incontro e scambio “di amorevoli sensi” ha una storia più complessa, potremmo dire che la linfa che lo nutre ed alimenta è portata dai fiumi carsici sotterranei provenienti dalla Murgia, gli stessi che hanno scavato le gravine; questi fiumi riemergono nel mare tarantino con sorgenti sottomarine dette “citri” per la somiglianza col ribollire dell’acqua in una pentola (dal greco kutros-pentola). Tali sorgenti di acqua dolce attenuano l’amarezza del mare e contribuiscono a mitigare la temperatura del clima, ma soprattutto garantiscono  una fonte di vita sia nel mare sia fuori considerato che generano alcuni piccoli fiumi della superficie come il Cervero, il Tara e il Galeso.
Anche nel Castello Aragonese, in un cunicolo del torrione restaurato nel 2004, subito sotto il piano di calpestio, c’è una polla di acqua dolce oltre ai resti di un acquedotto di età classica, elementi indispensabili a  garantire autonomia d’acqua potabile alla fortificazione soggetta agli assedi nemici. Come a dire che il sostentamento dell’ars oebalia arriva dal suo entroterra. Un intreccio di storie, terre e acque che dimostra quanto Taranto sia un unico corpo con la sua provincia e il suo mare.
Lucia Pulpo
Pubblicato su Cosmopolis
Gennaio 2012

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