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  Non c’è tempo. Modernità irrequieta

Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo dell’informazione), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare, ci sentiamo incalzati da una schiera di impegni e di eventi che, sempre più numerosi e rapidi nel susseguirsi, finiscono per farci sentire perennemente in ritardo e per farci ivere, immancabilmente, di corsa con il fiato corto. Ne deriva, appunto, quel sentimento soggettivo di costante fretta, che nasce da una situazione oggettiva, che non può altrimenti essere qualificata che come accelerazione in ogni settore della nostra esperienza esistenziale. Il nostro presente si configura allora come l’epoca in cui i “tempi del mondo” non solo non si conciliano con quelli delle nostre esistenze, ma addirittura li stravolgono senza tregua, imponendoci ininterrottamente lo sforzo di adeguare le nostre vite alla temporalità iper-accelerata di un mondo la cui essenza sembra “riposare” paradossalmente nella fretta e nella velocità. […]

Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita.

Diego Fusaro

Comments

  • Antonella Settembre 26th, 2011 at 17:46

    “esseri perennemente di corsa”, li definirei io i milanesi, anche nel fine settimana, quando uno si chiede, “ma che bisogno c’e’ di correre?”La corsa, la fretta sembrano ormai contraddistinguere questo popolo di gran lavoratori, piu’ corri, piu’ produci, piu’ cose fai…piu’ ti stressi!e poi “non si ha il tempo per fare tutto”, per fare a volte anche le cose importanti, come chiamare un’amica o andare a trovare un parente!e allora a che prezzo correre?per essere stressati, da soli e con piu’ soldi?non credo ne valga la pena, e’ quello che vogliono far credere!e allora reclamo piu’ tempo per il silenzio, la riflessione, gli amici e la lentezza!

  • Lucia Settembre 28th, 2011 at 09:09

    … Accellerazione del tempo, fretta,inadeguatezza, insoddisfazione. Un circolo vizioso o, come dice Fusaro, una freccia lanciata in un futuro che è già passato quando la freccia lo “contamina”.
    Anche qui giù sento tutti insoddisfatti del futuro che ci attende e questo comporta un senso di fallimento pericolosamente avvilente e deprimente.

  • Alessia Settembre 28th, 2011 at 09:26

    Siamo vittime e carnefici in questo circolo vizioso privo di uscite d’ emergenza: non possiamo fermarci nemmeno a riflettere, cercare nuove soluzioni che cancellino quel senso di vuoto che ci portiamo dentro. E’ un’ amara sconfitta, la nostra.

  • Lucia Settembre 28th, 2011 at 10:18

    Sì , però, secondo questo libro, siamo noi stessi che creiamo tale vuoto nella rincorsa esasperata dell’ombra del miglioramento che nemmeno sappiamo più immaginare.

  • Leonardo Settembre 28th, 2011 at 10:19

    Non ci resta che “opporci” a questo stato di cose. E, a parziale precisazione del concetto di Fusaro, “la fretta” era un “difetto” anche dei tempi passati per cui le necessità e gli impellenti bisogni di ogni giorno costringevano alla “fretta”, non solo come concetto di fisica (velocità), ma anche come stato d’animo (ansia, inquietudine et.); ci viene di aiuto la saggezza dei nostri nonni ed un vecchio proverbio che recitava: “quànne vé de présse azzìjtete e reflìjette” (quando vieni preso dalla fretta siediti e rifletti prima di operare). Forse è un po’ utopistico, ma è uno sforzo che dovremmo imporci per contrastare le conseguenze della “riflessione” (in ogni modo giusta) di Diego Fusaro.

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