Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for aprile, 2010

Situazione cinematografica

Nel film AGORà ci sono troppi temi importanti, troppe cose da dire velocemente per riuscire a gustarne gli ingredienti.
Ma Ipazia è una degli spiriti liberi più belli, di cui io abbia letto. Leonardo la raffigura nella celebre SCUOLA D’ATENE e per me donna laureata in filosofia è un esempio che mi inorgoglisce oltre misura. Difficile pensare che ci sia stata una donna libera da ragionamenti prestabiliti per la sua condizione femminile. Una filosofa, matematica… insomma una appassionata del sapere che sia cresciuta all’inizio del Medioevo (o quasi). Nel libro era usata l’espressione “martire per la libertà del pensiero” . Nulla è giunto dei suoi scritti, questo mi rattrista perché hanno cancellato il suo pensiero e la sua vita in una maniera così brutale… “che ancora mi offende”.

La biblioteca fantasma

“Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenti­cati. [...] Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dal­l’umidità. Di fronte a noi si erigeva quello che a me parve il cadavere abbando­nato di un palaz­zo, un mausoleo di echi e di ombre.”
Così inizia un celebre libro di Carlos Ruiz Zafón, un racconto ambientato nella Barcellona del­l’immediato dopo- guerra… ma potrebbe parlare della biblioteca nella Taranto di oggi.
Daniel (il protagonista) giunto davanti al mausoleo d’acciaio e cemento, ostile nell’aspetto a causa del lugubre grigiore di muri sporchi, s’affaccia, timidamente, dentro l’edificio con­fortato dalla presenza del padre, unica protezione nella casa degli spiriti imbalsamati .
All’entrata un improbabile Isaac gli chiede cosa sia venuto a cercare, se proprio deve tro­vare il libro che vuole, guardi nello schedario cartaceo di fronte al bancone della Hall. ”Sai già cosa cercare?” Questa è l’unica cosa che importi: Daniel non crei problemi pretenden­do “il libro dei sogni della notte passata”.il ragazzino deve capire subito l’onore che gli vien fatto permettendo­gli di avvicinarsi al palazzo – simbolo della Cultura (abbandonata) e per accedervi liberamente deve prima passare l’esame di decriptazio cifris nelle schede, da scorrere veloce­mente senza preoccuparsi se i libri a cui rimandano siano più interessanti di quello desiderato. Intendiamoci, nella stanza affianco al bancone c’è un computer dove sono ordinati tutti i titoli delle “presenze cartacee” ma, la pagnotta va guadagnata col sudo­re così il traguardo sarà ap­prezzato maggiormente… percui: alla conquista del libro nella terra dell’oblio.
Quando Daniel individua le schede giuste le segnala ad Isaac, mentre aspetta di toccare i volu­mi individuati, si avventura nella “grande sala delle esposizioni”. Una sala piena di se­die e muf­fa, dove si tengono mostre fotografiche e presentazioni di opere scritte, pareti che traspirano solitudine ed umidità.
Nella stanza silenziosa Daniel è colto da un brivido di freddo pensando a quanti sono pas­sati di lì senza lasciare traccia, né un manifesto né il colore di una fotografia, sui muri solo le macchie di un inverno piovoso.
Il papà richiama il figlio a rapporto perché i suoi desideri sono stati esauriti, almeno in par­te. Di tre libri richiesti due sono quelli disponibili, e di questi uno in fotocopie, l’altro avvol­to nello scot­ch. Possibile aspettarsi dei libri integri, curati amorevolmente come qualcosa di prezioso che riempie d’orgoglio anche i custodi?
Allibito nel vedere pagine spillate con solo la parvenza di libro e, pensando a quello man­cante e quell’altro precario con i fogli tenuti insieme dal nastro adesivo, il ragazzino butta giù il boccone amaro e si decide a consultare i testi nella sala lettura del casolare. “Dovete salire al primo pia­no, abbiamo anche l’ascensore funzionante”.
Senza guardarsi i due si avviano mentre Isaac li segue come un’ombra per accertarsi che non cambino idea all’ultimo istante. La sala lettura è luminosa, dalle finestre entrano luce, vento e pioggia, anche se sono chiuse. Magia della immaginazione… Daniel però non ha aperto nulla.
“Silenzio figliolo, vedi ci sono altri che leggono non disturbarli con la voce, però sediamoci lonta­no dagli spifferi delle vetrate stando attenti alle correnti d’aria”. Il bambino è incuriosito dall’ac­qua che entra lasciando bagnata la logora moquette del pavimento che reca traccie di piogge precedenti e di polvere impastata, col tempo, l’ideale per la coltivazione di acari e spore batteri­che. A questo punto è facile spiegarsi come mai i libri siano ridotti in quello stato. La corretta conservazione dei tomi esige un ambiente asciutto, ben climatizzato e curato, un prezzo troppo alto da rispettare.
Il piccolo uomo si avventura nell’ispezione dei libri sfogliati dagli altri esseri seduti ai tavoli vicini a lui e scopre stampati non catalogati, alcuni sottolineati, sicuramente sono edizioni estranee, perfino inopportune nell’atmosfera severa ed opaca che aleggia in questo ca­stello. La vivacità di Daniel attira qualche sguardo, chissà cosa ci fa qui un bambino, sarà la punizione per qualche insolenza di troppo.
“Papà mi annoio andiamo via, non voglio toccare questi testi, ancora mi attribuiscono la colpa di lesa maestà anche se la maestà ha già perso il trono”.
Il padre prende per mano il suo pargoletto e riprendono l’ascensore per tornare a casa; quando la porta dell’elevatore si apre si rendono subito conto di aver sbagliato piano ed essere arrivati nei sotterranei dove giacciono i “corpi del reato”.
“Papà, papà non c’è nessuno qui, portiamo via un libro, liberiamolo da questa prigione”
“No Daniel, nessuno se ne accorgerebbe, ma avresti la coscienza di trafugare una salma dal ci­mitero? No, andiamo, torniamo sui nostri passi prima che il tempo cancelli anche noi.”
I nomi di questa storia li ho presi in prestito da”L’ombra del vento” (citata inizialmente), il resto è frutto delle lamentele mosse dalla maggior parte degli studenti che frequentano l’i­stituto civico. Critiche che mi sembravano assurde ma andate a bussare a quel portone, La biblioteca civica “Pietro Acclavio” a Taranto.

Dal “De Bibliotheca” di Umberto Eco:

… Mi permetto adesso di elaborare un modello negativo, in 21 punti di cattiva biblio­teca.
A.I cataloghi devono essere divisi al massimo: deve essere posta molta cura nel dividere il catalogo dei libri da quello delle riviste, e questi da quello per soggetti, nonché i libri di acquisizione recente dai libri di acquisizione più anti­ca…
B.I soggetti devono essere decisi dal bibliotecario. I libri non devono portare, come hanno preso una pessima abitudine ora i volumi americani, nel colo­phon un’indicazione circa i soggetti sotto cui debbono essere elencati.
C.Le sigle devono essere intrascrivibili, possibilmente molte, in modo che chiun­que riempia la scheda non abbia mai posto per mettere l’ultima denominazio­ne e la ritenga irrilevante, in modo che poi l’inserviente gliela possa restituire perché sia ricompilata.
D.Il tempo tra richiesta e consegna dev’esser molto lungo.
[...]
E.Deve esserci possibilmente assenza totale di macchine fotocopiatrici; comun­que, se ne esiste una, l’accesso dev’essere molto lungo e faticoso, la spesa superiore a quella della cartolibreria, i limiti di copiatura ridotti a non pi ù di due o tre pagine.
[...].
F.Il prestito interbibliotecario impossibile, in ogni caso deve prender mesi, in ogni caso deve esistere l’impossibilità di conoscere cosa ci sia nelle altre bi­blioteche.
G.In conseguenza di tutto questo i furti devono essere frequentissimi.
H.Gli orari devono assolutamente coincidere con quelli di lavoro, discussi pre­ventivamente coi sindacati: chiusura assoluta di sabato, di domenica, la sera e alle ore dei pasti. Il maggior nemico della biblioteca è lo studente lavorato­re; il migliore amico è Don Ferrante, qualcuno che ha una biblioteca in pro­prio, quindi che non ha bisogno di venire in biblioteca e quando muore la la­scia in eredità.
I.Non deve essere possibile rifocillarsi all’interno della biblioteca in nessun modo, e in ogni caso non dev’essere possibile neanche rifocillarsi all’esterno della biblioteca senza prima aver depositato tutti i libri che si avevano in con­segna, in modo da doverli poi richiedere dopo che si è preso il caffè.
J.Non deve esser possibile sapere chi ha in prestito il libro che manca. i.
Esistono ancora biblioteche del genere? Questo lo lascio decidere a voi.

Recensione

Politica per un figlio
Fernando Savater
Editori Laterza
pp. 192,€12.00
I Romani usavano le espressioni “vivere” ed “essere tra gli uomini” come sinonimi; dunque l’uomo deve avere una morale per sé ed una “politica” per interagire con gli altri. Per questo il filosofo spagnolo SAVATER dopo il successo di “Un etica per un figlio” scrive questo libretto che simpaticamente definisce Amador II: la Vendetta, dove risponde colloquialmente alle domande più frequenti sul significato di democrazia, sull’importanza del lavoro, della ricchezza, dell’equilibrio fra felicità e libertà, per concludere con “Il dizionario per il cittadino che non ha paura di sapere”. Una lettura per invogliare ed avvicinare i giovani alla cittadinanza, per orientarsi nella pratica quotidiana delle relazioni con i propri simili.

Pianeta Follia – Il botto

Qui nel Pineta Follia ridiamo del resto dei pianeti sparsi e dispersi nell’Universo.
Poveracci, eravamo tutti uniti, una confederazione federale dove ogni pianeta era auto-sufficiente nella produzione energetica ma ognuno pronto a soccorrere gli altri in caso di tempesta magnetica.
Questo è durato fin quando ognuno decideva per sé come produrre energia. Poi tragedia, catastrofe… tutti giù all’inferno perché i vulcani del nostro pianeta hanno iniziato a sparare fuochi d’artificio per celebrare questa unità, i marziani si sono presi paura dicendo: “Qui scoppia tutto”; i venusiani da parte loro: “Cenere e radiazioni ci rovinano la pelle” arriva il dottor Spoke ed amen inizia con la tiritela che dobbiamo controllare le nostre centrali nucleari costruite sulle pendici dei vulcani, che diventeremo un buco nero auto-distruttivo, che dobbiamo evacuare… intanto siamo an­cora qui a volare sulle loro numerose teste e quando cadremo giù saranno guai loro!!!

Brezza marina

Guardo l’orizzonte
senza occhiali tutto è perfetto
immenso, senza confini, limiti delineati
nessuna fine se non
la luce del giorno.

Un silenzio solenne
che lascia intatta
l’aspettativa
il desiderio mio intimo
riflesso nel panorama.

Sono indecisa
indugiare in quella contemplazione
o scontrarmi con la realtà di ombre proiettate su strade disastrate
e piene di buche dove
si raccolgono acque piovane e zanzare?

Allora del tramonto
mi lascio accarezzare dalla brezza marina
che passa leggera anche sul’asfalto di quelle strade
mentre la notte ne copre i fossi
per fare inciampare chi non vuole vederli.

Fissare lo sguardo a terra
per evitaare le cadute
serve solo a camminare su quattro zampe come animali
ma, non sono angeli
quelli che alzano il naso sempre all’in su.

Vorrei fuggire col vento
scoprire nuovi mari
in cui tuffarmi per uscirne
più fresca e pronta
per svolazzare ancora.

Nessun dorma

Quando ero piccola mi stupivano i racconti della nonna riguardanti la sua vita durante la seconda guerra mondiale.
Bombe, nemici, nascondigli azzardati e fame e mai disperazione.
Ricordi dolorosi, la nonna finiva sempre con le lacrime agli occhi però ripeteva più volte che vivere quelle situazioni era stato meno difficile che raccontarle. Così, in questi anni tri­sti, mi chiedo se ci stiamo inventando un’esistenza estranea alla nostra, qualcosa di cui parlare anche con noi stessi.
I problemi ci sono ma la tendenza generale è drammatizzare (teatralmente), creare un evento spettacolare per ogni momento, magari immortalare l’istante nella Storia, come se questo significasse vincere l’inesorabilità del tempo. L’illusione dell’immortalità dell’uomo e della sua vita biologica è la negazione del senso e della coscienza naturale.
Virtuale non è solo l’amicizia on-line, virtuali sono i pensieri e i desideri che ci passano per la mente senza aver avuto origine da essa.
Virtuale è la vita che imita un film già visto e consumato.
Vogliamo essere i protagonisti della favola anche se quella è stata scritta da altri; come at­tori che interpretano un ruolo importante in una messinscena fantastica, dunque star in un cielo sconosciuto che ci inghiotte come un buco nero.
“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso. [...] è la vita concreta di tutti che si è degradata in un universo speculativo. [...] più esso (lo spettatore) contempla meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno com­prende la propria esistenza e il proprio desiderio.” Il regista e filosofo Guy Debord scrive queste considerazioni ne: “La società dello spettacolo” alla fine degli anni ‘60 dopo aver prodotto dei film che destassero lo spettatore dal torpore di cui è divenuto preda. Infatti per l’artista francese la spettacolarizzazione dei fatti è un’operazione di marketing per vendere una condizione fasulla allo spettatore-consumatore che baratta i suoi sogni e le sue spe­ranze con le luci della ribalta. Un affare a buon mercato fin quando non si rende conto che su quel palco ci sono soltanto burattini mossi dalla trama del regista.
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini,ma un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini”. La vita come un film per apparire e non per essere. Il dilemma non è più “essere o avere”, l’evoluzione del consumismo ha creato l’esigenza dell’apparire, dunque un Amleto moderno s’interrogherebbe: “essere o apparire?”.
Il co-fondatore dell’Internazionale Situazionista denuncia che il cinema, nella forma attua­le, è il sonnifero di massa con cui i desideri e le menti della gente comune vengono blandi­ti ed annullati dai pochi che detengono i comandi del gioco.
Per interrompere il ciclo perverso dove fine e principio si sovrappongono e si confondono e dove le vittime coincidono con i carnefici di sé stessi, il rivoluzionario Debord propone la psicogeografia e il déturnement. La prima studia gli effetti “ambientali” sull’uomo, cioè come lo spazio in cui viviamo riesca a condizionarci e quindi l’intellettuale pianifica una cit­tà che aiuti l’uomo a scoprire sé stesso con le proprie emozioni.
La Nacked City ipotizzata è composta di case e quartieri costruiti in maniera da stimolare la creatività del cittadino che abita lì. Imput non percorsi preconfezionati e surgelati. Il pun­to di vista di un artista deve servire a sollecitare il pensiero di chi fruisce dell’opera d’arte. In questo senso l’arte è sovversione della realtà, mentre la meraviglia e la spettacolarità sono lo specchietto per quei sudditi che non devono spezzare le catene che li legano al mondo in cui sono nati.
La rottura col cinema “classico” è consacrata dall’introduzione della tecnica di détourne­ment (estrapolazione) ovvero una sequenza fatta da immagini prese da film già visti e mi­schiati ad altre per creare un nuovo racconto che dia a quei fotogrammi un significato di­verso da quello standard.
La logicità della serie d’immagini non è scontata. Lo spettatore non subisce passivamente il frame ma s’impegna a ricostruirne il senso, interpreta e re-interpreta le associazioni fra le forme e i contenuti degli impulsi visivi ricevuti dallo schermo.
Questo metodo è stato riutilizzato da Enrico Ghezzi in Blob, un programma televisivo quo­tidiano, dove le citazioni vengono dal piccolo schermo stesso, quasi per rompere la mono­tonia e la banalità delle registrazioni da cui sono estrapolate.
Il raffinato cineasta italiano non si ferma alle critiche mosse da Debord all’artificio dello spettacolo, Ghezzi ci avverte che la tecnologia sta manipolando lo spazio filmico con l’in­venzione della terza dimensione (il 3D). Dopo aver perso la personalità, l’uomo perde an­che la propria corporeità trasformandosi nello schermo su cui la farsa prende forma: ”Sia­mo diventati noi (nel 3D) lo schermo. Noi siamo il buco nero verso cui si proietta il mondo, noi per lo spazio di uno spettacolo giochiamo il ruolo impraticabile (…) dell’immagine-schermo.”
Per arrestare questa deriva basterebbe stare attenti a non confondere i ruoli e provare a stare svegli per vivere la vita e non sognare di farlo.

Sottosopra

Nell’incoscienza del sonno
ho gridato
tanto forte da svegliarmi

come una eruzione spontanea
ribolliva
nel profondo silenzio dei miei giorni.

Tutto al contrario
io… forse, sono al contrario
e vivo al contrario

Situazione VIII

Troppe sono le parole che non vale la pena leggere, ascoltar attraverso la voce dei libri o della televisione. Un’assimilazione passiva che serve, spesso, a confondere le idee dell’ascoltatore gettandolo nello smarrimento. Così stordito, rintronato, svilito ma convinto di sapere tutto, il meschino balbetta e pretende ragioni che non comprende nemmeno appieno. Il punto è che bisognerebbe trattare le parole con più professionalità.