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Il mio spazio creativo

La pratica filosofica della danza sul mondo

Diventare uomini adulti oggi sembra difficile.
La realtà in cui viviamo è sofisticata da una serie di meccanismi che alterano la coscienza del lavoro consumato dai loro ingranaggi, la tecnologia alleggerisce la fatica di fare fino ad annullare il confine tra possibile ed impossibile, fra bene e male, fra giusto e sbagliato. In mezzo a tutti questi congegni ed archibugi fantascientifici, il nostro uomo contemporaneo si sente autorizzato a giocare incurante delle regole del gioco, con l’unica preoccupazione di cancellare ogni forma di dolore che lo infastidisca, egli prolunga la fase dell’infanzia durante la quale costruisce nuovi giocattoli ma nulla d’essenziale e procede nell’esauri­mento della vita che c’è, ovvero spalanca la porta alla dècadence e all’ospite inquietante, il nichilismo.
Secondo molti pensatori occidentali, il nulla è ormai entrato in casa possiamo arrenderci alla sua presenza e ignorarlo, oppure possiamo reagire spargendo nuovi semi proprio lì dove “è passato Attila”.
Katia Galimberti, nei suoi studi filosofici su Nietzsche, sottolinea la differenza fra nichilismo negativo e positivo. L’atteggiamento passivo disposto a: guardare la rovina del nulla che avanza, osservare ed imitare la decomposizione della vita, come si potrebbe assistere alla rappresentazione di un film dell’horror, comodamente seduti sui propri giudizi e sui propri preconcetti. A questo contegno tradizionale si contrappone la volontà attiva di edificare su nuove fondamenta uno stabile nel quale il nulla non riesca a muoversi espandendosi fino a dominare tutto lo spazio. Per la studiosa, il nichilismo radicale è la demolizione di certezze passate che hanno portato all’attuale tramonto della civiltà, ma è un momento estremo di distruzione insensata cui deve avvicendarsi il tempo dello spirito attivo che vuole affermare la sua volontà di vivere prima di ogni ragione utilità e guadagno.
Questo impulso di rompere col passato per rincominciare da zero ha il sapore di una fuga dal mondo, una critica allo status quo che ha i tratti delle contestazioni giovanili che respin­gono capricciosamente tutto quello che non gli piace. La questione però parte dal disagio della civiltà odierna, la paura che nutre verso il futuro o verso il presentimento di un futuro malato. Un terrore che paralizza il nostro cervello e le nostre gambe, un’ombra che oscura la vista e il cuore, una sensazione che ci procura dolore fisico fino a compromettere il no­stro equilibrio psichico.
Il rimedio adottato per dissolvere l’angoscia e la rabbia di cui parliamo, la cura al male di vivere è data dalla psicoanalisi. Per Umberto Galimberti, padre di Katia ed esperto niccia­no, il dolore procurato dal vivere non è il sintomo di una patologia su cui la medicina deve intervenire, il dolore fa parte della vita così come la morte è parte del ciclo naturale, una nota dell’armonia universale da cui abbiamo avuto origine. Per questo l’esimio professore di filosofia, propende per la pratica filosofica dell’accettazione dei problemi e del dolore ad essi connessi, affrontarli e non negarli a se stessi ed agli altri. Anzi proprio la crisi delle certezze dimostra l’instabilità delle rigide convinzioni dietro le quali mascheriamo spesso i nostri desideri invece di esprimerli assumendone responsabilmente le conseguenze.
Inoltre il dolore è utile all’individuo perché gli mostra i limiti del suo fare e del suo essere mortale. Sbaglia l’uomo che con tracotanza calpesta il limite tracciato dalla sua condizione di essere umano e non divino. Gli dei non provano dolore e non muoiono mai; ecco perché Galimberti scrive che per vivere bene con noi stessi dobbiamo studiare e capire il dolore che proviamo tramite la filosofia, cercare la cura della psicoanalisi significa rimuovere l’o­stacolo che ci indica il limite delle nostre illusioni.
Con più leggerezza, ma non superficialità, il maestro del sospetto, Friederich Nietzsche, ci invita a ballare con oscillazioni e salti, così che il corpo ridiventi il veicolo per esprimere l’a­nima e l’amore verso la Terra e la vita.
Non è molto che negli occhi ti fissai, vita:
vidi oro rilucere nella notte del tuo occhio – il
mio cuore rimase silente innanzi a questa voluttà […]
Gettasti uno sguardo al mio piede rapido di danza,
uno sguardo oscillante e struggente, che interrogava:
Due volte soltanto destasti il tuo sonaglio con le piccole mani
e già il mio piede vacillava, acceso dalla danza-.
I miei talloni sussultarono, le mie dita prestavano ascolto
per comprenderti: perché chi danza reca
il proprio orecchio nelle dita dei suoi piedi. […]
Ti temo vicina, lontana ti amo; la tua fuga mi
seduce, il tuo cercare mi paralizza: patisco, ma
quali sofferenze non sopportai per te con gioia!

(F. Nietzsche, La seconda canzone di danza.)

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