Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for marzo, 2010

Pianeta Follia

Bene, benvenuti sul pianeta Follia, dove la gente sorride per strada, a casa, perfino davanti al televisore! Non si tratta di una paralisi facciale dovuta alla pianta aromatica “stupefacenti munda”; ma d’impegno serio e costruttivo. Ad esempio, ogni giorno gruppetti di tredici adulti attraversano correndo l’autostrada per fermare le macchine che non dimostrano prontezza di riflessi nell’evitare gli ostacoli improvvisi. Così stiamo selezionando guidatori eccezionali! Certo, qualche birillo ogni tanto rimane steso sul suolo, ma sorridente perché è stato tutto ripreso dalla telecamera e sorrideremo tutti con lui.
P.S. Vuoi giocare anche tu al nostro”Fuoco per ridere”? È un passatempo che funziona così: prendi dell’alcool, ti cospargi e ti dai fuoco ed un amico vicino a te cronometra per quanto tempo dura la tua risata prima di morir… dal ridere! Ho saputo che laggiù in Italia, qualcuno ha provato ad imitarci. Contraffate il nostro divertimento? Ma venite tutti da noi!!!

L’esperienza della felicità

Cos’è il mondo? Un sasso, un’idea, una chiacchiera tramandata che puzza di muffa.
Abbiamo imparato che ogni cosa è contrassegnata da un nome proprio e qualificata da at­tributi, aggettivi con ver­bi che ne specificano lo stato, il divenire, l’avere o l’appartenenza. Una serie di parole che si arrampicano su di un tessuto linguistico non sempre logico e corretto. Sussurri, voci di vento impalpabile che portano con sé echi di discorsi teorici lon­tani dai nostri sentimenti del momento. Forme astratte composte per distogliere l’attenzio­ne dalla realtà. Questo succede quando i concetti espressi sono dedotti da idee precon­cette che qualcuno chiama innate. Invece il “vero” sapere scientifico o umanistico che sia, è costruito sulla base di dati ed osservazioni sperimentali. Pensieri concreti e verificabili sempre. Partendo da questo fondamento l’uomo accrescerà il proprio bagaglio cognitivo che lo porterà ad una esisten­za progressivamente migliore rispetto all’attuale. Un’accumu­lazione per quantità e qualità, perché ogni pensiero è raffinato dalla mente a cui è stato dato in cambio d’un altro elabo­rato.
Tutto quel che facciamo o che ci sforziamo di fare è volto alla conquista di una sempre maggiore felicità.
Secondo il logico del linguaggio J. Stuart Mill, l’uomo esiste e l’utilità che trae da questa condizione la chiama felicità.
Tutto il bene, tutto il giusto, tutto il bello, tutto ciò che è considerato positivo, la faccia lumi­nosa della Luna… quella è la felicità. Quella deve essere il criterio che guida l’uomo nelle sue scelte razionali, non un semplice proposito ma una regola dimostrata da ogni azione compiuta. Una legge matematica che è contemporaneamente ispirazione e risultato del procedimento umano; una legge valida ugualmente per tutti gli uomini senza eccezioni. Non c’è felicità se non c’è libertà di poterla raggiungere. L’illustre filosofo inglese è catego­rico nel ribadire l’importanza della libertà individuale che permette agli uo­mini di affrancarsi dal loro status animale per giungere all’Eden.
Il liberalismo politico ed economico dell’autore garantisce la sua predisposizione verso la Democrazia considerata come unica forma di governo in grado di garantire e di tutelare la varietà di idee ed espres­sioni umane; le differenze e le diversità preservano l’umanità dal­l’omologazione e dalla tristezza della vecchiaia.
Tali convinzioni sono espresse in diverse delle sue opere, anche ne L’asservimento delle donne, pubblicato nel 1869 dopo essere stato deputato alla camera dei comuni (1865-1868) ed aver sostenuto il suffragio universale delle donne.
Egli afferma che le donne sono state ridotte in servitù dalla prepotenza e dalla superbia non­ché dalla forza maschile, ma questa prevaricazione è sbagliata e dannosa perché pri­va l’umanità di una parte d’intelligenza e questo ostacola il cammino verso la felicità di tutti che è sempre il centro del discorso di Mill, in altre parole l’emancipazione delle donne po­trà “rad­doppiare la quantità delle facoltà mentali disponibili per i più elevati servizi dell’u­manità”, dichiarare pubblicamente queste “idiozie” all’epoca significava attirarsi contro gli sberleffi di parlamentari e di tutti i benpensanti. Ma le donne iniziavano a rivendicare i loro diritti, fra cui quello del voto, già nel 1850 in Ohio (USA) era nato un comitato detto “con­venzione di donne”, e questo movimento si estese rapidamente fra le donne europee, con­trariando i padri, i mariti ed i fratelli. Il nostro pensatore illuminato da tempo aveva matura­to le sue idee riformiste sulla morale e sulla democrazia in questo supportato dalla moglie Harriet Taylor, considerata l’avvocato dei diritti delle donne. Una storia d’amicizia durata 25 anni prima del matrimonio, il secondo per lei, un amore arricchi­to dalla condivisione di inte­ressi culturali come testimoniano i saggi scritti insieme Sul ma­trimonio, Sul divorzio e Sul­l’emancipazione femminile (raccolti in Italia, nel volume Sull’e­guaglianza ed emancipazio­ne femminile). Il sodalizio fra i due nasceva dal loro sen­tirsi alla pari, in grado di scambiar­si parole di uguale importanza e meritando il rispetto re­ciproco per intuizioni e ragiona­menti di uguale dignità ma di caratteristiche diverse. I due sembra­no dividersi i compiti, scrive la Taylor rivolta all’amico: “se per una volta almeno po­tessi es­sere provvidenziale per il mondo, all’esplicito scopo di sollevare la condizione delle donne, dovrei rivolgermi a te per conoscerne i mezzi: lo scopo sarebbe quello di rimuove­re ogni ostacolo agli affetti…”, dopo la morte di lei l’innamorato risponde: ”Quando due per­sone hanno pensieri e speculazioni del tutto in comune, è di poca importanza, circa la questio­ne dell’originalità, chi di essi detiene la penna”.
I due filosofi intendono il matrimonio come suggello di una corrispondenza d’intenti oltre che di sensi, la celebrazione delle affinità elettive, unione che non deve essere costretta in un tem­po indissolubilmente eterno, essa deve durare tanto quanto la felicità che crea a meno che non ci siano figli la cui felicità è prioritaria e dipende completamente dai genitori. Oggi le pari opportunità fra uomini e donne sono garantite per legge e così anche il divor­zio ma, ancora, manca l’educazione al rispetto dell’intelligenza della donna e, più in gene­rale, al riconoscimento teorico e sperimentale della felicità. Dopo la rivoluzione fran­cese, il motto dell’uomo progredito deve essere: “Libertà, Eguaglianza e Felicità!”.

F. W. Nietzsche

Amicizia stellare

“Eravamo amici e ci siamo diventati estranei. Ma è giusto così e non vogliamo dissimularci e mettere in ombra questo come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua rotta; possiamo benissimo incrociarci e celebrare una festa tra noi, – come abbiamo fatto – allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’àncora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole che avevano tutta l’aria di essere già alla meta, una meta che era stata la stessa per tutti e due. Ma proprio allora l’onnipossente violenza del nostro compito ci spinse di nuovo l’uno lontano dall’altro, in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai – forse potrà darsi che ci si veda, ma senza riconoscersi: i diversi mari e i soli ci hanno mutati! Che ci dovessimo diventare estranei è la legge incombente su di noi: ma appunto per questo dobbiamo ispirarci una maggiore venerazione! Appunto per questo il pensiero della nostra trascorsa amicizia deve diventarci più sacro! Esiste verosimilmente un’immensa invisibile curva e orbita siderale, in cui le nostre diverse vie e mete potrebbero essere intese quali esigui tratti di strada, innalziamoci a questo pensiero! Ma la nostra vita è troppo breve, troppo scarsa la nostra facoltà visiva per poter essere qualcosa di più che amici nel senso di quell’elevata possibilità. – E così vogliamo credere alla nostra amicizia stellare, anche se dovessimo essere terrestri nemici l’un l’altro”.

[da Nietzsche, La gaia scienza, § 279, trad. it. di F. Masini, Adelphi, Milano 1995]
 
Questo è uno dei miei aforismi preferiti.
Talvolta l’amicizia s’impantana nei problemi della quotidianità e per non sporcarla, è necessario chiuderla e consegnarla ai ricordi. Forse così riuscirà a riprendere quota.

Charles Baudelaire

XXXIX
Dalla raccolta I FIORI DEL MALE di Baudelaire
Ti dono questi versi e se il mio nome,
vascello favorito da un grande aquilone,
approderà felicemente in epoche future
e farà sognare a sera i cervelli umani,

il ricordo di te, simile a incerte favole,
stanchi il lettore come un timpano
e resti appesa alle mie rime alterecon un fraterno e mistico anello di catena,

essere maledetto, a cui nulla risponde,
oltre me, dal profondo abisso al vertice del cielo!
Tu, ombra dalla traccia effimera! Tu che calpesti
con piede lieve e serena nello sguardo
gli stupidi mortali che amara ti ritennero!
Statua dagli occhi neri! Grande angelo dalla bronzea fronte!

Disco solare

Nella tarda ora di un pomeriggio estivo
uscendo dal mare
arriva un brivido freddo al contatto
con l’aria e con la sabbia asciutta.

La sensazione è quasi di fastidio
quasi fosse difficile scegliere
se restare ad asciugarsi
oppure
tornare ad immergersi completamente.

Nel frattempo la luce è dolce
accarezza teneramente lo sguardo.
Non è invadente
come un caldo abbraccio
ma neppure indifferente
come la voce della Luna.

Il Sole arriva a colorarsi d’arancione
ad ardere in un rosso fuoco che lo consuma
fino a sparire
portandosi dietro il desiderio di tornare
a casa.

La pratica filosofica della danza sul mondo

Diventare uomini adulti oggi sembra difficile.
La realtà in cui viviamo è sofisticata da una serie di meccanismi che alterano la coscienza del lavoro consumato dai loro ingranaggi, la tecnologia alleggerisce la fatica di fare fino ad annullare il confine tra possibile ed impossibile, fra bene e male, fra giusto e sbagliato. In mezzo a tutti questi congegni ed archibugi fantascientifici, il nostro uomo contemporaneo si sente autorizzato a giocare incurante delle regole del gioco, con l’unica preoccupazione di cancellare ogni forma di dolore che lo infastidisca, egli prolunga la fase dell’infanzia durante la quale costruisce nuovi giocattoli ma nulla d’essenziale e procede nell’esauri­mento della vita che c’è, ovvero spalanca la porta alla dècadence e all’ospite inquietante, il nichilismo.
Secondo molti pensatori occidentali, il nulla è ormai entrato in casa possiamo arrenderci alla sua presenza e ignorarlo, oppure possiamo reagire spargendo nuovi semi proprio lì dove “è passato Attila”.
Katia Galimberti, nei suoi studi filosofici su Nietzsche, sottolinea la differenza fra nichilismo negativo e positivo. L’atteggiamento passivo disposto a: guardare la rovina del nulla che avanza, osservare ed imitare la decomposizione della vita, come si potrebbe assistere alla rappresentazione di un film dell’horror, comodamente seduti sui propri giudizi e sui propri preconcetti. A questo contegno tradizionale si contrappone la volontà attiva di edificare su nuove fondamenta uno stabile nel quale il nulla non riesca a muoversi espandendosi fino a dominare tutto lo spazio. Per la studiosa, il nichilismo radicale è la demolizione di certezze passate che hanno portato all’attuale tramonto della civiltà, ma è un momento estremo di distruzione insensata cui deve avvicendarsi il tempo dello spirito attivo che vuole affermare la sua volontà di vivere prima di ogni ragione utilità e guadagno.
Questo impulso di rompere col passato per rincominciare da zero ha il sapore di una fuga dal mondo, una critica allo status quo che ha i tratti delle contestazioni giovanili che respin­gono capricciosamente tutto quello che non gli piace. La questione però parte dal disagio della civiltà odierna, la paura che nutre verso il futuro o verso il presentimento di un futuro malato. Un terrore che paralizza il nostro cervello e le nostre gambe, un’ombra che oscura la vista e il cuore, una sensazione che ci procura dolore fisico fino a compromettere il no­stro equilibrio psichico.
Il rimedio adottato per dissolvere l’angoscia e la rabbia di cui parliamo, la cura al male di vivere è data dalla psicoanalisi. Per Umberto Galimberti, padre di Katia ed esperto niccia­no, il dolore procurato dal vivere non è il sintomo di una patologia su cui la medicina deve intervenire, il dolore fa parte della vita così come la morte è parte del ciclo naturale, una nota dell’armonia universale da cui abbiamo avuto origine. Per questo l’esimio professore di filosofia, propende per la pratica filosofica dell’accettazione dei problemi e del dolore ad essi connessi, affrontarli e non negarli a se stessi ed agli altri. Anzi proprio la crisi delle certezze dimostra l’instabilità delle rigide convinzioni dietro le quali mascheriamo spesso i nostri desideri invece di esprimerli assumendone responsabilmente le conseguenze.
Inoltre il dolore è utile all’individuo perché gli mostra i limiti del suo fare e del suo essere mortale. Sbaglia l’uomo che con tracotanza calpesta il limite tracciato dalla sua condizione di essere umano e non divino. Gli dei non provano dolore e non muoiono mai; ecco perché Galimberti scrive che per vivere bene con noi stessi dobbiamo studiare e capire il dolore che proviamo tramite la filosofia, cercare la cura della psicoanalisi significa rimuovere l’o­stacolo che ci indica il limite delle nostre illusioni.
Con più leggerezza, ma non superficialità, il maestro del sospetto, Friederich Nietzsche, ci invita a ballare con oscillazioni e salti, così che il corpo ridiventi il veicolo per esprimere l’a­nima e l’amore verso la Terra e la vita.
Non è molto che negli occhi ti fissai, vita:
vidi oro rilucere nella notte del tuo occhio – il
mio cuore rimase silente innanzi a questa voluttà [...]
Gettasti uno sguardo al mio piede rapido di danza,
uno sguardo oscillante e struggente, che interrogava:
Due volte soltanto destasti il tuo sonaglio con le piccole mani
e già il mio piede vacillava, acceso dalla danza-.
I miei talloni sussultarono, le mie dita prestavano ascolto
per comprenderti: perché chi danza reca
il proprio orecchio nelle dita dei suoi piedi. [...]
Ti temo vicina, lontana ti amo; la tua fuga mi
seduce, il tuo cercare mi paralizza: patisco, ma
quali sofferenze non sopportai per te con gioia!

(F. Nietzsche, La seconda canzone di danza.)

SITUAZIONE VII

POCHI SONO GLI STIMOLI NECESSARI A METTERE IN MOTO L’INTELLIGENZA. Intendo dire che, ad una persona intelligente non servono quantità enormi di fatti per elaborare un’ipotesi. La quantità serve per dimostrare o verificare le ipotesi. Ma se una persona intelligente non vuole formulare quella ipotesi allora si appella ai soli esempi concreti come se lo svolgimento del problema annullasse le premesse che hanno portato al problema stesso. Invece quello che mi spaventa è l’esistenza della causa del problema e se tu, persona intelligente, mi dici che non c’è nessun problema…. mi spaventi anche tu. Oppure pensi che io non sia abbastanza intelligente da rendermi conto della differenza fra ipotesi e teoria dimostrata.
Se ti parlo delle ipotesi è per avere subito altre ipotesi su cui lavorare. Invece tu non mi dai alternative, ripeti che non ci sono ipotesi da fare. Ma continuano ad arrivarmi stimoli, quelli che non arrivano a te. Mi sollecitano a creare ipotesi e congetture, ma di questo non ti parlerò ed ognuno per la sua strada.

Forum con Pietro Franzoso

1998 il sogno di Evergreen prometteva sviluppo economico tramite il porto e il turi­smo. Oggi, a distanza di 12 anni l’autorità portuale di Genova prospetta lo smantel­lamento dei porti del sud. Cosa non ha funzionato?
In questi 5 anni il porto di Taranto è stato completamente abbandonato a sé stesso. L’as­sessore regionale Pelillo sostiene che non siano stati presentati progetti per il porto e di­stripark, la provincia rilancia le accuse di negligenza elencando tutti i documenti presentati alla regione, parliamo di due entità pubbliche dello stesso colore politico che non riescono a comunicare. Sia l’amministrazione comunale che quella provinciale sono soci del distri­park quindi avrebbero dovuto avere maggior cura ed attenzione nei confronti di questa realtà. Per quanto riguarda il problema di Gioia Tauro, la posizione dell’autorità portuale genovese è egoistica e non merita l’attenzione di una discussione.

Quanto pesa il commissariamento del porto su tutta la questione locale ad esso le­gata?
Pesa decisamente poco, anzi spero che ,dopo le elezioni, si passi ad una gestione ordina­ria. Credo che questo commissario relativamente alle proprie competenze, abbia portato fino in fondo i suoi compiti.

I trasporti, la rete ferroviaria, strade ed autostrade,il traffico aereo-portuale non sod­disfano i reali bisogni degli abitanti della città e della provincia tutta. Cosa bisogne­rebbe fare?
La distinzione fra città e provincia perde significato quando si parla di scambi di merci e di profitti economici. Lo sviluppo di questo territorio passa attraverso grandi progetti e grandi strutture, il che significa mobilità del cittadino, reti di collegamento ferroviario, significa in­vestire in beni immateriali, ma di tutto questo la Regione Puglia, in questi ultimi anni non ha fatto niente. La programmazione si è inceppata nel P.A.L. (Piano d’Azione Locale); ci sono ancora notti bianche e spese inutili e, secondo noi, clientelari. Questi sprechi impove­riscono le risorse da utilizzare per i collegamenti non solo interni ma col nord Italia e con l’Europa. La giunta Fitto aveva elaborato un Piano regionale dei trasporti, mentre la pro­gettualità di questa giunta è nulla.

Il governo ha istituito la banca del sud e i fondi FAS (Fondo per le aree sottoutilizza­te). Sono provvedimenti efficaci?
L’emergenza economica che il mondo sta vivendo ha ripercussioni inevitabili sul sistema Italia così una parte dei FAS il governo li ha dovuti utilizzare per pagare la cassintegrazio­ne. Sbagliato è che le Regioni abbiano richiesto di utilizzare quei fondi per saldare i debiti accumulati con la sanità locale invece che investirli con politiche di sviluppo economico. Per cui i Fas sono una risorsa utile ma viene utilizzata male dalle Regioni. La Banca del Sud non è la cassa del Mezzogiorno è,invece, un mezzo concreto ed efficace che garanti­sce il futuro del nostro territorio.

Il problema del nucleare. Vendola si oppone alla costruzione di centrali in Puglia, il governo ha “richiamato” la regione all’ordine . Lei che ne pensa?
Il nucleare risponde ad una esigenza economica del paese, come in Francia o in Germa­nia. Sullo sviluppo pesa il sovrapprezzo che attualmente paghiamo del 34-35% sull’ener­gia, questo ci danneggia rispetto agli altri paesi con cui siamo in concorrenza. Un danno ri­dicolo se pensiamo che le centrali francesi distano appena 13 km dal confine con l’Italia, questo equivale ad avere un pericolo in casa senza poterlo gestire né usufruire dei vantag­gi. La volontà del governo di usare il nucleare di ultima generazione è indubbio, d’altra parte abbiamo fatto una legge che sancisce questa volontà; c’è il problema della scelta dei siti, costituzionalmente, il problema energetico appartiene al governo centrale. Noi abbiamo detto no alle centrali nucleari in Puglia, motivando questa posizione senza volerla imporre prepotentemente. Opporsi con una legge regionale significa arrogarsi una competenza che è del governo nazionale.

Questione ambientale e centrale dell’Eni a Taranto.
Il problema dell’ambiente ,ormai, ha una forte caratterizzazione politica a scapito del nesso sociale con i problemi del territorio. È stato dato il via alla centrale dell’Eni e non al raddop­pio della struttura esistente, come alcuni hanno voluto dare ad intendere, mistificando stru­mentalmente gli atti emessi. A causa di questo impianto a gas aumenteranno le emissioni di anidride carbonica ma diminuiranno notevolmente le quantità d’inquinanti come la dios­sina. Il surplus di co2 è compensato dalla centrale di fotovoltaico di 60 ettari costruita a Brindisi, per cui l’equilibrio regionale rimarrà inalterato.
Se poi ci impuntiamo in un ottica strettamente provinciale allora dobbiamo avere il corag­gio di ammettere che il nostro futuro sarà di paese sottosviluppato.

Nell’Italia della seconda repubblica uno dei temi tristemente ricorrenti è il conflitto d’interessi. Tornando alle questioni ambientali ed all’Ilva, esiste per l’onorevole Pie­tro Franzoso un conflitto d’interessi per quanto riguarda le sue attività imprendito­riali all’interno dello stabilimento siderurgico tarantino?
Assolutamente no. Da sempre è risaputo che ho delle imprese nell’indotto dell’Ilva. Com­plessivamente fra quella mia e quella di mia moglie lavorano 80 unità. Non c’è conflitto d’interessi in termini di legalità e tanto meno in termini di eticità. Quando sono stati fatti gli accordi di programma ambientale da Di Staso, io non sono intervenuto né direttamente né indirettamente, non ho partecipato agli incontri regionali per gli atti d’intesa a questo ri­guardo, mi sono sempre tenuto in disparte dimostrando pieno rispetto verso i cittadini, i di­soccupati ed i lavoratori; ad esempio la maggior parte dei miei dipendenti è inscritta alla CGIL, perché per correttezza ed onestà io scindo completamente il mio ruolo politico da quello d’imprenditore. Con meno arroganza e fuori da giochi politici si dovrebbe discutere seriamente della questione ambientale in corrispondenza allo sviluppo economico per arri­vare ad una industria eco-compatibile e rispettosa della dignità dei lavoratori.

Qual’è la sua opinione riguardo la costruzione del San Raffaele del Mediterraneo?
Ben venga se la sua funzione rimane quella di polo scientifico. L’arrivo del nuovo ospedale non deve comportare la distruzione del sistema sanitario esistente col Santissima Annun­ziata, cioè la specialistica deve essere un incremento, un allargamento e non la diminuzio­ne fino alla compromissione del sistema sanitario cittadino che trova nel Santissima An­nunziata la principale risposta ai bisogni della medicina di base dall’appendicite alla pol­monite. Se il nuovo ospedale si aggiungesse a quello esistente aumenterebbero i posti letto a disposizione dei cittadini che non sarebbero più costretti a lunghi viaggi della spe­ranza fuori dal loro ambiente familiare; ma se si procede allo sman­tellamento dell’ospeda­le civile del centro città, allora sostanzialmente il numero dei posti rimarrà sempre inferio­re a quello dei bisogni reali. Per concludere: è stato approvato il progetto sul piano urbani­stico senza avere la certezza dei finanziamenti. Il costo previsto è 210 milioni di euro, una parte di 80 milioni dovrebbe essere erogata dalla Regione che li preleverà impropriamente dai fondi FAS, i restanti 130 milioni si dice che arriveranno dal governo nazionale, ma è soltanto una ipotesi, ci vorrebbe qualcosa di più concreto per iniziare a posare le pietre della nuova struttura ospedaliera.

E la sanità pubblica pugliese?
La sanità pubblica pugliese è la conseguenza di quel che avviene su tutto il territorio regio­nale. Vendola nella campagna per le scorse elezioni parlò dii rivoluzione sanitaria per avvi­cinarsi alle esigenze dei cittadini e disse che avrebbe abolito il piano Fitto che, di fatto, è ancora vigente perché non sono stati studiati altri interventi. Ora ci sono denunce a non finire sui concorsi da primario, io so che ci sono primari che sono stai indotti a dimettersi. Il sistema sanitario pugliese soffre di lottizzazione per questo funziona male.

Perché a destra, per le elezioni regionali, vengono fuori 2 candidati: Rocco Palese e l’ex ministro Adriana Polibortone, non si poteva trovare un “nome” d’incontro? Ed a margine di questo, quanto si gioca Raffaele Fitto in queste elezioni?
Il PDL ha messo in campo tutte le sue risorse per arrivare ad un’intesa con UDC e con la Polibortonema quest’ultima è stata inamovibile, mostrando un’eccessiva sicurezza in sé, arroganza e presunzione che rivelano una mania di protagonismo che nelle scorse elezio­ni provinciali, sia a Taranto che a Brindisi, ha regalato la vittoria alla sinistra. Addirittura, questo regalo sembrerebbe rientrare in un piano precostituito al fine d’indebolire l’unico candidato che può riservare sorprese, Rocco Palese.
Fitto ha messo in campo tutta la sua correttezza e coerenza e si rivolge al popolo modera­to richiamandolo all’attenzione su cosa si è fatto in questi 5 anni e su cosa sarà possibile fare nei prossimi.

situazione futura

Il futuro del giornalismo della carta stampata distrutto da internet.
A riguardo si parla della funzionalità della carta da leggere in bagno e della superficialità-velocità degli imput informativi dell’etere. Ma di questo è inutile discutere. Pensiamo piuttosto al divenire della scrittura giornalistica nell’epoca degli “schermi a colazione e pranzo”.
Debord negli anni ‘60 teorizzava la metodologia del detournement che Ghezzi ha materializzato in televisione con blob… bene ora dobbiamo applicarla alla scrittura. Cioè raccontare ed approfondire il fatto tramite fatti ad esso riconducibili, un puzzle che componga il significato del fatto originario senza permettere che il lettore si distragga o si annoi nell’approfondimento della notizia.
I nuovi mezzi di comunicazione comportano nuove maniere di comunicare.

La democrazia del mulino bianco

La vicenda Vendola cosa insegna alla sinistra ed in generale ai politici italiani?
Il pluralismo è una ricchezza per la democrazia e la vicenda Vendola ne è un esempio. Ricchezza perché porta a conclusioni migliori di quelle deducibili dalle condizioni di parten­za. Le divisioni e le spaccature sono l’equivalente della sottrazione di idee prima che di voti, non si genera nulla col depauperamento di una forza partitica. Le primarie della Pu­glia sono state importantissime perché la scelta era fra due coalizioni e non fra due espo­nenti dello stesso partito come in Campania ed in Umbria. La gente non ha votato un am­ministratore come potrebbe essere un sindaco o un presidente di provincia, dunque non ha espresso un voto sulla persona ma alla linea politica che traccia. La politica non deve essere fatta solamente di teorie e schemi, noi dobbiamo essere coraggiosi e dobbiamo es­sere disposti a metterci continuamente in gioco per ascoltare la voce di coloro che rappre­sentiamo senza cercare d’imbrigliare il dialogo in sistemi preconfezionati che classificano tutto in base al colore della pelle, alle inflessioni dialettali o al credo religioso.
La politica ha un problema di rappresentanza? Lei chi rappresenta?
Io sono fiero di rappresentare i 15.000 operai dell’Ilva in Parlamento. Non solo loro, ma vengo da una esperienza sindacale che mi ha formato e sensibilizzato al problema del la­voro che è futuro, così per indicare la mia base focalizzando al massimo l’obiettivo, indico quei lavoratori che , nella mia città, sono in bilico fra l’industria siderurgica e il niente e questo provoca vertigini davvero paurose.
Lavoro ed economia povera sono prevalentemente problemi del sud, è la storica questione meridionale?
Lombardia, Piemonte e Veneto sono una macro area industriale , la quarta per produttività in Europa. Noi siamo distanti ed in ritardo rispetto al loro sviluppo. La distanza non è pura­mente formale ma non siamo al passo con la loro produttività, mancano i collegamenti an­che più materiali come quello aeroportuale, ferroviario, anche il corridoio stradale ci pena­lizza considerando che tutto il versante adriatico è rallentato rispetto al Palermo Mila­no. Sarebbe importante fare alleanza sul versante adriatico per raggiungere l’obiettivo di una buona rete di passaggio di uomini e merci senza piangerci addosso in nome della questio­ne del ritardo secolare.
Nell’Italia della seconda repubblica la destra attinge politici prevalentemente dai pubblici amministratori mentre molti degli esponenti politici di sinistra provengono da esperienze sindacali come lei come il nostro presidente della provincia ma abbia­mo avuto anche presidenti della camera e del senato con un passato da sindacali­sta, come spiega questa “caratterizzazione delle origini”?
Il sindacato è stato una scuola interessante sia sul piano organizzativo che su quello prati­co del cimentarsi quotidianamente coi problemi dei lavoratori. Il ricorso ai sindacalisti è cresciuto dopo tangentopoli con la scomposizione dei partiti; la ferita che si aprì nella sini­stra con l’allontanamento fra riformisti-miglioristi ed estremisti causo uno stallo momenta­neo di uomini e di idee, di qui la necessità di un cambio affidato all’esperienza fatta “sul campo” a stretto contatto con una parte del popolo rappresentato.
A proposito di lavoro, i cassa-integrati dell’Ilva arrivano al numero esorbitante di 70.000. Giusto?
Oltre alla cassa integrazione ordinaria bisognerebbe conteggiare quella straordinaria, la mobilità e tutte le deroghe. In fondo con la lettura i numeri strutturali non abbiamo una vi­sione completa della situazione che è ancora più terribile di quella prospettata da questo numero. Le ore di cassa integrazione mensili nella provincia di Taranto sono 14.000 ai cassa-integrati si aggiungono tutti quelli che hanno avuto un contratto a termine ed interi­nale, questo per la fascia industriale, le stime diventano drammatiche se sommiamo anche quelle del terziario dove il lavoro precario ha contratti di collaborazione ed a progetto, co.­co.co, co.co.pro fino alla partita iva… tutto lavoro precario che non assicura una prospetti­va di crescita e nemmeno di vita e così vediamo l’esodo dei nostri ragazzi dal meridione.
I nostri ragazzi vanno via dalla loro terra come gli immigrati, tanto additati secondo un pregiudizio razzista che spira da un nord leghista?
Finalmente la Cei ha alzato la voce per dire che gli immigrati delinquono tanto quanto gli indigeni autoctoni e non di più. No, il movimento migratorio verso il lavoro non è lo stesso, basta guardare negli occhi di questi extra-comunitari, loro hanno una vivacità, una speran­za di migliorare le condizioni della propria esistenza, addirittura loro hanno la sicurezza di poter affrontare ogni problema e di poterlo risolvere, cosa questa che i nostri figli non han­no. I nostri ragazzi sono cresciuti nella democrazia del mulino bianco e quando partono non è per ribellarsi e cambiare la loro condizione di vita ma è sol per perpetuarla.
I ragazzi sono già andati lontano a cercar fortuna potranno mai tornare “in patria” oppure qui non abbiamo nulla da offrir loro?
In questo la Puglia si differenzia da tutto il resto del meridione, perché Vendola sta attuan­do delle scelte dal turismo all’eolico che fanno della nostra regione un’eccellenza in grado di attrarre ricchezze da offrire ai conterranei per richiamarli “in patria”, se così vogliamo dire.
Nuovamente Vendola, lei sosteneva Vendola anche alle primarie?
Io sostenevo l’importanza di fare le primarie , inoltre Vendola è un figlio della Puglia, uno dei migliori esponenti della democrazia meridionale come Di Vitttorio e Moro.
Vendola si oppone alla centrale nucleare ed al programma di trivellazione dell’Eni nelle acque pugliesi, lei che ne pensa?
La centrale nucleare, in Puglia, non si po’ fare; sono state fatte scelte energetiche diverse e poi perché una centrale nucleare quando già l’energia che produciamo non siamo in gra­do di trasportarla fuori? Invece mi chiedo perché opporsi ai programmi di trivellazione del­l’Eni; se in Basilicata c’è il petrolio e lo portiamo a Taranto con l’oleodotto perché non co­struire un metanodotto per portarlo in tutta Italia. Certo questo implica la costruzione o l’ampliamento della centrale e conseguente aumento della anidride carbonica ma io appli­co la categoria del buon senso che mi dice che questo aumento di CO2 non è “ecologico” ma serve a far funzionare l’industria e l’economia. Anche grandi uomini di sinistra come Obama o come Lula o gli esponenti del partito democratico indiano la pensano così, ci vuole buon senso per andare avanti col resto del mondo.
Globalizzazione, prima abbiamo parlato di pluralismo, in quest’ottica qual’è il contri­buto dato dal sistema delle informazioni e comunicazioni sia a livello nazionale che locale?
Per quanto riguarda l’informazione scritta, a livello nazionale non va bene perché i grandi giornali non raccontano più la vita dell’Italia, la stampa è assistita con contributi statali ma è prezzolata al servizio del potentato editoriale che ha la quota maggiore. Invece la stam­pa locale è più vicina sia al lettore che all’evento e lo racconta con maggiore credibilità e affidabilità. Spesso nei giornali nazionali le pagine più apprezzabili sono quelle degli inserti locali che però limitano la diffusione della notizia nel territorio di provenienza. Su questo bi­sognerebbe insistere, cioè che le notizie locali, sopratutto quelle riguardanti l’economia, dovrebbero essere esportate da un chiuso ambito provinciale per inserirsi in una rete più ampia che garantisca una migliore conoscenza delle risorse del nostro territorio. Su que­sto sono fiducioso perché abbiamo tanti giornalisti di talento che riusciranno ad inserirsi in circuiti di più grande respiro oltre quello buono locale. Poi ci sono le televisioni. Intanto questa cosa stupenda che gli italiani oggi seguono i telegiornali. Al contrario della stampa, le emittenti locali sono più esposte alle influenze dei propri produttori e così hanno un rim­balzo d’obiettività. A Taranto c’è un regime di monopolio televisivo che cozza col principio di concorrenza proprio della democrazia.
La zona franca. Sarà presentato un nuovo emendamento in Parlamento, di che si tratta?
L’emendamento non è stato ancora presentato dalla assemblea dei sindaci, comunque dovrebbe essere l’emendamento numero 9.600. La discussione è in Senato col provvedi­mento 1000 proroghe a questa si rivolge l’emendamento soppressivo che riguarda alcuni benefici superflui che gravavano sulle scarse risorse economiche a disposizione. Il gover­no sbagliava nell’istituire dei benefici di 14 anni per il credito d’impresa quando c’è già lo sgravio per disoccupati e cassa-integrati e lavoratori in mobilità. Questi benefici ci sono già, durano meno tempo ma è inutile appesantire le casse dello Stato quando il ministero dell’economia continua a dire che non ci sono soldi. Il governo sbagliava riguardo al conto per il credito d’impresa ma le quote versate ai comuni, le quote e tutto il resto permangono invariate.
In Europa la sinistra comanda solo in Spagna, in Grecia e nel Belgio, negli altri pae­si al governo c’è il centro-destra. Secondo lei cosa quale sarebbe il tratto vincente per un partito di sinistra nel nostro occidente europeo?
I principi della rivoluzione francese sono vincenti ma, ancora oggi, non sono stati attuati del tutto. Eguaglianza, libertà e solidarietà sono le ragioni a cui ispirarsi, un trittico insepa­rabile che ha la cittadinanza eterna nel mondo dei giusti.