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Un atto di coraggio

Un atto di coraggio
La Storia è un intreccio complicato di situazioni, uomini e del Sapere che loro posseggo­no.
Un singolo evento non cambia l’impostazione del discorso ma se dietro quel fatto c’è un’i­dea, allora sì che abbiamo la leva che solleverà il mondo.
Quanto siamo disposti a rischiare per un’idea che magari non è nemmeno quella giusta? Poco o nulla, d’altronde la lotta non finisce mai, non arriva mai ad un traguardo definitivo, c’è sempre qualcuno che destabilizza l’equilibrio raggiunto e azzera tutti i risultati ottenuti, chi desidera una condizione d’instabilità continua e perenne? Allora chiniamo la testa da subito al padroncino di turno, qui, adesso, come sempre.
No, c’è stato qualcuno che ha difeso un’idea, un meridionale, un figlio di quella Calabria seviziata tanto dalla fame quanto dall’ignoranza, uno “status” che mandava i suoi figli al­trove per permettergli di crescere e che ora non accoglie i figli degli altri, una terra chiusa nel rancore segreto e carico di paura.
Giovan Domenico Campanella, più conosciuto col nome assunto con i voti dell’ordine do­menicano: Tommaso Campanella; filosofo, teologo e difensore dell’onestà poco praticata alla fine del 1500 nel regno degli spagnoli come in quello della Chiesa di Roma.
Dopo 4 processi subiti in odor di eresia e dopo essere andato a Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Padova per cercare riparo e poter approfondire i propri studi, il mite intellettuale torna nel convento della sua Stilo, per un periodo di riposo e di meditazione sulle sacre Scritture e le verità rivelate da san Tommaso D’Aquino. Distolto forzatamente lo sguardo dalle amate “teorie moderne”, l’uomo si rende conto delle condizione disumane in cui vive la sua gente, “i soprusi dei nobili, la depravazione del clero, le violenze d’ogni specie […] Fazioni avverse contendevano talvolta aspramente tra loro, e non poche lotte erano coro­nate da omicidi e delitti d’ogni specie. […] l’estrema severità delle leggi, che comminava­no la pena di morte per moltissimi delitti anche minimi […] la frequenza delle liti e delle contese, aumentavano in maniera preoccupante il numero dei banditi”. Un po ingenua­mente, dati i mezzi scarsi di cui dispone, il domenicano ordisce una congiura con altri frati e cerca di parlare alla massa per incitarla al riscatto sociale ed alla sovversione del potere spagnolo, ipotizzando una alleanza con i turchi da poco sconfitti a Lepanto. Dopo aver tentato l’ennesima fuga, il pericoloso calabrese viene preso dagli spagnoli, imprigionato a Castelvetere, dove firma la confessione, trasferito a Napoli ed, infine, a Castel Nuovo il 22 Novembre 1599.
La condanna per il complotto tentato, sarebbe stata la pena di morte, ma il castigo è com­mutato nel carcere a vita perché il nostro si finge pazzo, la pena in seguito è ridotta a 27 anni grazie all’intercessione di papa Urbano VIII. Malgrado la reclusione e le torture inflitte per dimostrare la sua lucidità di mente, in carcere Campanella scrive le sue opere più fa­mose fra cui La città del sole.
La prima stesura dell’opera è datata 1602, in seguito al fallimento della rivolta “fisica” al potere feudale, dopo aver osservato alcuni fenomeni astrologici come il passaggio di una cometa, il pensatore copernicano tenta la via delle lettere e scrive il suo dialogo (di tradi­zione platonica) fra un cavaliere di Malta ed un ammiraglio genovese che ha girato il mon­do ed ha visitato una città dove non esiste la proprietà privata, dove tutti partecipano equamente alle decisioni politiche e dove il progresso della conoscenza è agevolato e non inquisito. Posta su un colle, la città del sole è circondata da sette mura che portano il nome dei pianeti e coniuga perfettamente la teoria politica del patriota nostrano con gli studi che lo hanno portato su posizioni anti-aristoteliche, malgrado gli “ammonimenti” della Chiesa cattolica. Una visione utopica ed eliocentrica di un cosmo tutto immerso in una realtà divina seppure abitata dagli uomini.
Nel febbraio del 1616 l’Inquisizione ammonisce Galileo Galileo per le sue teorie eliocentri­che in netto contrasto con le dottrine tolemaica ed aristotelica approvate dalla Chiesa di Roma. Campanella conosce personalmente Galileo, si sono incontrati a Padova nel 1592 e da allora si scrivono scambiandosi idee nuove e conoscenze acquisite. Nel marzo dello stesso anno, il frate domenicano preoccupato per la sorte dell’amico e dei suoi studi, no­nostante i supplizi a cui continua ad essere sottoposto, non accetta di vedere calpestata la dignità e la verità del ricercatore e scrive l’Apologia pro Galilei, redatta sia in volgare che in latino a mano, sarà pubblicata più tardi nel 1622 a Francoforte. Questo scritto testi­monia l’onestà intellettuale del suo autore, pronto a rischiare la cosa più preziosa, a cui te­neva oltre ogni tortura ma a cui non poteva sacrificare la verità; un atto di coraggio con cui dobbiamo confrontarci qui, adesso, per sempre.

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