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C’era una volta il museo

Norman Douglas“Chiunque cerca sulla faccia di questi Tarantini e ascolta le loro conversazioni casuali, cer­cando di capire qual è il loro modo di vita. Ma è difficile evitare di leggere nei loro perso­naggi ciò che la storia porta a pensare dovrebbe essere lì”. (Norman Douglas in Molle Ta­ranto).
I Tarantini visti da un viaggiatore straniero dell’ottocento sono una umanità affascinante ma isolata in un tempo ed in un luogo, molto diversi dai lavoratori di campagna e da quelli dei sobborghi della nascente industria europea.
Taranto, come tutto il sud Italia, è stata una meta gettonatissima nell’ottocento sopratutto da parte di studiosi e semplici appassionati d’archeologia. Naturalmente, oltre alla meravi­glia ed alla quantità notevole di reperti più o meno intatti, i viaggiatori cercavano di ritrova­re il sapore della vita esaltata nei versi, ad esempio di Virgilio o di Orazio.
I resti archeologici sono i resti di una storia gloriosa, qualcosa di autentico da avvicinare all’orecchio, come conchiglie, per sentire l’eco del mare.
Nel 1874, uno storico tedesco, Gregovius, venuto nella capitale della Magna Grecia, incre­dulo ed amareggiato annota che la città è culturalmente povera al punto da non avere un museo dove raccogliere le testimonianze della civiltà persa più che passata. Una mancan­za insostenibile anche per Luigi Viola, ispettore archeologico inviato a Taranto nel 1880 per dare inizio agli scavi nel Borgo Nuovo. Il neo-ispettore scoprì una vera e propria minie­ra e, nel 1882, si decide ad inoltrare domanda per l’apertura di una sede idonea ad ospita­re la storia e l’anima della nostra polis. Fino a questo momento tutti i ritrovamenti sono confluiti nelle collezioni del museo di Napoli, ricchissimo di tesori tarantini ma lontano dal contesto magno greco. Il nostro museo apre ufficialmente nel 1887 nella sede settecente­sca del convento degli Alcantarini attiguo alla Chiesa di san Pasquale di Baylon, edificio adibito a carcere giudiziario in uso fino al 1875. Infatti, le iniziali 11 sale conservavano il buio e il cattivo odore della prigione, come percepito da un altro viaggiatore inglese, Geor­ge Gissing, venuto nel 1889 su indicazione del saggio del noto archeologo Francǫis Le­normant; lo scrittore inglese deplora il buio e il silenzio del luogo privo di visitatori, quasi condannato all’oblio.
La situazione inizia a cambiare, con l’ingrandimento e la risistemazione delle sale, a parti­re dal 1903, data a cui risale la facciata in stile umbertino. Un cambiamento non esclusiva­mente estetico considerando che, Norman Douglas (su citato), giunto a Taranto nel 1915, scrive: ”Gregorovius lamentava la condizione sporca della città vecchia. Ora è immacola­ta.
Egli ha deplorato che Taranto non possedeva un museo. Questa volta è cambiato, e il Mu­seo Nazionale qui è giustamente lodato”.
Nel frattempo, la direzione non è più del fondatore Viola che, in una lettera del 1910, la­menta con l’amico e scrittore Pietro Marti, perché da quando ha lasciato l’impiego statale, per dedicarsi all’impegno politico in favore della città, la sua vita si è complicata al punto da perdere l’affetto di moglie e figli oltre a vedere profondamente manomessi i suoi proget­ti per il museo.
Gli scavi del 1899, ad opera di Quintino Quagliati, hanno portato alla luce i resti di epoca preistorica convincendo il nuovo soprintendente a dedicare il museo a tutta la documenta­zione archeologica tarantina e non, soltanto, a quella di epoca Magno Greca come “cal­deggiato” dal vecchio archeologo, ormai sindaco.
Il museo rimane accessibile, anche, durante la prima guerra mondiale; l’abbondanza dei ritrovamenti che non sono esposti per mancanza di spazio nelle sale aperte al pubblico, porta ad una serie di lavori per ingrandire l’edificio, fino alla realizzazione nel 1941 dell’ala settentrionale.
Durante il secondo conflitto mondiale, l’esposizione viene smantellata e l’edificio occupato e convertito in ospedale prima ed in caserma poi; a questo segue la risistemazione com­pletata nel 1952, con la costruzione di una sala, appositamente, studiata per l’inedita esposizione degli ori, preziosi e strabilianti manufatti capaci d’incantare anche i sovrani moderni. Infatti, proprio negli anni ’50 Taranto è meta di personaggi di rilevanza internazio­nale, amanti della storia e dell’ archeologia come re Gustavo VI di Svezia, appassionato al nostro museo come espressione concreta della civiltà che continua a essere. I lavori di costruzione del piano rialzato del palazzo sono inaugurati con la riorga­nizzazione del 1963 a cui segue quella “ciclopica del terzo millennio a cui si deve un nuo­vo criterio logico nel percorso espositivo, una nuova entrata da via Pitagora anziché cor­so Umberto, una statua ricostruita con l’ausilio della tecnologia del computer; a questo mi piacerebbe intrecciare l’interesse dimostrato dai tarantini, affluiti in massa, a vedere e rivere il loro museo, ma questa è una storia ancora da verificare.

VOCE DEL POPOLO n°25/2009, pagina 15

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