Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for gennaio, 2010

Canzoni ‘a guapparia

Una donna innamorata non può soffocare i sentimenti.
La distanza ed il silenzio provocano un’esplosione ancora più fragorosa e violenta, finendo per riscaldare il cuore, perché aumentano la pressione sanguigna, la ragione viene spode­stata e sopraffatta fino a non poter più contenere “l’umore” inconscio.
L’ansia di manifestare il proprio “pensiero” al riguardo, prima che la morte costringa questa verità a diventare un segreto da dimenticare e cancellare, la smania improvvisa di evadere dal circuito chiuso delle proprie riflessioni, tutto questo è la causa e l’occasione che ha scatenato la furia della donna Alda Merini, del suo scrivere di getto, come necessità di dare anima e corpo ai suo sentimento d’amore attraverso la poesia nelle “Canzoni ‘a guapparia”.
Tre poesie scritte e spedite immediatamente a Michele Pierri, poeta e chirurgo di Taranto, quando i due non erano ancora sposati e si frequentavano “a distanza” per lettera ed, ancor più, per telefono. Infatti fu per le bollette “salatissime” che i figli del poeta, già ottan­tenne, scoprirono la relazione fra i due.
Una corrispondenza di sensi che, oggi, si direbbe virtuale perché i due si erano, probabil­mente, incontrati a Milano durante una delle visite di Pierri agli intellettuali del circuito mila­nese, ma l’incontro effettivo delle anime della Merini e di Pierri avvenne anni dopo, nel 1981.
Le canzoni sono datate 24 ottobre 1982, il primo marito dell’autrice lombarda era morto da poco e, forse, questo ha accresciuto la sensazione di solitudine nella Merini che era rima­sta isolata, anche, nell’ambito letterario poiché non pubblicava, ormai, da una ventina di anni circa.
Inizialmente, il poeta di Taranto era l’amico, il confidente, e l’estimatore dell’arte della Meri­ni, ma nel corso della loro frequentazione “spirituale” divennero motivo l’un per l’altra di tor­nare a confrontarsi con la vita, per accogliere le sorprese imprevedibili che essa offre. D’al­tronde, anche il medico-chirurgo meridionale era rimasto vedovo da pochi anni, e soffriva molto per la perdita della moglie, al punto da non mostrare più alcun interesse nei con­fronti dell’esistenza materiale degli uomini.
Il trovarsi dei due poeti, diede la possibilità alle loro anime di riconoscersi nell’altra e di aprirsi all’altrui orizzonte “là dopo quel monte” che ostacola il movimento fisico della felicità ma, nulla può contro “’U gridu” straziante dell’innamorata che vuole raggiungere il suo amato. Nemmeno l’età anagrafica dei due, o la presenza dei figli avuti dal precedente ma­trimonio, nessuna distanza è accettabile, la vita muore se nel petto non ci sono fiori da col­tivare per essere donati all’unica persona che sa curare ed apprezzare quel dono prezio­so ed inaspettato. Un fiore che sboccia a Taranto, dove lei si trasferì qualche mese prima del matrimonio religioso.
La particolarità di questa canzoni è la lingua napoletana usata nella stesura, infatti napole­tane erano le origini dell’amato a cui le grida sono rivolte. Così, la poetessa settentrionale si trasformò in una donna del sud disposta a portare il suo amore lungo la riva del mare per lasciarsi sopraffare.

‘NA DONNA ‘NNAMURATA

‘Na donna ‘nnamurata ch’a se porta
chillu tuo fiore dentro di lu petto,
‘na donna ‘nnamurata non ascorta
d’altro tormento che del tuo diletto,
‘na donna ‘nnamurata ch’a se muore non u può ridare a te chillu suo fiore.

Aperta ho porta sopra chilla via
ch’a dà sopra lo mesto mio cortile
vorrei essere dent’a ‘guapparia
vorrei di strazio tutta a te murire,
perché nella mia vita non ho spazio,
amore ch mi fa tanto soffrire,
perché di terra forte e prepotente
io nata nun te posso dire niente
che non mi si avveleni la giurnata.

‘U gridu mio dirompe le montagne,
io so femmina che ti sa portare
lungo le rive di codesto mare
che sa per te u suo amore lamentare
tutto lo strazio ch’a me fa donare
questo mio sangue dentro l’orizzonte
ch’a tu abiti là dopo quel monte.

Questa poesia con altre due (Venne a me nu figliolo, ‘Na donna ferma), è stata stampata privatamente in poche copie fuori commercio, ne Canzoni ‘a guapparia, scritte per Michele Pierri che non aveva risposto al telefono (come segnalato in un appunto corsivo) e dedica­te A nisciuno per sottolineare il carattere strettamente privato del sentimento espresso in esse. Tuttavia, la voglio divulgare pubblicamente perché questa poesia è, per me, troppo entusiasmante per essere nascosta nel silenzio fra le mie carte.

Voce del popolo n°2 del 200, pagine 22, 23

Situazione anomala

Capita di comprare un libro attratti dal titolo e dalla copertina.
Mentre procedo all’acquisto dell’oggetto dubito sul valore effettivo del contenuto, allora guardo il nome dell’autore e il prezzo… magari anche il numero delle pagine ed il genere e poi se l’autore mi è sconosciuto e il genere è lontano dai miei cliché allora compro il libro contenta di sondare un territorio nuovo. Magari non è il volume migliore che potessi leggere ma questo lo scoprirò dopo averne letto altri. Detto questo, come si può accusare i primi studiosi italiani di superstizione perché studiavano anche l’astrologia e magia? Allora c’erano soltanto i sistemi tolemaici-aristotelici ogni altra lettura era un salto nel buio senza confronti possibili.

C’era una volta il museo

Norman Douglas“Chiunque cerca sulla faccia di questi Tarantini e ascolta le loro conversazioni casuali, cer­cando di capire qual è il loro modo di vita. Ma è difficile evitare di leggere nei loro perso­naggi ciò che la storia porta a pensare dovrebbe essere lì”. (Norman Douglas in Molle Ta­ranto).
I Tarantini visti da un viaggiatore straniero dell’ottocento sono una umanità affascinante ma isolata in un tempo ed in un luogo, molto diversi dai lavoratori di campagna e da quelli dei sobborghi della nascente industria europea.
Taranto, come tutto il sud Italia, è stata una meta gettonatissima nell’ottocento sopratutto da parte di studiosi e semplici appassionati d’archeologia. Naturalmente, oltre alla meravi­glia ed alla quantità notevole di reperti più o meno intatti, i viaggiatori cercavano di ritrova­re il sapore della vita esaltata nei versi, ad esempio di Virgilio o di Orazio.
I resti archeologici sono i resti di una storia gloriosa, qualcosa di autentico da avvicinare all’orecchio, come conchiglie, per sentire l’eco del mare.
Nel 1874, uno storico tedesco, Gregovius, venuto nella capitale della Magna Grecia, incre­dulo ed amareggiato annota che la città è culturalmente povera al punto da non avere un museo dove raccogliere le testimonianze della civiltà persa più che passata. Una mancan­za insostenibile anche per Luigi Viola, ispettore archeologico inviato a Taranto nel 1880 per dare inizio agli scavi nel Borgo Nuovo. Il neo-ispettore scoprì una vera e propria minie­ra e, nel 1882, si decide ad inoltrare domanda per l’apertura di una sede idonea ad ospita­re la storia e l’anima della nostra polis. Fino a questo momento tutti i ritrovamenti sono confluiti nelle collezioni del museo di Napoli, ricchissimo di tesori tarantini ma lontano dal contesto magno greco. Il nostro museo apre ufficialmente nel 1887 nella sede settecente­sca del convento degli Alcantarini attiguo alla Chiesa di san Pasquale di Baylon, edificio adibito a carcere giudiziario in uso fino al 1875. Infatti, le iniziali 11 sale conservavano il buio e il cattivo odore della prigione, come percepito da un altro viaggiatore inglese, Geor­ge Gissing, venuto nel 1889 su indicazione del saggio del noto archeologo Francǫis Le­normant; lo scrittore inglese deplora il buio e il silenzio del luogo privo di visitatori, quasi condannato all’oblio.
La situazione inizia a cambiare, con l’ingrandimento e la risistemazione delle sale, a parti­re dal 1903, data a cui risale la facciata in stile umbertino. Un cambiamento non esclusiva­mente estetico considerando che, Norman Douglas (su citato), giunto a Taranto nel 1915, scrive: ”Gregorovius lamentava la condizione sporca della città vecchia. Ora è immacola­ta.
Egli ha deplorato che Taranto non possedeva un museo. Questa volta è cambiato, e il Mu­seo Nazionale qui è giustamente lodato”.
Nel frattempo, la direzione non è più del fondatore Viola che, in una lettera del 1910, la­menta con l’amico e scrittore Pietro Marti, perché da quando ha lasciato l’impiego statale, per dedicarsi all’impegno politico in favore della città, la sua vita si è complicata al punto da perdere l’affetto di moglie e figli oltre a vedere profondamente manomessi i suoi proget­ti per il museo.
Gli scavi del 1899, ad opera di Quintino Quagliati, hanno portato alla luce i resti di epoca preistorica convincendo il nuovo soprintendente a dedicare il museo a tutta la documenta­zione archeologica tarantina e non, soltanto, a quella di epoca Magno Greca come “cal­deggiato” dal vecchio archeologo, ormai sindaco.
Il museo rimane accessibile, anche, durante la prima guerra mondiale; l’abbondanza dei ritrovamenti che non sono esposti per mancanza di spazio nelle sale aperte al pubblico, porta ad una serie di lavori per ingrandire l’edificio, fino alla realizzazione nel 1941 dell’ala settentrionale.
Durante il secondo conflitto mondiale, l’esposizione viene smantellata e l’edificio occupato e convertito in ospedale prima ed in caserma poi; a questo segue la risistemazione com­pletata nel 1952, con la costruzione di una sala, appositamente, studiata per l’inedita esposizione degli ori, preziosi e strabilianti manufatti capaci d’incantare anche i sovrani moderni. Infatti, proprio negli anni ‘50 Taranto è meta di personaggi di rilevanza internazio­nale, amanti della storia e dell’ archeologia come re Gustavo VI di Svezia, appassionato al nostro museo come espressione concreta della civiltà che continua a essere. I lavori di costruzione del piano rialzato del palazzo sono inaugurati con la riorga­nizzazione del 1963 a cui segue quella “ciclopica del terzo millennio a cui si deve un nuo­vo criterio logico nel percorso espositivo, una nuova entrata da via Pitagora anziché cor­so Umberto, una statua ricostruita con l’ausilio della tecnologia del computer; a questo mi piacerebbe intrecciare l’interesse dimostrato dai tarantini, affluiti in massa, a vedere e rivere il loro museo, ma questa è una storia ancora da verificare.

VOCE DEL POPOLO n°25/2009, pagina 15

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IN QUESTO NUMERO:
FORUM col sindaco di Taranto Ezio Stefano
L’inchiesta sul comparto ittico locale
L’intervista alla figlia del boss Vincenzo Stranieri
Un eccezionale inedito di Alda Merini
Taranto in due dipinti del 1700

Tutta la vita è risolvere problemi

Tutta la vita è risolvere problemi

Il primo principio della dinamica stabilisce che: “un corpo rimane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato”.
Difficile sperimentare direttamente questo fondamento perché, sulla terra, c’è l’attrito che osta­cola lo svolgimento del moto, e conserva la quiete, anzi, ne ostacola la trasformazione che por­terebbe alla creazione di energia cinetica.
L’attrito è un fatto fisico, imprescindibile per noi terrestri, sia esso che i problemi che com­porta; ecco perché non possiamo ipotizzare la vita sulla terra come: lo svolgimento lineare dell’esi­stenza di un corpo che rotola, da solo, infinitamente su di un piano liscio.
Posto che gli ostacoli, o problemi, fanno parte del nostro mondo naturale, non possiamo far al­tro che prenderne atto e cercare di risolverli. Ed è proprio questa sfida a motivare l’intelletto uma­no nel congetturare risoluzioni e rimedi e vincere l’attrito che ci condanna al freddo della morte.
Secondo il filosofo della scienza, Karl Popper, tutti gli organismi viventi sulla terra tentano di ri­solvere problemi, per esempio: la fame, la sete, la cura di una ferita o il calcolo dei neu­roni in un cervello. L’uomo non fa eccezione, però è avvantaggiato dal proprio sviluppo co­gnitivo perché, per l’epistemologo austriaco, non siamo tabulae rasae, terreni vergini mai arati, come vorrebbe la tradizione platonica, ma ognuno ha dei pre-concetti, delle ipotesi e delle aspettative che ap­plica immediatamente alla situazione da affrontare, per poterla ca­pire e superare.
Ogni risultato incrementa il bagaglio della ragione; questo significa che esso è un gradino al quale, sicura­mente, seguiranno altri e, magari, sarà sostituito ed abbandonato. Anzi, prima di arrivare alla costruzione di una teoria lo scienziato cerca con gli esperimenti la conferma, nella realtà, delle ipotesi così come l’uomo comune tenta di fare quotidianamente, scegliendo cosa fare e, talvol­ta, sbagliando, l’importante è ricono­scere gli errori ed imparare da essi.
Nel discorso Tutta la vita è risolvere problemi, tenuto a Bad Homburg nel 1991, il professore di Vienna dichiara: “la correzione degli errori è il più importante metodo della tecnologia e dell’ap­prendimento in generale”.
Secondo teorico del criticismo razionale, gli errori e le confutazioni servono per “aggiustare il tiro” e danno valo­re ad una teoria perché sono le cicatrici di prove fatte e non semplicemente enunciate con parole assolutamente intangibili.
Il filosofo liberale aborrisce ogni forma di totalitarismo ed assolutismo, compreso quello religio­so delle credenze vere anche se non dimostrabili; quel che distingue una teoria scientifica da una favola magica è la falsificabilità di ogni sua proposta. Sottoporre al vaglio critico ogni ipotesi ed ogni teoria ci permette di meglio adat­tarla alle nostre esigenze ed infine adattare il nostro pensiero razionale alla vita.
Haber­mas, illustre filosofo tedesco, polemizza con Popper poiché le sue pretese di raziocinio partono da basi irrazionalistiche: ”Il tentativo di Popper di difendere il razionalismo della logica scientifica dalle conseguenze irrazionali della sua fondazione necessariamente de­cisionista, [...] . Il problema è di sapere se un’amministrazione razionale del mondo coinci­da con la soluzione delle questioni pratiche poste storicamente” e Popper reagisce: “ Adorno e Habermas sono tut­to fuorché chiari nella loro critica della mia posizione. Per dir­la in breve: credono che la mia teo­ria della conoscenza, poiché essa sarebbe (come loro credono) positivistica, mi costringa a di­fendere lo status quo sociale. . Hanno dimenticato che io sono sì un liberale (non rivoluzionario), ma che la mia teoria della conoscenza è una teoria della crescita della cono­scenza mediante la rivoluzione intellettuale e scientifi­ca”.
Gli errori vengono dallo scontro imprevisto fra idee astratte e realtà, per onestà intellettua­le non possiamo far finta di niente, negare gli sbagli o addirittura i problemi che ci hanno “indotto” ver­so quei tentativi fallaci. Popper fa appello alla creatività dell’immagina­zione per trovare nuove ri­sposte a domande sempre più complesse ma, io penso, sopratutto, che affrontare le que­stioni sia essenziale per la nostra stessa sopravvivenza, senza rimandare crisi, interrogativi e buone intenzioni fino al 2050.

Situazione VI

Le specializzazioni sessuali sono dettagli, prima viene la persona e dopo il suo sesso.
Ma non guardo gli uomini nella stessa maniera con cui guardo le donne. Preferisco scrivere proprio perché così mi rivolgo alle persone senza curarmi dei dettagli.
Questo è un esempio pratico per risalire o meglio per criticare, le considerazioni di alcuni intellettuali…
La scrittura avrà delle regole grammaticali ma mi rifiuto di credere a Kandinskij quando dice che solo la pittura e a musica arrivano all’anima mentre le parole scritte si perdono nei loro strutture formali. La ragione sarà fallace ma i sensi lo sono anche di più.

RECENSIONI

Diatriba d’amore contro un uomo seduto
Gabriel Garcìa Marquez
Osca Mondadori- editore
pp. 80
€ 8,00
Diatriba d’amore contro un uomo seduto è l’unico testo teatrale di uno dei più grandi scrittori viventi: Gabriel Garcìa Marquez. La protagonista è Graciela, donna di umile origine che si è riscattata sopratutto grazie al matrimonio con un benestante; per essere all’altezza del marito lei s’impegna negli studi e nell’esercizio della pazienza nel sopportare i tradimenti del marito. Un mondo borghese fatto d’ipocrisia dove, personaggi come la suocera della donna, pretendono d’imporre la propria ragione in nome degli agi materiali di cui dispongono. Il testo poetico e suggestivo è un lungo monologo della moglie verso il marito apaticamente seduto sul divano a leggere il giornale incurante del viaggio virtuale che la moglie intraprende fra passato e presente alla ricerca dell’amore svanito. Il linguaggio è semplice ma raffinato espressione di quel realismo giocoso, magico quasi ingenuo tipico dello scrittore sudamericani.

Il giorno prima della felicità
Erri De Luca
Editore Feltrinelli
pp. 144
€ 13,00
Nella Napoli popolosa degli anni ‘50 si svolge la vicenda dello Smilzo, un ragazzino rimasto orfano a causa della guerra fra l’occupazione tedesca, il riscatto della popolazione e la convivenza forzata con gli americani. Protagonista della scena è la Napoli raccontata da Don Gaetano, il portiere del palazzo-rifugio dove lo Smilzo cresce ed impara a vivere fra esperienze casuali, come il pallone che finisce nel nascondiglio nello scantinato del palazzo dove segretamente aveva trovato riparo un ebreo, ed incontri combinati come quello della vedova instancabile nella ricerca dell’appagamento sensoriale. La saggezza e la vitalità di una città offesa dalla miseria ma pronta a reagire, dove la sopravvivenza è solo un momento di preparazione e maturazione, per arrivare al godimento pieno della vita, ovvero alla felicità dell’esistenza libera dall’ansia dell’inadeguatezza morale prima che materiale.

Situazioni V

Cassandra è sensibile e logica, capisce immediatamente dove conduce il gioco, ma sbaglia a prevenire gli errori perché il corso degli eventi talvolta devia da solo e finisce imprevedibilmente altrove. Inoltre gli uomini devono sbagliare per capire cosa sia opportuno e cosa no. Cassandra deve imparare a tacere e lasciarsi andare di più.

Vertigine d’amore

Uscendo da casa
un raggio di sole
si è avvicinato
e mi ha accarezzato il viso.

Il circuito delle luci consuete
non prevede tanta dolcezza
un colore così bello del cielo
una gioia improvvisa
dopo la notte insonne, passata
fra pensieri di te da una parte
e di me, chissà dove.

La solitudine si dissolve
in un abbraccio di sole
in fondo, lo so bene
di essere fatta per cantare di giorno
e tacere nel buio

Un colpo di vento mi raggela il naso
da sternutire ma non piangere,
allora forse
ti ho già dimenticato
come volevi tu.

Stanotte mi sembrava di cadere dal letto
mentre immaginavo le tue labbra
impegnate in un bacio che non conoscerò mai.
Giusto una vertigine
io sono sempre qui a terra

il mio amore è come la carezza delicata
del sole
una illusione che scioglie le ali
meglio navigare in acque sconosciute
imprevedibili
lì sarò sorretta dal mio peso
e dal mio desiderio d’amarti.