Il rispetto delle regole
Ogni mattina, al risveglio tiro un lungo respiro per prepararmi alla giornata che sta per iniziare. Una formula per cautelarmi dallo stress quotidiano, fra progetti ed imprevisti e, soprattutto, complicazioni indotte dall’ insolenza, tragicamente diffusa, fra i miei simili.
Certo, la mia è un’esagerazione provocatoria ma, sempre più spesso trovo, sul mio cammino, persone prepotenti, forti della propria arroganza, che mi vengono addosso gridandomi, pure, di spostarmi perché devono passare loro per primi.
Questo atteggiamento mi demoralizza e continuare per la mia strada sembra più pesante. La vita, oggi, non è più difficile o complicata di qualche anno fa, sono però aumentati gli incivili, ovvero coloro che non rispettano le regole della società di cui fanno parte; o forse, non si riconoscono nella società e non si sentono in dovere di rispettarne l’ordinamento.
Fra questi malumori e risentimenti, mi sovviene una frase del Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau:“… invece di pensare che per noi non ci sia né virtù né felicità, e che il cielo ci abbia abbandonato senza soccorso al decadimento della nostra specie, sforziamoci di ricavare dal male stesso la medicina che deve guarirlo”.
Un respiro profondo è necessario, questa è l’anticamera della questione morale, dove interesse pubblico e quello privato perdono consistenza, nessun privilegio e predominio di una parte sul tutto, nessun egoismo è lecito, agire bene per il bene di tutti dovrebbe essere l’imperativo categorico di ogni cives.
Infatti, per il filosofo francese citato, morale e politica dovrebbero coincidere così come l’utile del singolo individuo e quello dell’intera società.
L’uomo nasce libero e buono e lo rimane fin quando resta isolato nel bosco, un animale felice e primitivo; come ogni essere naturale non possiede nulla e vive alla giornata.
Presto, però, l’essere umano tradisce questa sua solitudine eremitica e si avvicina ad altri esemplari della sua specie, fino a formare con essi delle comunità; all’interno di questi gruppi si stabiliscono regole di comportamento (un contratto sociale) per favorire la convivenza di tutti i membri associatisi. A riguardo il nostro pensatore illuminato scrive: “Ciò che l’uomo perde con il Contratto Sociale è la sua libertà naturale, e un diritto illimitato su tutto ciò che lo tenta e che può essere da lui raggiunto: ciò che guadagna è la libertà civile e la proprietà di tutto ciò che possiede”.
Sia chiaro che, la scelta non è: stare nella società civile o nel bosco con le bestie feroci, ma non si tratta nemmeno di scegliere con chi stare, quanto contro chi muovere guerra.
Il padre teorico della rivoluzione francese pensa al contratto sociale come ad un patto con sé stessi, nessun principe né monarca assoluto a cui sottomettersi, il popolo è l’unico sovrano di se stesso; in un’altra sua opera fondamentale, Emilio, l’autore scrive: “ Il patto sociale ha una natura particolare e propria a lui solo, il popolo stipula un contratto solo con se stesso[...]”.
In quest’opera, uscita quasi contemporaneamente a quella su citata, Rousseau descrive il percorso formativo adatto all’educazione dei fanciulli, per la priva volta, non considerati come uomini in piccolo ma come boccioli con una propria sensibilità.
Il bambino nasce ingenuo, ed in questo migliore dell’adulto che diventerà, con la crescita accumulerà esperienze e conoscenze che corromperanno il suo animo immacolato, e questo è un processo irreversibile ed inevitabile tanto da vanificare tutti i divieti e le imposizioni costrittive perché la virtù dell’innocente deve essere preservata e non soffocata. La civiltà è una pratica del saper vivere e non un comandamento da imparare a memoria. Il pedagogo moderno teorizza una educazione preventiva, per evitare vizi ed errori, la preparazione ad una vita morigerata e serena.
Tuttavia, queste teorie saranno distorte dagli eccessi di Robespierre, che col regime del terrore finì per inseguire il suo bene, ghigliottinando anche preventivamente, tutti i dissidenti che avrebbero potuto ostacolare la sua permanenza al vertice del governo.
In fondo il pericolo è proprio questo, che in nome della moralità e della giustizia, si ceda ad un sistema inelastico fatto di forzature più che delle regole.
Ciò non toglie che rispettare le leggi significa rispettare se stessi.
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