Il segno delle idee

Il mio spazio creativo

Archive for novembre, 2009

Fiducia nella capacità d’essere felici

Una economia valida non rincorre enormi quantità di ricchezza né arranca dietro ipotesi di utilità sfrenata, a misero vantaggio di un manipolo di nobili avventurieri; la teoria economi­ca premiata col Nobel, nel 1998 ad Amartya Sen, parla di benessere, uguaglianza e liber­tà, distribuite sull’intera popolazione del globo terrestre.
Nelle teorie economiche “classiche” si contempla e si misura la ricchezza reale di un sin­golo stato in base alle sue entrate, al prodotto interno lordo, finanche considerando la sua potenza industriale effettiva, l’estensione del mercato interno la disponibilità di materie pri­me e dei mezzi per estrarle e trasformarle; insomma il patrimonio materiale di un paese è l’eredità che può tramandare ai suoi discendenti.
L’economista indiano, professore presso l’università statunitense di Harvard, attualmente rettore del Trinity College di Cambrige, consulente delle Nazioni Unite, del Fondo monetario e della Banca Mondiale, l’ esperto di finanza etica sostiene che la risorsa economica più vantaggiosa, per una nazione, sia l’op­portunità (e il suo continuo incremento) di soddisfacimento dei bisogni dei suoi cittadini; in altre parole la speranza di realizzare il desiderio di una vita felice, questa è la garanzia di un progresso ed un futuro al sicuro da crisi economiche sia globali che locali.
Lo scienziato del Bengala ribalta le teorie economiche, fino ad oggi “Vangelo” per i profes­sionisti del settore perché egli parte dallo studio della povertà, le sue cause e le sue con­seguenze in termini di violenza e terrorismo. Fondamentale alla riuscita dell’incremento e dello sviluppo sociale, prima che economico, è un governo democratico garante della li­bertà individuale dei suoi protetti.
Infatti, la libertà è alla base di ogni iniziativa, la premessa indispensabile per l’affermazione delle capacità di reazione all’infelicità di una esistenza inutile se priva di significato (a causa della mancanza del lavoro o della possibilità di crearsi una famiglia con un tetto sulla testa e con cibo a sufficienza per sfamarsi).
Indice del funzionamen­to del sistema economico è, anche, il benessere percepito dalla popolazione, al di là dei caratteri ottimisti o pessimisti dei singoli, la possibilità d’impiegare le proprie capacità sti­mola la fiducia nel mercato, dal piccolo fino al grande imprenditore. Come sostenuto da Adam Smith, due secoli fa, il mercato si basa sulla fiducia, anzi probabilmente, per Sen, la crisi economica che ha sconvolto il mondo del terzo millennio, è dovuta alla diminuzione di fiducia nel mercato eccessivamente deregolamentato, prova ne sia il diverso andamento della crisi nei paesi asiatici, in particolare in Cina ed in India, paesi dove lo scambio del li­bero mercato è limitato dal controllo governativo.
Dunque, la ricetta per una nuova economia è ricca d’ ingredienti “etici” quali libertà, ugua­glianza e felicità.
La messa in pratica di questa teoria, potremmo dire che sia la Grameer Bank di Muhammad Yunus, che ha ricevuto i premio Nobel per la pace nel 2006 con la motivazione: “per gli sforzi per creare uno sviluppo economico e sociale dal baso, [...] Ogni persona sulla Terra ha il potenziale e il diritto di vivere una vita rispettabile. Attraverso le culture e le civiltà, Yunus e la Banca Grameer hanno mostrato che persino il più povero dei poveri può lavorare per il proprio sviluppo”.
Ovvero il banchiere del Bangladesh è il fondatore del microcredito,il sistema di finanziamento che contempla prestiti di piccole somme a persone indigenti per sponsorizzarne una attività lavorativa, Yunus ripete spesso “la povertà non è stata creata dai poveri” dunque non sono loro a voler rimanere nella miseria, ma, da soli non hanno i mezzi per affrancarsene.
Questa Banca fondata nel 1976 come istituzione non governativa, e riconosciuta ufficialmente nel 1982 con lo statuto di banca, oggi raggiunge 27000 villaggi del Bangladesh e molti Paesi nel mondo, una “trasmissione di pensiero” su cui si sono sintonizzate la maggior parte delle banche e degli istituti di credito occidentali compresa la Banca Mondiale.
La “banca del microcredito” effettua piccoli prestiti (da 100 a 200 dollari), basandosi non sulla solvibilità del debito (garantita, generalmente, da beni immobili o da un lavoro sicuro) ma bensì, sulla fiducia che il creditore concede al richiedente ed al suo progetto d’investimento quasi sempre lavorativo.
Il rimborso alla banca è garantito da gruppi di solidarietà, i cui membri promuovono e sostengono i progetti assumendosi la responsabilità ideale del prestito, nel 98% dei casi l’impegno è stato onorato e, spesso, rinnovato a tutto vantaggio dell’emancipazione della popolazione dall’indigenza e dalla sua disperazione.
L’innovatore del nuovo sistema finanziario non ha rapporti diretti con il collega indiano, proprio per questo sembra confermare la validità della teoria del primo con l’esempio concreto che “sì, si possiamo farlo”, uscire dalla povertà e distribuire la ricchezza è possibile basta aver fiducia nella volontà e nella capacità di ognuno di essere felice.

SituazioniIII

Litigare non è interessante ma discutere è necessario, anzi particolarmente gustoso se, partendo da posizioni diverse, si riesce, comunque, a conversarne, scoprendo magari particolari angolazioni della questione, che aiutano a mettere a fuoco il senso della questione stessa. Purtroppo le contraddizioni sono, spesso, vissute come un attacco al proprio modo di pensare e questo vale anche per il presunto avversario, cioè meglio tacere che andare in contro a fratture traumatiche, forse meglio interrompere i rapporti preferendo una dolce morte ad un colpo violento… ma questo significa ragionare senza l’amore di farlo… non è per me.

Follia pura

Folli sono sempre state quelle persone divergenti, oltre il limite della stravaganza, eccessi­vamente anticonformiste, inebriate dalla gioia del vivere sopra le righe delle convenzioni civili, in un delirio continuo fra trasgressione dei divieti e creazione di nuovi mondi in cui ri­fugiarsi dopo l’evasione dalla banalità.
La dotta follia, quella a cui Erasmo da Rotterdam dà voce (in: Elogio della follia) per ironiz­zare e criticare i dogmi, pesanti quanto ipocriti, con cui gli ignoranti venivano “preservati” nella loro povertà carica di superstizione.
La follia come un mondo alternativo, dove ogni Don Chiciotte può combattere i propri muli­ni a vento, isolato nella sua utopia personale, dove la massa popolare non deve seguirlo.
For­se, quest’esempio sembra troppo romanzesco, il racconto auto-referenziale di una éli­te, artisti ed intellettuali che, come Tommaso Campanella, si fingono matti per non cedere alle assurdità imposte dai potenti di turno.
La Storia della follia di Michel Foucault, invece, è la precisa ricostruzione storica delle terri­bili vicende di una umanità dolente, contro cui si è scatena­ta una repressione durissima dal medioevo all’ottocento, perché, come spiega l’autore la follia da stato di grazia (dato dal contatto con gli dei) diviene l’oltraggio al potere religioso e regale, l’affronto causato dal suo sconvolgere valori e razionalità pubblica; a sostegno di questa verità, l’archeologo dei saperi, addita alcuni innocenti detenuti nella Bastiglia (Parigi) rei d’essere diversi da Dio e dagli altri uomini.
Per il filosofo francese, importante è capire che, dopo il mille, gli stolti diventano dannati e dunque furiosi, cioè sono considerati uomini pericolosi, che scelgono di alienarsi dalla real­tà per non voler sopportare le responsabilità implicate dalle regole fondanti la civiltà uma­na; anime irrequiete e suicide, votate al tradimento quanto al piacere lussurioso.
Anzi, questi esseri immondi sono equiparati alle belve feroci, tanto che, nella Francia del XVIII sec. troviamo conventi francescani dove ”gli educatori” cercano di restituire comple­tamente i degenerati al loro stato bestiale, per poi tentare di ammaestrarli, successivamen­te, come animali domestici.
Comunque, fino al XIX sec. sono i religiosi a prendersi cura dei corpi e delle anime di que­sti infelici, così l’ordine religioso di Bons Eilsfonda nel 1602 fonda la Charité a Parigi e nel 1645 la Charité di Sémils considerate i migliori asili per rabbiosi di Francia.
Sia per l’aristocrazia nobile e sia per la borghesia rampante: i folli, qualunque cosa essi siano, vanno tenuti lontani, anche dalla famiglia, soprattutto se povera poiché non potreb­be garantire la sicurezza, non del malato ma, della società.
Foucault scrive ne La nascita della clinica che, l’allontanamento dalla famiglia a favore dell’internamento in ospedale è una aberrazione, una “malattia della malattia” nessun af­fetto è consentito verso questi mostruosi scherzi della natura.
Spesso, avere uno di questi esemplari nell’albero genealogico equivale ad una nota nega­tiva ed infamante, così da mandare il “disonorante” il più lontano possibile dalla casa d’ori­gine, per cercare di cancellarne ogni segno fisico oltre alla memoria.
Fino alla nascita del manicomio moderno nel XVIII sec., gli asili per l’internamento dei folli sono posti ai margini della provincia o nei sobborghi della città, questo per evitare che le urla disperate dei reclusi potessero giungere ed invadere il mondo dei normali, costringen­do quest’ultimi a prendere coscienza dello strazio di corpi martoriati, anche, con la frusta, ricoperti d’insulti e di stracci sporchi.
Il professore di Parigi, riconosce che, nell’epoca contemporanea, la medicina è notevol­mente progredita e che questa ricostruzione storica ci serve per capire alcuni tabù e alcuni preconcetti che, tutt’oggi, gravano sulla civiltà occidentale favorendone la corsa verso il declino.
Questo è quello che il nostro saggista ha imparato dal filosofo Friederich Nietzsche, il qua­le però, nell’epilogo de La gaia scienza, lascia la parola agli spiriti liberi che saltando e ri­dendo come folletti maliziosi e giulivi dicono: “Non ne possiamo più, basta, finiscila con questa musica nera come i corvi. [...] Ci fu mai un’ora migliore per essere lieti? Chi ci can­terà una canzone, una canzone mattutina così assolata, così lieve, così aerea che non im­paura i grilli – che i grilli anzi invita a cantare e ballare insieme?”.
Vogliamo unirci al coro allegro che va incontro al deserto? Senza smaniare dietro al mirag­gio dell’oasi felice, impegniamoci a non demonizzare, mai più, tutti i diversi, allontanandoli da noi, aboliamo tutti i ghetti e tutte le barriere che ci condannano all’estinzione, come di­nosauri obsoleti.

Situazioni II

Perdersi nei ricordi, con rimpianti e rimorsi non è utile… però il passato è la premessa del presente ed “interferisce” sulle scelte attuali che determinano il futuro. Quando però il discorso è interrotto traumaticamente e la cicatrice della frattura è imponente, allora i ricordi diventano, facilmente, un fardello in cui inciampare; almeno finché si cerca di continuare lo stesso discorso.

Donne vere

Il pianeta terra è un unico intero, di cui fanno parte i regni animale, vegetale, minerale; ognuno di questi regni è diviso in specie e famiglie fino alla distinzione di genere femmini­le e maschile. Suddivisione concepita per dare un ordine logico, per catalogare o indiciz­zare col nome, tutto quello che ci circonda e di cui siamo parte, nostro malgrado.
Le donne sono i pianeti di un cosmo chiamato specie umana, noi costituiamo il 52% della popolazione mondiale, ma siamo corpi leggeri, facili da buttare a terra e calpestare.
La maggioranza silenziosa che, nemmeno è consapevole di avere una voce.
Fortunatamente, ci sono eccezioni importanti a questa consuetudine che non conosce frontiere di spazio, tempo, religione o status sociale.
Non sappiamo chi sia stata la prima donna a sentirsi libera e felice di esserlo, ma sappia­mo chi fu la prima ad essere uccisa a causa del suo pensiero, Ipazia di Alessandria una pagana rinomata come filosofa e scienziata, martirizzata nel Marzo del 415 d. C.
La sua è una figura particolarmente affascinante perché oltre a studiare ed elaborare la sua conoscenza in campo astronomico, matematico e filosofico, Ipazia è stata insegnante lodata dai suoi allievi (Sinesio da Cirene, Socrate Scolastico, Damascio) e “sacrificata” a causa della fierezza delle sue convinzioni mai ricusate. La bella sapiente desiderata e mol­to corteggiata sia dai pagani che dai cristiani della sua città, ma l’amore che nutriva per la conoscenza la assorbiva al punto da rimanere impassibile davanti alle avance amorose ri­voltele, insistentemente, dai suoi studenti come testimoniato dai frammenti di lettera giunti fino a noi.
La bellezza aiuta ad arrivare fulmineamente al cuore, ma non è l’unica “virtù” femminile, pensiamo, ad esempio, ad una delle più importanti pittrici messicane del secolo scorso Fri­da Kahlo, il cui corpo offeso da un incidente le ha dato lo stimolo per dipingere immagini femminili non distorte dallo sguardo maschile e con tratti tipicamente messicani, figure che l’hanno candidata a paladina del popolo, in un momento in cui la difesa del folclore e delle origini povere e meticce era considerato un atto eversivo di pura ed inutile utopia.
Frida, anche quella stampata sui francobolli statunitensi, non è esteticamente bella, ma l’intelli­genza e la passionalità che trasudano dalle sue tele non lasciano spazio alla valuta­zione dei suoi tratti somatici. Frida, al contrario d’Ipazia, ha avuto diversi amori, con en­trambe i sessi, il più importante dei quali col marito Herrera (sposato per due volte di se­guito), senza avere figli.
Non ha rinunciato alla famiglia un’altra donna sudamericana, convinta di doversi impegna­re per i diritti della popolazione colombiana contro la corruzione politica ed il narco-traffico. Ingrid Betancour, politico d’eccezione poiché alla sua vita tranquilla in Francia ha preferito l’impegno in patria che l’ha costretta a 6 anni di sequestro da parte delle FARC (Forze Ar­mate Rivoluzionarie della Colombia), ma, nonostante l’inferno della giungla vissuta da ostaggio “scomodo”, la fondatrice del Partido Verde Oxigeno si dichiara pronta a riprende­re la sua marcia civile.
All’insegna della non violenza è il modello praticato dal premio nobel per la pace (del 1991), la birmana Aung San Suu Kyi a cui, più recentemente (Maggio 2008) il Congresso degli Stati Uniti ha assegnato la Medaglia d’Onore per il suo impegno in favore dei diritti umani. Questa donna tenace e determinata, malgrado sia tenuta nel regime degli ar­resti domiciliari dal 1989 con poche e brevi interruzioni.
Durante questa lunga detenzione è rimasta vedova, nemmeno i suoi due figli possono an­darla a trovare, eppure l’esimia leader nazionale continua a denunciare, cn la propria pri­gionia, il regime militare che a Myanmar ha tolto la libertà a tutti.
Dalla costanza dello spirito passiamo al “coraggio fisico” di una mussulmana pronta a bat­tersi per non lasciare cadere il Pakistan nel terrore dell’estremismo religioso o talebano che sia; Benazir Bhutto, la figlia del destino, come lei stessa si definiva prima di essere uccisa come accaduto per il padre e successivamente per entrambe i suoi fratelli.
Una donna bellissima, già premier di stato per due volte, tornata dall’esilio per non vedere la sua patria precipitare nel caos della guerra fra laici ed estremisti religiosi, talebani e filo-occidentali. Ironia della storia è stata uccisa nel posto militare più sicuro del Pakistan pie­namente cosciente del pericolo che correva, ma sdegnosamente, col velo bianco sulla te­sta, sorrideva fiera del suo essere attiva, sempre attiva nella politica democratica del suo paese.
Infine, come non ricordare la russa Anna Politkovskaja, redattrice del giornale d’opposizio­ne Novaya Gazeta, con i suoi resoconti degli abusi perpetuati durante la guerra in Cecenia a scapito della popolazione civile. Moglie e madre di famiglia, con la passione, talvolta il tormento, della ricerca della verità.
Un racconto inequivocabilmente doloroso ma necessa­rio al rispetto per se stessi, rispetto della libertà e della dignità umana in forma sia pubbli­ca che privata insieme.
Sfatiamo la favola di Cenerentola che vive in funzione del principe azzurro ed è misera e derelitta senza lui; ai nascituri raccontiamo invece le storie di donne vere, che trovano il loro happy-end nel dare vita e corpo alle proprie aspirazioni, e… Speriamo che sia femmi­na!.

Un nemico del popolo

Il teatro è una forma di comunicazione, il palcoscenico di una situazione vera, dove la ve­rosimiglianza dei casi rappresentati, non è essenziale al dibattito del problema messo in scena.
La scenografia, le parole, i costumi e, perfino, i personaggi sono dettagli, Il significato del­l’opera è dato dal contenuto di verità raggiunto, oppure soltanto cercato, con tenacia ed onestà intellettuale. Almeno questa è la novità del teatro moderno, secondo il maggior criti­co italiano del dopoguerra, Nicola Chiaromonte che indica Henrik Ibsen come capostipite della famiglia di drammaturghi moderni da Cechov a Beckett e Jonesco passando attra­verso Shaw, Pirandello e Brecht.
Il critico “militante” scrive sul merito dell’autore norvegese: “… è quello di aver riportato sul­le scene (per la prima volta, dopo i Greci, benché in maniera assai diversa) il dramma del­l’uomo alle prese con la verità deciso ad andare in fondo alla propria natura, a fare i conti col mondo in cui vive, e quindi a non fermarsi dinanzi a nessun rispetto umano (…)”.
Per questo, il carattere distintivo del teatro ibseniano è il forte accento intellettuale che rompe il possibile equilibrio fra cuore e cervello snobbando ogni sentimentalismo di manie­ra per la­sciare sempre al centro dell’attenzione il problema che ha dato vita al dramma.
Nel 1957, un altro critico italiano, Clemente Giannini, scrive:” Nel teatro ibseniano non sia­mo più dei bravi spet­tatori che uccidono un’ora di ozio con un ameno ed ingegnoso diverti­mento; ma siamo in­vece persone responsabili sedute a teatro”.
Sicuramente, come suggerisce in un saggio James Joyce, per questo aspetto cerebrale che coinvolge il pubblico in riflessioni che arrivano a sommergere la mente fino a torturarla con visioni momentanee di prospettive immense ma sfuggenti, l’opera di Ibsen deve esse­re vissuta nella rappresentazione corale-teatrale e non nella lettura solitaria del testo.
D’altra parte l’arte del garzone di Skien è la drammaturgia non la letteratura, la forma delle sue idee non è definibile in una particolare espressione, nell’analisi di un unico discorso, ma è un complesso di voci e di luci che si annullano reciprocamente per denudare la storia e farci immergere nel dramma.
L’artista ha bisogno di esprimere, incessantemente, le sue idee per non essere roso dal dolore del loro premere sulla coscienza, così possiamo immaginare quanto egli abbia sof­ferto la mancanza di un teatro “indipendente” nella Norvegia del XIX secolo.
Nel 1851, Ibsen assume la direzione del primo teatro norvegese non legato alla corona ed inizia la serie dei suoi lavori maggiori, che, ancor oggi, sono calorosamente applauditi dal pubbli­co. Inutile sottolineare che il discorso non riguarda Taranto, dove oltre al teatro co­munale sembra mancare la voglia d’impegnarsi in considerazioni serie che riguardino la vita tutta e non soltanto le contingenze quotidiane o pseudo tali.
In una delle sue commedie meglio riuscite Un nemico del popolo, il protagonista dot. Stockmann, denuncia, pubblicamente, l’insalubrità dell’ acqua dello stabilimento termale della sua cittadina ma proprio per il suo interessamento sulle sorti della salute dei propri concittadini, ma finisce per essere ac­cusato di voler la rovina dei residenti che lo etichetta­no come nemico. Secondo questa lo­gica il nostro autore liberale è anch’egli un nemico di quel popolo di cui vorrebbe scuotere la coscienza rappresentando la realtà come finzione assurda ed in questo più facilmente accettabile, e come egli stesso dichiara: “Mi sono di­vertito un mondo nella stesura di que­st’opera; e il fatto che essa sia ormai finita, ha creato attorno a me un vuoto, una mancan­za. Il dottor Stockmann ed io ci siamo fatti buona com­pagnia e, per molti riguardi, ci siamo trovati perfettamente d’accordo. Sennonché egli, pur trovandosi alle spalle una testa più disordinata della mia, possiede nondimeno alcune par­ticolarità, che fanno accettare sen­z’altro alcune delle cose che gli escono di bocca. Cose che non si accetterebbero se ve­nissero fuori dalla mia”.

Situazione I

Le riflessioni sono spesso stimolate da fatti contingenti come la conversazione con altri o la lettura di un libro o una bella luce sul mare.
Riflessi tanto più intensi quanto più esposti all’osservazione curiosa di un passante attento. Chiamerò situazioni i miei pensieri brevi nati dall’incontro con realtà a me esterne, schizzi non sviluppati perché spodestati da altri incontri più necessari ma, comunque interessanti.

Leggendo una conversazione tra Simone De Beavoir e Sartre, mi sono chiesta ma davvero la gente è convinta del proprio genio a priori, cioè ancora prima di averlo sperimentato? Come fai ad essere sicuro d’essere un’ incompreso invece che essere privo di talento? Genio o presunzione?
Forse bisognerebbe essere un po matti per vivere felici.

Meditazioni della vita offesa

Perdere il lavoro non è il problema esistenziale per eccellenza, ma, se questa perdita com­porta il crollo di tutte le aspettative della propria vita, se con esso si perde l’intero micro-cosmo fatto di tradizione famigliare ed applicazione personale, se il piacere di lavorare è sostituito da una misera logica di necessità materiale, allora il lavoro diviene quella fatica che, secondo Sigmund Freud, dà il via alla nevrosi moderna: “La grande maggioranza del­le persone lavora soltanto per necessità, e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali.” Questo scrive il padre della psica­nalisi ne: Il disagio della civiltà, dove la repressione degli istinti è considerata un atto dovu­to per il vivere civi­le.
Infatti, per il medico austriaco, le tensioni sociali sono dovute all’insoddisfazione individua­le, al miraggio d’una felicità sempre più lontana ed irraggiungibile, al punto da essere con­siderata vana o appannaggio degli dei.
Patologia a parte, inconscio o incoscienza il fatto è che vivere per lavorare significa so­pravvivere tanto per respirare e consumare aria. Su questo punto è d’accordo anche uno dei fondatori della scuola di Francoforte (scuola di filosofia e sociologia nata in Germania nel secolo scorso), Theodor W. Adorno scrive in Minima moralia: ”Ma il rapporto tra vita e produzione, che abbassa la prima, nella realtà, ad una manifestazione effimera della se­conda è perfettamente assurdo. Mezzo e fine sono invertiti.” Il filosofo e musicologo de­nuncia il sovvertimento dei valori umani, il capovolgimento della verità a favore dell’affer­mazione di ragioni false costruite appositamente per sottomettere la massa ai dittatori.
Mentre, un altro intellettuale della stessa scuola, Herbert Marcuse, attribuisce la sofferen­za della società di massa all’aver ridotto e perso la propria immaginazione e con essa la pos­sibilità di realizzare un’alternativa allo status quo. Il professore “americano”, nel suo L’uo­mo a una dimensione, sottolinea che il lavoro è necessario al progresso “La soddisfa­zione dei bisogni materiali è un requisito necessario per poter soddisfare tutti gli altri biso­gni”; tutti gli altri bisogni sono quelli più propriamente umani come la sublimazione degli impul­si violenti. Per il filosofo “freudiano”, tutti gli orrori, come ad esempio la guerra e l’olo­causto, sono dovuti allo svilimento del pensiero umano che si manifesta nell’appiattimento del­la cultura in spot per masse di utenti passivi. “Quando il progresso tecnologico annulla co­desta separazione [fra realtà ed immaginazione] esso investe le immagini con la sua pro­pria logica e la sua propria verità, riducendo la facoltà libera della mente”.
La libertà di pensiero è il presupposto inscindibile della democrazia, ed il pensiero come i sogni deve essere analizzato ed interpretato.
No, Adorno non è d’accordo con nessun psicologismo, tanto meno col metodo psicoanaliti­co che, a sua detta, serve unicamente per accettare una realtà confezionata: “Alla repres­sione psicologica degli individui che fanno a meno dell’io, corrisponde una regressione dello spirito oggettivo, in cui l’ottusità, la mancanza di gusto e il bisogno di liquidare le scorte di magazzino impongono ciò che è scaduto e deperito da tempo come l’ultima e più aggiornata potenza storica…”
Il nostro studioso hegeliano sostiene che il metodo da seguire sia quello dialettico, dell’al­ternanza di pensiero positivo e di pensiero negativo, una riflessione che tende, instancabil­mente, alla ricerca della verità per promuoverne l’attuazione, a suo dire Marcuse e l’analisi psicanalitica traggono, dalla loro ricerca sul campo, semplicemente le conseguenze tangi­bili dei fatti così come sono.
A parer mio, la precarietà che stiamo vivendo oggi, fra lavoro a scadenza breve, crisi eco­nomica e crisi della moralità dei costumi, l’instabilità della nostra esistenza fra catastrofi ambientali e malvagità umana, mette in forse la capacità umana di reagire e superare gli eventi. Il futuro è un orizzonte da esplorare col pensiero per trovare la porta di accesso dal presente, e che si prediliga il metodo dialettico o quello psicanalitico… l’importante è riflet­terci seriamente