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Il forum di questo numero è dedicato alla problematica del lavoro “assicurato” dalla nostra attenzione prima che dall’INAIL(Istituto Nazionale per l’Assicura­zione contro gli Infortuni sul Lavoro). Parla con noi il direttore generale per le province di Taranto e Brindisi, il dott. Giuseppe Gigante.

V.d.P.:L’INAIL è l’ente nazionale per l’assicurazione sulla “salute” sul lavoro, quali sono i vostri dati su Taranto?

G.G.: Il primo elemento d’interesse (comprensibile), è il numero degli infortuni verificatosi in un determinato periodo di tempo. Un interrogativo freddo, asettico, che prevede una risposta meramente statistica, mentre, all’elemento numerico io preferisco considerare gli elementi “sociologici”, ovvero gli indicatori, per esempio, sulla rilevanza del fenomeno da analizza­re, la contestualizzazione del fatto nel suo ambiente di cui prendiamo in considerazione: sia lo sviluppo culturale della comunità nel quale si è verificato, sia l’ organizzazione azien­da dal punto di vista tecnologico.
I numeri attestano un problema ma non ci illuminano sulle cause né ci pongono domande, mentre noi dobbiamo chiederci il perché del fenomeno, così da ricercare e trovare delle ri­sposte per non ritrovarci fra venti anni, ancora qui a chiederci le stesse cose.

V.d.P.: Questa ricerca eziologica riguarda l’Inal, soltanto, oppure è una domanda che si pongono anche le aziende?

G.G.: Malgrado le mie esperienze precedenti, per la prima volta qui , a Taranto che è un labora­torio vivo, ho trovato delle aziende “illuminate” che iniziano a considerare la sicurezza nei processi lavorativi, non come un controllo legato all’aspetto produttivo ma, come legato alle risorse umane. Sicurezza come prevenzione, un discorso ampio di natura culturale, una strategia a lungo termine.

V.d.P.: Questo spostamento dell’interesse e del controllo sulla sicurezza dal capitolo pro­duttivo a quello delle risorse umane, è uno spostamento di visuale che ha riscontra­to in grandi aziende come ad esempio l’Ilva?

G.G.: L’Ilva ha fatto grandi passi in avanti ma, mi stavo riferendo ad altre realtà rilevanti. Tengo, però, a sottolineare che Riva ci ha permesso di aprire un nostro ambulatorio all’interno del­lo stabilimento siderurgico.
L’idea, l’attrezzatura ed il personale sono nostri per cui completamente autonomi ed indi­pendenti dall’azienda, tuttavia questo ambulatorio è stato possibile perché i dirigenti hanno capito l’importanza del nostro controllo, le nostre diagnosi sono vere, imparziali e veloci. I lavoratori vengono nel nostro ambulatorio per risolvere piccoli problemi di ortopedia o fa­sciature senza dover incanalarsi in lunghe file in ospedale. Chi ha diritto viene prontamen­te assistito.

V.d.P.: Ritiene che questo presidio dell’Inail all’interno dell’Ilva assolva esaustivamente le necessità di un numero rilevante di lavoratori fra dipendenti Ilva e lavoratori prove­nienti dall’indotto?

G.G.: Il nostro obiettivo è ottimizzare le risorse; al momento, data anche la novità dell’iniziativa, le nostre prestazioni sono idonee alla richieste tenuto conto che dobbiamo parametrarle con il numero degli infortuni, il numero delle visite, il numero degli operai che passano.
Con nostro piacere abbiamo verificato che il fenomeno infortunistico, all’ Ilva, si sta sensi­bilmente riducendo per cui noi stiamo intensificando i controlli ma in senso curativo. Nel nostro ambulatorio curiamo piccoli traumi di natura per lo più ortopedica ed infatti abbia­mo, oltre ad un infermiere fisso , un ortopedico che si alterna con un chirurgo.

V.d.P.: Cosa ci dice sulla questione amianto?

G.G.: Il problema dell’amianto è sostanzialmente chiuso.
Abbiamo avuto mesi di forte impegno da Marzo ad oggi, perché stato un intervento legisla­tivo ed una serie d’interventi ministeriali che hanno esteso i “benefici dell’amianto” fino al 2 ottobre 2003 anziché 31 Dicembre 1992. Taranto è stata la prima sede, in Italia, ad emet­tere questi certificati.

V.d.P.: Qualche giorno fa, è apparsa la notizia su un giornale nazionale che i sindacati del­l’Ilva di Genova indicavano l’esempio virtuoso di Taranto, sollecitandone l’emulazio­ne da parte della sede Inail locale…

G.G.: Esatto. Noi ci siamo resi conto della situazione dei lavoratori tarantini, in un momento di crisi globale con la paura di una imminente cassa integrazione. Finché c’era uno stipendio sicuro da portare a casa, il riconoscimento dei benefici dell’amianto non era una richiesta pressante, urgente e prioritaria, ma quando lo stipendio è diminuito, la situazione è precipi­tata e gli operai esasperati sono arrivati a minacciarmi, pur di sollecitare il rilascio dei certi­ficati che attestassero la loro esposizione all’amianto, fino al periodo riconosciuto massimo al 2003, come previsto dalla legge. Noi non avevamo il programma adatto per tale certifi­cazione, non eravamo pronti ma h detto ai miei dipendenti di non farci prendere dall’acci­dia, ho chiesto ai sindacati di stilare un elenco dei casi più gravi e siamo partiti con la certi­ficazione fatta a mano. Un lavoro ininterrotto con riunioni fatte anche della vigilia di Ferra­gosto, ma ora, siamo riusciti ad esaurire tutte le domande fino a quelle fatte in previsione delle varie finestre per il pensionamento.

V.d.P.: Il fenomeno amianto è, ancora, sottovalutato?

G.G.: Precisiamo che l’amianto nei cicli produttivi, è fuori legge dal 1991, per cui oggi non si do­vrebbe parlare di rischio amianto; altro discorso è la manifestazione della malattia profes­sionale derivata da esposizione precedente.

V.d.P.: A Taranto, l’andamento delle malattie professionali è in crescita, con quale inciden­za rispetto ai dati regionali?

G.G.: Gli infortuni diminuiscono ma le malattie professionali aumentano, sopratutto le svesto cor­relate; la provincia ionica ha il “primato” del 4o% rispetto al dato complessivo dell’intera regione, e naturalmente il 22% del dato riguarda i lavoratori dell’Ilva. Io sono direttore an­che a Brindisi dove, quest’anno i casi denunciati di malattia professionale sono stati 120 noi a Taranto, siamo sui 700 casi all’anno.

V.d.P.: Ci sono interventi legislativi mirati per far fronte a questo triste primato dell’area ta­rantina?

G.G.: No,c’è il mio impegno solerte ma, nessun “statuto speciale” per l’area tarantina che pure conta una popolazione estesa.
Sarebbe auspicabile un tale intervento ma non può partire dall’Inail.

V.d.P.: In cosa consiste il vostro impegno?

G.G.: Queste malattie sono il risultato di esposizioni risalenti a venti-trenta anni fa e non si pos­sono recuperare, il nostro impegno consiste nel garantire un risarcimento, in tempi brevi, nell’ordine di una decina di giorni; mi spiego: mentre per altri tipi di infortunio la richiesta d’indennizzo deve essere presentata entro 4 anni (o comunque entro un termine prefissa­to) dalla data di pensionamento, questo tipo di malattia per l’inail, non cade in prescrizione e viene riconosciuta anche dopo trent’anni.

V.d.P.: Quale altro settore è fonte di preoccupazione per la salute dei lavoratori addetti?
L’agricoltura, perché è un fenomeno non numericamente rilevante, però quei pochi infortu­ni sono molto gravi.
Le cause di questi incidenti sono legate al mancato investimento tecnologico nei sistemi di sicurezza, pensiamo ad esempio ai trattori usati che spesso sono di 25-30 anni vecchi sprovvisti di sistemi anti ribaltamento per i pendii del terreno,e l’altra causa più generale è il precariato dei rapporti di lavoro che compromette la rivendicazione dei diritti del lavorato­re. Premesso che c’è un principio generale secondo cui l’Inail interviene comunque nel ri­sarcimento del lavoratore assicurato o meno che sia; certo bisogna accertare che ci sia stato un rapporto di lavoro dopodiché l’Inail sanziona il datore di lavoro imponendo il paga­mento dell’assistenza al lavoratore ed alla sua famiglia, naturalmente aggravato per la mancata denuncia del rapporto di lavoro esistente.

V.d.P.: A Luglio, è partita l’ultima assegnazione dei cento milioni complessivi messi a di­sposizione dall’Inail, per tutto il territorio nazionale per il triennio 2007/2009, finaliz­zati all’adeguamento degli edifici scolastici e all’abbattimento delle barriere architet­toniche; cosa è stato fatto nelle scuole della nostra provincia?

G.G.: Lo stanziamento regionale per questo progetto, è stato di € 6.393.841,00.
Nella nostra provincia molte sono le scuole che hanno presentato la domanda per poter usufruire di questo finanziamento ma, soltanto un istituto ( Plesso Giovanni XXIII di Cri­spiano) è rientrato in graduatoria in base ai parametri fissati e grazie ad un basso preventi­vo di spesa.

V.d.P.: Quali sono i vostri progetti, o anche semplicemente, i suoi propositi?

G.G.: L’istituto è in attivo così abbiamo pensato a degli investimenti con la contribuzione nella costruzione di edifici pubblici. Faccio un esempio, in Puglia , nel 2002 abbiamo erogato un aiuto di € 108.000.000 all’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti; questo ci garantisce una rendita (proveniente dall’affitto) che noi mettiamo a disposizione per altri interventi del genere.
Mentre per i propositi, a me piacerebbe riuscire a reintegrare i lavoratori infortunati, penso al reinserimento lavorativo con altre mansioni da quelle loro originarie ma questo è stato possibile due volte soltanto, a Bari, tramite l’impegno di una multinazionale sensibile alla tematica da me proposta.

V.d.P.: Cosa, fra le cose fatte, andrebbe “approfondita” con ulteriori interventi.

G.G.: Sarebbe importante che alcuni organi, parlo del Ministero della salute attuassero delle ini­ziative volte a controlli preventivi sulla sicurezza del lavoro, oppure che le scuole si occu­passero di aspetti prevenzionali. Noi abbiamo fatto qualcosa.
La vera svolta passa dalla formazione, le aziende, le organizzazioni sindacali, ed i lavora­tori stessi devono capire che esiste un tema di responsabilità sociale, che significa impe­gno e rispetto della dignità umana che si esprime nel lavoro.

Comments

  • MauriB Ottobre 30th, 2009 at 15:14

    Un discorso semplicistico può essere quello di dire “oggi siamo presenti nel …”, … ma ieri … dove eravate.
    Alcune istituzioni sono coscienti del proprio lavoro ma di contro ve ne sono altre che, pur essendo consapevoli del proprio operato, non svolgono il dovuto controllo (vds ARPA, ASL ed altri).
    Un utente ignorante potrebbe pensare che le sanzioni, se esistenti, non sono adeguate al danno provocato.
    Il controllo non preclude la prevenzione ma tutto ciò non deve sfociare nella burocrazia, altrimenti tutto viene mandato all’altro mondo.
    Le regole e le leggi ci sono, basterebbe sanzionare, altrimenti a cosa servono tutte queste montagne di norme se puntualmente non vengono applicate.
    Oggi tutto è ben accetto, anche perché si è toccato il fondo, forse è proprio per questo che nessuno si lamenta più di tanto.
    Chi ha le armi per fare bene, dorme.
    Un vecchio detto popolare romanesco dice: “la bara c’ha le manije, no’ le saccocce”.

  • MauriB Ottobre 30th, 2009 at 15:20

    Dimenticavo …..
    Chi è il responsabile?
    Il responsabile non è l’Ente (qualsiasi) ma è l’uomo.
    Tu (chiunque sia) sei responsabile?
    Ed allora vieni fuori non nasconderti dietro una facciata (l’Ente).

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